Per gli Stati Uniti non erano “né libere né eque”. Le elezioni che lo scorso 23 luglio hanno rinnovato l’Assemblea nazionale della Cambogia, e cioè il parlamento, hanno in ogni caso sancito la fine di un’era. Le urne hanno infatti incoronato vincitore della contesa il Partito popolare cambogiano (Cpp) del primo ministro Hun Sen, figura che guida ininterrottamente il Paese dal 1985 ma che lascerà l’incarico al figlio Hun Manet, a capo dell’esercito nazionale.
Il cambiamento principale potrebbe riguardare, più che il corso politico di Phnom Penh, lo stile della leadership, visto che Hun senior è un’ex Khmer rosso plasmato dalla vecchia ideologia comunista – in seguito ammorbidita seguendo il modello cinese – mentre il suo erede vanta nel curriculum studi accademici in Occidente.
Al netto delle evidenti differenze tra le due generazioni, è tuttavia ancora presto per parlare di un imminente, sincero, disgelo tra la Cambogia e il blocco occidentale. Le esigenze geopolitiche del Paese asiatico spingono il governo cambogiano a calibrare con la massima attenzione ogni possibile mossa futura. Da questo punto di vista, il legame politico-economico costruito da Hun Sen con la Cina è ancora troppo profondo e imprescindibile per spingere Hun Manet a comprometterlo con aperture rischiose e, nei fatti, poco convenienti.
Certo è che la Cambogia sarà sempre più una variabile da considerare all’interno del mosaico asiatico. Soprattutto nel caso in cui dovesse imboccare lo stesso percorso di crescita del vicino e rivale Vietnam.
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Le elezioni e la transizione
Il Cpp ha vinto un’altra elezione generale, questa volta conquistando tutti i seggi disponibili in parlamento tranne cinque, in una competizione in cui l’unico partito di opposizione potenzialmente competitivo, il Partito del lume di candela, era stato escluso a causa di cavilli burocratici. A competere contro la formazione del primo ministro Hun Sen c’erano 17 partiti minori, ma nessuno aveva un adeguato sostegno popolare da rappresentare una seria minaccia alla pluridecennale leadership del primo ministro.
In sottofondo non sono mancate pesanti critiche relative alla legalità del processo elettorale. Diversi sostenitori dell’opposizione sono stati arrestati alla vigilia del voto per un presunto incoraggiamento a danneggiare le schede elettorali in protesta contro il Cpp, mentre ai fornitori di servizi internet è stato ordinato di bloccare l’accesso ai siti web di diverse testate indipendenti di notizie.
Hun Sen ha dato l’annuncio delle dimissioni in un discorso trasmesso dalla tv di stato. La data ufficiale dell’addio sarà il prossimo 22 agosto, anche se il premier uscente, 70 anni, non andrà affatto in pensione. Al contrario, continuerà a tenere il timone del Cpp e a mantenere la presidenza del Senato. In sostanza, che sia per amministrare la transizione generazionale o meno, la sua mano sarà ancora presente in ogni decisione della Cambogia.
Manet, 45 anni, diventato maggiorenne durante l’intervento Usa nel Paese negli anni Settanta, si è laureato all’Accademia militare degli Stati Uniti a West Point e ha conseguito un dottorato di ricerca presso un’università del Regno Unito. Parla un inglese fluente e offre un’immagine più cosmopolita di quella paterna. Ha scalato i ranghi militari cambogiani fino a ricoprire il ruolo di comandante dell’esercito nel 2018. Si era presentato alle elezioni per la prima volta sperando di vincere un seggio all’Assemblea nazionale. Diventerà invece il primo ministro del Paese. Resta da capire, come detto, se la sua leadership sarà autonoma o se, molto più realisticamente, filtrata dalla mano invisibile di Hun Sen.

La variabile Cambogia nell’equilibrio Usa-Cina
Il Cpp avrà dunque ancora il monopolio del parlamento cambogiano, ma più che alle dinamiche interne del Paese vale la pena guardare alle sue relazioni estere. La Cina è un tradizionale, stretto alleato di Phnom Penh, e questo ha sempre consentito a Hun Sen di ignorare le richieste democratiche dei donatori occidentali da cui in passato dipendeva. L’ormai ex primo ministro si è più volte vantato di aver portato stabilità politica e, al contempo, di aver messo in moto l’economia di in una nazione proveniente da un passato fatto di drammi e povertà. Tutte politiche, queste, che non sarebbero state possibili senza l’apporto di Pechino.
Non a caso le relazioni della Cambogia con gli stati occidentali sono peggiorate a partire dal 2017, da quando cioé il Cpp ha sciolto il più grande partito di opposizione, il Partito della salvezza nazionale della Cambogia e gruppi della società civile, con le accuse di una presunta cospirazione contro lo Stato sostenuta dagli Usa. Da quel momento in poi, Phnom Penh ha unilateralmente cancellato le esercitazioni militari con Washington, e iniziato ad organizzare manovre congiunte con la Cina. Hun Sen ha poi spostato completamente l’allineamento strategico del suo Paese in favore di Pechino, il suo principale partner commerciale dal 2012 e principale fonte di investimenti.
Il Dragone, ben felice di fare affari con i cambogiani, ha iniziato a pompare miliardi di dollari in progetti infrastrutturali di ogni tipo, compresa una possibile struttura militare nei pressi della Ream Naval Base, la più grande della Cambogia, situata a sud est di Sihanoukville. Il Financial Times ha scritto che il sito è situato su un molo che può tecnicamente ospitare una delle portaerei cinesi, consentendo alla Repubblica Popolare Cinese sia di espandere la propria proiezione di potenza che di risolvere il “dilemma di Malacca” (di bypassare cioè uno stretto strategico). Pare che i cinesi abbiano compiuto progressi significativi nella costruzione della suddetta base, nel caso la prima struttura militare all’estero del colosso asiatico dopo quella di Gibuti. Il passaggio di consegna tra i due Hun non dovrebbe riservare troppe sorprese per la Cina. Almeno per il momento.
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