L’arrivo del Covid-19 all’interno dei confini turchi non ha fermato i piani espansionistici globali di Recep Tayyip Erdogan che, anzi, hanno ricevuto un impulso proprio dall’esplosione della pandemia in tutto il pianeta.

Sullo sfondo di una diplomazia degli aiuti sanitari meticolosamente elaborata e portata avanti per incrementare l’influenza e il prestigio di Ankara nel mondo islamico, nei domini ex ottomani e nelle terre abitate dai popoli turcofoni, uno dei più importanti quotidiani filogovernativi ha pubblicato un lungo articolo ricco di accuse nei confronti dell’asse israelo-saudita che potrebbe essere uno dei tanti messaggi da raccogliere e decifrare per capire in che modo la potenza eurasiatica si posizionerà nell’ordine mondiale di domani.

Un pamphlet anti-israeliano e anti-saudita

In Turchia sono in corso grandi manovre per il dopo-Covid19 e ad annunciarle è spesso e volentieri il Daily Sabah, il megafono dello stato profondo. Dopo aver anticipato al pubblico internazionale che “il sogno di una grande Turchia è rinato” e che nel post-pandemia le principali potenze del pianeta dovranno tenere conto delle sue legittime aspirazioni imperiali, più recentemente, lo stesso giornale ha pubblicato un articolo indirizzato a Riad e Tel Aviv che, per strutturazione e lunghezza, può essere ritenuto un vero e proprio manifesto politico.

Le accuse contenute nel servizio sono gravissime: Israele, Arabia Saudita, Egitto ed Emirati Arabi Uniti avrebbero dato vita ad una “struttura di spionaggio e terrore” che agirebbe in tutto il Medio oriente con la scusante della minaccia iraniana per colpire, in realtà, oppositori politici e potenze rivali. I servizi segreti dei quattro paesi non si limiterebbero ad attaccare gli interessi di Ankara nella regione, ma agirebbero anche all’interno dei suoi confini e il Millî İstihbarat Teşkilâtı (MIT), i servizi segreti turchi, avrebbe le prove di ciò.

I quattro paesi sono anche accusati di sostenere il movimento gulenista del predicatore Fethullah Gülen, che da Erdogan è ritenuto il responsabile del colpo di stato fallito del luglio 2016 e contro il quale, da quella data, è stata lanciata una lotta senza quartiere sino al cuore dell’Europa.

L’articolo prosegue riprendendo i contenuti di alcuni approfondimenti apparsi recentemente su piattaforme israeliane per addetti ai lavori, come IntelliTimes, che dipingerebbero la Turchia come un feudo iraniano e viene dato spazio alle dichiarazioni del giornalista Makor Rishon, vicino al primo ministro Benjamin Netanyahu, del quale viene riportata una controversa frase risalente a gennaio scorso: “Adesso che Qassem Soleimani è sepolto sottoterra, è tempo di focalizzarci sulle trame del suo gemello, Hakan Fidan”.

Fidan non è il membro di qualche organizzazione terroristica jihadista, e non è un esponente del regime rivoluzionario iraniano, ma è il direttore del MIT. Le parole di Rishon sono state quindi interpretate come una vera e propria minaccia ed il quadriumvirato arabo-israeliano è stato accusato di voler propagandare un legame inesistente fra Ankara e Teheran avente il solo scopo di ridurre le ambizioni di potere della prima nella regione mediorientale.

Il Mossad viene ritenuto l’artefice di ogni scandalo coinvolgente il movimento gulenista avvenuto negli anni recenti, dentro e fuori i confini turchi. Le due entità si scambierebbero preziose informazioni di intelligence, per mezzo delle comunità diasporiche all’estero, per colpire ed indebolire l’apparato erdoganiano e, inoltre, collaborerebbero per la demonizzazione mediatica del presidente turco. Riguardo quest’ultimo punto, il Daily Sabah riferisce che Gülen sarebbe tra i finanziatori di Haaretz, uno dei più importanti giornali israeliani.

Il Mossad nel mirino

Il Daily Sabah ha illustrato nei dettagli il modus operandi del Mossad, il servizio segreto israeliano per la sicurezza esterna, ricostruendo con dovizia di particolari le tappe più importanti del partenariato con Riad, dalla collaborazione nella sfera cibernetica alla neutralizzazione dei “cervelli pericolosi”, ossia gli scienziati dietro i programmi nucleari, biologici o chimici di potenze rivali come Iraq e Iran.

