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La Turchia di Recep Tayyip Erdogan è da tempo oscillante tra la vicinanza all’Occidente, sostanziata sino a pochi anni fa dalla fedele aderenza ai principi della Nato e dai colloqui poi naufragati per l’ingresso nell’Unione europea, e una proiezione euroasiatica che appare motivata da ragioni di carattere strategico, securitario ed economico. Dalla volontà, in altre parole, di ribaltare gli esiti disastrosi delle politiche neo-ottomane impostate da Erdogan e dal suo fedele alleato Ahmet Davutoglu a inizio decennio proiettando il proprio potenziale nella regione in cui Ankara ha fallito nella conquista dell’egemonia, utilizzando la politica economica e i nuovi sviluppi strategici per acquisire rilevanza.

In questo contesto, la Turchia ha approfondito la relazione con la Russia, punta sul rilancio della propria influenza in Asia Centrale, come testimoniato dal viaggio compiuto da Erdogan nel maggio scorso in Uzbekistan e, in prospettiva, punta sulla Cina. Come segnalato nel report dell’Ispi Turkey: Towards a Eurasian Shift, l’avvicinamento tra Pechino e Ankara parte da motivazioni economiche: il volume di scambi bilaterali si è ampliato da 1 miliardo di dollari nel 2002 a 27,6 nel 2016. In filigrana, si intravede tuttavia il seme di una collaborazione che potrebbe amplificarsi su altri profili, come del resto fanno intuire diversi recenti sviluppi.

Dalla “Nuova Via della Seta” alla sicurezza: i dossier aperti tra Turchia e Cina

Erdogan si è recato a Pechino a maggio 2017 per partecipare al forum sulla “Nuova Via della Seta” e sancire l’interesse della Turchia per il progetto. Pepe Escobar ha scritto su Asia Times che l’integrazione turca nell’ordine geopolitico euroasiatico potrebbe essere rafforzato dalla realizzazione dell’imponente linea ferroviaria Baku-Tbilisi-Kars (BTK), definita da Erdogan come un’importante catena della “Nuova Via della Seta”.

La partnership sino-turca sta, di recente, rafforzandosi notevolmente, dato che la Cina ha avviato un programma di consultazioni con Ankara in materia di difesa e sicurezza, fatto non neutrale se si pensa al fatto che la Turchia è membro della Nato già sotto osservazione per i legami analoghi con la Russia e gli Stati Uniti sono in diretta competizione con Pechino. Di recente, Erdogan ha incontrato Xi Jinping ai margini del forum Brics di Johannesburg e aperto alla cooperazione strategica, sanzionata da una recente visita di una delegazione militare cinese in Turchia di cui ha dato notizia Al Monitor.

Discussioni militari ad alti livelli tra Turchia e Cina

Il 26 luglio scorso, scrive Al Monitor, “una delegazione militare cinese guidata dal Generale Licun Zhou, commissario politico del Joint Warfare Institute della National Defense University ha visitato la Turkey National Defense University”. Le conversazioni bilaterali tra vertici militari hanno riguardato “l’ampliamento della cooperazione nella preparazione professionale, nelle esercitazioni congiunte, nell’industria degli armamenti, nella lotta al terrorismo, nei campi dei servizi segreti, dell’intelligenza artificiale e della cyberwarfare“.

Due mesi prima, ufficiali cinesi avevano presenziato a delle manovre dell’esercito turco a Izmir, dichiarandosi interessati alle nuove armi testate dalle forze armate di Ankara e dai livelli raggiunti da queste ultime nella cooperazione interforze. Del resto, in Turchia è forte il “partito cinese”, ovverosia il campo di coloro che guarderebbero con favore a un ampliamento della cooperazione con Pechino oltre il fronte commerciale, “trasformando la relazione bilaterale in una struttura di collaborazione multidimensionale”, come dichiarato da Altay Atli, accademico dell’Istanbul Policy Center della Sabanci University. E di recente, in maniera esplicita, un avallo a questo pensiero è giunto proprio dal leader del Paese anatolico: il Presidente Erdogan.

L’editoriale di Erdogan sul New York Times, un’apertura alla Cina?

Nell’ultimo mese, Turchia e Stati Uniti sono arrivate ai ferri corti nel loro contenzioso geopolitico ed economico e Washington non ha nascosto il proprio ruolo nelle turbolenze dell’economia turca che nell’ultimo mese sono state amplificate dai dazi commerciali imposti dall’amministrazione Trump e dal crollo della lira turca, peraltro originatosi da problematiche interne al Paese anatolico, che vive la fine dell’era della crescita impetuosa di inizio millennio. 

Erdogan ha affidato a un editoriale pubblicato sul New York Times una risposta al vetriolo: “Se gli Usa non invertono la tendenza all’unilateralismo e alla mancanza di rispetto saremo costretti a iniziare a cercare nuovi amici e alleati”, scrive il leader turco. “Le azioni unilaterali degli Usa nei confronti della Turchia – continua – serviranno solo a minare gli interessi e la sicurezza americani. Prima che sia troppo tardi Washington deve rinunciare all’idea che le nostre relazioni siano asimmetriche, e accettare il fatto che la Turchia ha alternative”.

Con queste parole, Erdogan annuncia di fatto che la Turchia accelererà nel suo percorso sulla pista euroasiatica. L’apertura alla Cina in settori delicati e strategici come l’intelligence e la sicurezza segnala come Ankara, oramai, gioca da battitrice libera nello scenario internazionale e si senta legittimata a sviluppare una diplomazia parallela a quella tradizionalmente portata avanti. Messaggi importanti segnalano come Ankara stia da tempo programmando questa svolta, che se concretizzata cambierebbe notevolmente gli equilibri internazionali e il futuro di un Paese che, a cavallo tra Europa e Asia, tra Mediterraneo e Medio Oriente, tra Oriente e Occidente, nel suo approccio al mondo riflette da secoli questa natura duale.

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