Il fallito colpo di Stato condotto da elementi deviati delle forze armate turche nella notte tra il 15 e il 16 luglio 2016 ha impresso una netta accelerazione allo sviluppo della situazione interna al Paese e all’evoluzione del suo posizionamento internazionale.

Il sanguinoso tentativo eversivo operato dai militari nella principali città turche come Ankara e Istanbul fu represso in un lasso di tempo relativamente breve dalle forze di sicurezza, rimaste in larga misura fedeli al governo di Recep Tayyip Erdogan, ma ha svolto da allora in avanti una funzione di spartiacque nella storia recente del Paese, in quanto a più riprese il colpo di Stato ha rappresentato un richiamo di primaria importanza a cui lo stesso Erdogan ha fatto riferimento per giustificare l’accelerazione della svolta interna al mondo politico nazionale o i repentini cambi di direzione della traiettoria geopolitica della Turchia. Il golpe ha, in primo luogo, giustificato la “grande purga” compiuta, dopo la dichiarazione di uno stato d’emergenza pressoché permanente, dal governo di Erdogan nei confronti dei presunti affiliati al movimento Hizmet del predicatore Fetullah Gulen, considerato l’eminenza grigia del fallito colpo di Stato.La repressione dei presunti fiancheggiatori del nemico numero uno di Erdogan e la loro epurazione dagli apparati dello Stato ha portato a oltre 40.000 arresti e al licenziamento di 100.000 persone, tra cui si segnalano 10.000 membri delle forze armate, 2.745 giudici, 36.000 tra educatori ed insegnanti. A ciò si è accompagnata la chiusura di 15 università, 1.043 scuole private, 16 canali televisivi, 45 quotidiani, 23 stazioni radio, 15 riviste e  29 case editrici sulla scia di un percorso che ha portato Erdogan a sfruttare la reazione ad un colpo di Stato condotto in maniera improvvisata e disorganizzata per portare avanti a tappe forzate la marcia verso il completo superamento dell’eredità kemalista della Turchia, il riassetto delle istituzioni e la completa occupazione dello Stato da parte del Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (AKP). 

La repressione ha aperto la strada all’intensa offensiva politica con cui Erdogan ha perseguito in maniera attiva il processo di riforma costituzionale coronato dal referendum dello scorso 16 aprile, nel quale la svolta presidenzialista è stata approvata dal 51,41% dell’elettorato dopo il completamento dell’alleanza tra il partito del Sultano e gli ultranazionalisti del MHP. Il completamento del progetto di riforma costituzionale ha da sempre rappresentato l’obiettivo numero uno della presidenza di Erdogan, desideroso di unificare nelle sue mani una quota di poteri estremamente ampia e la possibilità di nominare tutte le personalità designate ad occupare i principali incarichi ai vertici del governo, della magistratura, delle forze armate: il referendum ha di fatto confermato la situazione venutasi concretamente a creare dopo l’introduzione dello stato di emergenza seguita al fallito golpe. Sull’altare dell’ambizione, Erdogan ha sacrificato definitivamente la prospettiva di una Turchia unita: il referendum ha portato all’emersione di una profondissima frattura interna al Paese e a una netta spaccatura tra le tradizionali roccaforti dell’AKP nell’Anatolia interna, centri nevralgici del consenso per il progetto di Erdogan ove anche la proposta di reislamizzazione della società è guardata con favore, e le regioni rivierasche, che assieme ai territori curdi hanno fatto segnare i più elevati tassi di disapprovazione per la riforma costituzionale.

Tutto questo viene ad inserirsi in un contesto internazionale che vede la Turchia intenta a barcamenarsi tra la sua appartenenza all’Alleanza Atlantica e la nuova linea geopolitica decisa dal governo di Ankara dopo il rovinoso fallimento della strategia neo-ottomana che negli anni scorsi ha portato all’abbraccio mortale col jihadismo, al tentativo velleitario di espandere la propria zona di influenza in Siria e Iraq e, infine, alla deflagrazione di una vera e propria guerra civile interna dopo la recrudescenza dello scontro con l’ISIS e il PKK. Il golpe ha in un certo senso aperto la strada all’incremento della sfiducia di Erdogan verso i tradizionali alleati statunitensi, accusati di offrire protezione al suo nemico Gulen, e a una riconciliazione con la Russia di Vladimir Putin che, nonostante gravissimi incidenti di percorso come l’uccisione dell’ambasciatore russo in Turchia, appare in continuo perfezionamento. Ironie della storia: come segnala Daniele Santoro su Limes,nel momento stesso in cui appare intento a smantellare il sistema introdotto dal 1923 al 1938 dal fondatore della Repubblica di Turchia Mustafa Kemal Ataturk Erdogan rinnega il neo-ottomanesimo e riscopre la proiezione euroasiatica della Turchia perseguita a lungo  dal Gazi vedendo importanti opportunità nella riappacificazione con la Russia e l’Iran e nello sviluppo della “Nuova Via della Seta” a trazione cinese. Le giravolte geopolitiche di Erdogan, in ogni caso, hanno portato la Turchia ad essere considerata un partner sostanzialmente inaffidabile da buona parte delle potenze internazionali: la recente polemica con l’Europa nella fase cruciale della campagna elettorale per il referendum testimonia come, nella mente del Sultano, le questioni tattiche di brevissimo periodo sopravanzino in continuazione i disegni strategici articolati.

La Turchia, a un anno dal golpe, si trova in conclusione in una situazione molto delicata: vulnerabile e volubile sul fronte internazionale, spaccata a metà all’interno attorno alla figura di Erdogan, leader che paradossalmente vede naufragare le sue ambizioni di nuovo Ataturk proprio nel momento in cui il suo progetto più importante entra in fase di realizzazione. La recente conclusione della lunga marcia-maratona di protesta di 23 giorni guidata da Kemal Kilicdaroglu, leader della formazione di opposizione CHP, ha visto il raduno di centinaia di migliaia di manifestanti a Istanbul: la contestazione al potere del Sultano parte dalle piazze ed è destinata a incentivarsi mese dopo mese, se continuerà a venire esacerbato il clima da guerra civile permanente che anima la politica turca.

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