La Turchia di Erdogan è pronta ad entrare nuovamente in Siria e, ancora una volta, a bombardare le postazioni e gli obiettivi dei curdi. È quanto emerge dalle ultime rivelazioni che arrivano da Ankara, secondo cui l’esercito turco sarebbe già in posizione per oltrepassare il confine siriano. Una riproposizione dunque delle precedenti operazioni compiute tra il 2016 ed il 2018 e che hanno preso il nome rispettivamente di “Scudo nell’Eufrate” e “Ramoscello d’Ulivo“. La prima è servita per sbaragliare l’Isis a nord di Aleppo ed evitare il ricongiungimento territoriale dei territori curdi della Rojava. La seconda invece ha riguardato il cantone di Afrin ed è stata la prima ad essere mirata, in Siria, contro le milizie curde. 

Il nuovo piano di Erdogan in Siria

Ad ufficializzare le intenzioni del governo turco, è lo stesso presidente Recep Tayyp Erdogan. Il capo di Stato nei giorni scorsi è intervenuto, in particolare, nel corso di una riunione dell’industria della difesa ad Ankara. “Spazzeremo via i terroristi curdi dai nostri confini – ripete più volte Erdogan – Ormai è giunto il momento di cacciare via il Pkk ed i suoi alleati dall’est dell’Eufrate”. Ed è qui che vi è la prima vera novità rispetto alle due operazioni sopra accennate. Ad Afrin ed a nord di Aleppo i soldati turchi si sono sempre mantenuti ad ovest dell’Eufrate, andando a colpire obiettivi dell’Isis oppure, come nel caso proprio di Afrin, delle milizie Ypg. In nessuna di queste due operazioni l’esercito di Ankara ha avuto a che fare con gruppi sostenuti da altre potenze. 

Ad est dell’Eufrate il discorso cambia. Qui i curdi sono stanziati in alcune aree addirittura dall’inizio della guerra, ma qui soprattutto hanno il pieno appoggio degli Usa. L’Isis infatti, fino al 2016, risulta esteso anche all’interno delle province di Al Hasakah e Deir Ezzor e quindi le due più orientali. Per tal motivo la coalizione a guida Usa ha bombardato il califfato ed ha armato curdi e filo curdi, raggruppati dall’ottobre del 2015 nella coalizione cosiddetta Sdf (Siryan Democratic Force). Ed una volta rilegato lo Stato Islamico nelle ultime sacche al confine con l’Iraq, qui Washington ha piazzato basi militari e forze speciali. Un ingresso delle truppe turche in questa area, rischierebbe di far entrare Ankara in contatto diretto con interessi americani. Un’eventualità a cui Erdogan ha fatto riferimento, anche se nel suo tono minaccioso sembra però voler ridimensionare il pericolo: “Noi non abbiamo nulla contro gli americani, noi vogliamo solo proteggere la Turchia dai terroristi”. 

Il perchè dei nuovi piani turchi

Dalle rive dell’Eufrate fino al nord dell’Iraq, il Kurdistan sembra non avere confini. La divisione tra regione curdo – siriana e regione curdo – irachena sembra più politica, ma nei fatti la battaglia anti Isis lascia nel nord della Siria e nel nord dell’Iraq due importanti territori a maggioranza curda confinanti tra loro. Ed è lo scenario che maggiormente teme la Turchia. Proprio per evitare tale eventualità da Ankara negli ultimi due anni ci si è mossi nel nord della Siria con le due operazioni sopra richiamate. Ed un primo risultato Erdogan l’ha ottenuto: evitare la creazione di una maxi regione a maggioranza curda tra Aleppo ed Al Hasakah. Ma il problema rimane, in questi mesi è tornato prepotentemente a manifestarsi. 

I curdi siriani ed i curdi iracheni scambiano armi lungo confini oramai quasi del tutto divelti, creando apprensione per la Turchia. Ankara infatti da mesi denuncia, tra le altre cose, l’intensificazione di attacchi ed imboscate nei punti più meridionali dei suoi confini con Siria ed Iraq. Segno che una certa attività da parte dei curdi non solo non è mai cessata, ma si è forse addirittura intensificata. Non a caso la Turchia, nella silente approvazione di Baghdad, già da questa estate effettua incursioni con il suo esercito nelle montagne più settentrionali del Kurdistan iracheno. Qui Ankara avrebbe piazzato anche delle vere e proprie basi. Adesso per Erdogan sembrerebbe arrivato, secondo i suoi piani, di tornare ad attuare queste operazioni nuovamente nel nord della Siria.