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La Turchia è pronta a entrare nei Brics e si sarebbe già candidata all’adesione al forum delle principali economie non occidentali centrato su Brasile, Russia, Cina, India e Sudafrica. La notizia, riportata ieri da Bloomberg, è di quelle dirompenti e mostra la volontà di Recep Tayyip Erdogan di giocare su ogni tavolo la partita geopolitica per l’aumento dell’influenza globale di Ankara.

Al summit di ottobre dei Brics, che si terrà tra un mese in Russia e vedrà l’esordio di Egitto, Emirati Arabi Uniti, Etiopia e Iran, Paesi coinvolti nel primo allargamento del 2023, è possibile che la richiesta di adesione di Ankara sia formalizzata. La Turchia, se ammessa, sarebbe il primo Paese membro della Nato a entrare nel forum nato come sistema di coordinamento delle economie esterne all’Occidente e la cui evoluzione appare sempre più ibrida.

La Turchia vuole consolidare il trend che la vede giocare su ogni tavolo e costruire una diplomazia a più vettori in cui l’ampliamento di influenza in una direttrice compensa, in certi casi, i freni o le impasse su altre. In questa fase, ad esempio, in cui il Paese anatolico si trova in una fase di stallo nella sua posizione nell’estero vicino, con la guerra a Gaza che si ripropone di ridefinire profondamente gli equilibri mediorientali e una competizione con Israele che ha raggiunto toni verbali accesi, la Turchia vuole perlomeno sfruttare il periodo di interregno venutosi a creare negli affari globali su altri fronti.

Lo si è visto di recente parlando della mossa di Ankara dell’apertura alle esportazioni di gas naturale in direzione della Bulgaria, dunque dell’Unione Europea, che potrà coinvolgere anche il gas russo acquistato dalla Turchia e prossimo a esser rivenduto: la Turchia proietta la sua ambizione economica in ogni direzione in cui vincoli politici o strategici superiori non la condizionano. In quest’ottica, l’informalità di cui si ammanta il gruppo dei Brics offre prospettive di ampliamento della diplomazia economica di Ankara, anche in relazione al fatto che il Paese-gemello della Turchia, l’Azerbaijan, ha fatto analoga domanda di adesione.

Questo mostra anche il dinamismo del peculiare multilateralismo della Turchia, Paese che gioca su più tavoli e vede la sua posizione giovarsi della de-strutturazione delle relazioni internazionali dettata dal proliferare di strutture parallele ai tradizionali organismi globali. Il gruppo dei Brics si inserisce in un trend globale che vede i rapporti tra Stati giocarsi, in molti casi, fuori dalle tradizionali architetture di alleanza e coesione, in una dinamica da cui esulano principalmente Unione Europea e Nato. Si è spesso parlato di “West versus the Rest” per segnalare come questo contesto sia la conseguenza di un’erosione dell’influenza occidentale sul mondo, ma come ha ricordato l’esperto di Turchia e spazio post-sovietico Leon Rozmarin nel mese di giugno “è meglio presenziare a entrambi i matrimoni, per così dire. Costruendo una cooperazione sia con l’Occidente che con gli Stati e le strutture chiave del resto, la Turchia mira a occupare un ruolo unico che non tutti i paesi possono raggiungere”.

Rosmarin ha parlato in una conversazione con il turchista Ragip Soylu, il quale ha nelle scorse settimane anticipato la possibilità di un inserimento della Turchia nei Brics con un’acuta analisi per Middle East Eye. Soylu ha sottolineato che è convinzione delle alte sfere di Ankara che ” l’interesse della Turchia per i Brics non dovrebbe essere visto come un completo allontanamento dall’Occidente”, anche perché negli stessi Brics vi sono attori come Brasile, India e Emirati Arabi Uniti che sarebbe lunare definire anti-occidentali, e “la ricerca della Turchia verso i Brics è in linea con la sua politica di mantenere i legami commerciali con la Russia, anche dopo l’ invasione dell’Ucraina del 2022″.

In quest’ottica, la filosofia che Erdogan persegue, in questo caso, è quella della Turchia come “Paese-ponte” che può, negli scenari dove si schiera in forma trasversale ai nascenti blocchi di potenze, diventare un punto di contatto e dialogo, dunque un attore valorizzato dalla sua politica come centrale e strategico. Qualcosa che si è già visto, del resto, con gli abboccamenti tra intelligence occidentali e russa che hanno avuto luogo a Istanbul nei due anni di guerra in Ucraina. Il Wilson Center ha studiato la dinamica di Paese di mezzo della Turchia: “che si tratti di  ospitare colloqui tra Somalia ed Etiopia o  di garantire l’accordo sui cereali tra Russia e Ucraina, Ankara cerca di rafforzare la sua influenza e il suo coinvolgimento nelle sfere regionali, economiche, diplomatiche e di sicurezza”. Spesso con un apprezzabile grado di successo. In un mondo di rivalità crescenti la Turchia può permettersi di giocare controcorrente. Partita al limite, ma che non appare insensata da giocare per chi non vuole rassegnarsi al lento scivolare del mondo verso una nuova Guerra Fredda di blocchi.

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