Secondo il quotidiano, il programma Pegasus, un software israeliano impiegato per la geolocalizzazione, sarebbe stato dato a Riad per permettere l’eliminazione di Jamal Khashoggi, un detrattore della famiglia Saud scomparso all’interno del consolato saudita ad Istanbul il 2 ottobre 2018.

Lo stesso software sarebbe costantemente richiesto dalle altre petromonarchie del golfo per perfezionare le capacità investigative dei loro apparati di sicurezza, ma si tratterebbe di un affare-trappola. Infatti, prosegue il Daily Sabah, “dato che la principale banca dati di questo software per lo spionaggio si trova a Tel Aviv, Israele può seguire le attività dei suoi alleati”. In questo modo, Israele sarebbe a conoscenza dell’utilizzo che gli acquirenti fanno di Pegasus e questo consentirebbe la raccolta di dati estremamente sensibili, utili per portare avanti ricatti e sapere le mosse dei partner.

Vengono, poi, ricostruite la rete di alleanze e organizzazioni di copertura di cui disporrebbe il Mossad nell’Europa centrale e balcanica, indicando i nomi di aziende che ne farebbero presumibilmente parte; vengono fatti i nomi di due scienziati che sarebbero stati uccisi dal Mossad nel 2017 e 2018 e, infine, viene dedicato un intero paragrafo ad Adi Lieberman e Neda Amin.

La Lieberman, secondo la descrizione del Daily Sabah, sarebbe una spia specializzata in affari iraniani, fluente in lingua farsi, che avrebbe giocato un ruolo di primo piano durante la cosiddetta primavera iraniana del 2009 e nell’organizzare la fuga in Israele di dissidenti anti-khomeinisti come Payam Feili e Caspian Makan.

La Amin è una cittadina iraniana che nel 2014 ha chiesto asilo politico in Turchia ma che è stata espulsa tre anni dopo per presunte attività di spionaggio in favore di Israele. La donna, sulla quale gli investigatori avevano iniziato ad indagare nel 2016 alla luce del suo lavoro da remoto per il Times of Israel, ritenuto sospetto, nel luglio 2017 fu trovata in possesso di un cellulare e di un computer portatile con all’interno installati dei software per la sorveglianza. Le prove schiaccianti spinsero le autorità turche ad emanare un ordine di deportazione, tradottosi nel suo trasferimento a Tel Aviv.

Leggere fra le righe

L’articolo-denuncia del Daily Sabah presenta un contenuto molto forte ed è caratterizzato dall’utilizzo di toni ostili e dall’assenza di condizionali. Quest’ultimo punto è particolarmente importante perché il messaggio veicolato alla platea è che il giornale, ossia il MIT, garantisce per la qualità e la credibilità delle informazioni esposte e si assume la responsabilità delle gravi accuse mosse a Tel Aviv, che spaziano dalla complicità in omicidi all’esecuzione degli stessi.

I due paesi hanno avuto modo di collaborare nel corso della pandemia ma ciò non deve trarre in inganno: Ankara ha dato il via libera ad un carico di merci destinato al mercato sanitario israeliano ottenendo in cambio di poter inviare aiuti ai territori palestinesi. Non si è trattato, quindi, di un riavvicinamento diplomatico ma di un do ut des all’insegna del pragmatismo.

Il protagonismo turco nel mondo islamico, palesatosi nel soccorso alla Palestina e nell’invio di carichj umanitari in decine di paesi durante il Ramadan, è la prova provante che l’obiettivo post-pandemia di Ankara è il consolidamento del proprio ruolo di difensore della umma, costruito faticosamente e lentamente negli anni dell’era Erdogan.

Si tratta di uno status ambito in passato dall’Egitto e per il quale si fronteggiano dal 1979 l’Arabia Saudita e l’Iran. È importante parlarne, perché è solo introducendo e comprendendo questo disegno georeligioso che si può dare un’interpretazione all’entrata dei Fratelli Musulmani e di Hamas nell’orbita turca e al braccio di ferro inaugurato con l’asse Tel Aviv-Riad. Azioni e messaggi fra le righe lasciano supporre che tutto sia pronto per la trasformazione di questa rivalità in un vero e proprio scontro egemonico per il dominio sulla civiltà islamica.

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