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Grecia e Turchia sono tornate a dialogare dopo cinque anni. Nel palazzo Dolmabahce di Istanbul, le delegazioni di Atene e Ankara si sono incontrate per un primo round di colloqui esplorativi che hanno al centro le tensioni nell’Egeo. I due Paesi si trovano su posizioni diametralmente opposte e le trattative non appaiono facili. Gli Stati Uniti hanno plaudito alla ripresa del dialogo dopo il lungo stop iniziato nel 2016. Ma in attesa di un nuovo vertice esplorativo ad Atene, le parti appaiono comunque distanti. Consce del fatto che dietro queste prime flebili aperture c’è un mare, materiale e figurato, che le divide in modo esistenziale.

I messaggi lanciati dalle due parti, in questo senso, non sono affatto buone. E mostrano come la questione sia diplomatica, certo, ma anche decisamente militare. La Grecia ha confermato l’acquisto di 18 caccia Rafale dalla Francia, con l’annuncio, da parte del ministro greco della Difesa, che questo accordo tra Atene e Parigi “manda un messaggio evidente in diverse direzioni”. Inutile sottolineare che la mossa abbia chiaramente il sapore dell’avvertimento ad Ankara, dal momento che proprio la Francia era stata il Paese che da subito aveva preso le parti della Grecia nell’escalation del Mediterraneo orientale lo scorso anno. Emmanuel Macron e Recep Tayyip Erdogan si scrutano in cagnesco, anche se ultimamente sembrano aver ripreso anche loro, in concomitanza con i timidi segnali di dialogo turco-ellenici, la via della diplomazia. Una scelta legata al fatto che Erdogan sa benissimo che è a Parigi che deve rivolgersi se vuole avere un ulteriore e nuovo margine di manovra nel Mediterraneo e non solo. Sul fronte dell’Egeo, in Libia, in Siria e in vasti settori dell’intelligence, Francia e Turchia sono interlocutori necessari e scomodo l’una per l’altra. Ma è da questo canale diplomatico che possono arrivare le vere svolte nella querelle con la Grecia, visto che è Oltralpe che viene diretto il blocco anti turco composto non solo dalla Grecia, ma anche da Cipro, Egitto ed Emirati Arabi Uniti.

La prova di queste nuove aperture tra Parigi e Ankara è che se prima, tra estate e autunno, Atene ha evitato e rifiutato qualsiasi dialogo con la controparte turca accusandola di azioni illegali e di mettere a rischio la sovranità ellenica ed europea, oggi sono ripresi i round esplorativi. Trattare con la Grecia serve del resto ad accreditarsi come interlocutore anche nei confronti dell’Europa. Ma è chiaro che a fronte dell’utilità di ritrovare il dialogo con questi due “partner”. Erdogan abbia dovuto presentarsi al tavolo delle trattative dimostrando di poter esprimere la propria forza in qualunque momento. Lo ha fatto con le esplorazioni delle navi turche nelle aree contese alla Grecia, e lo continua a fare anche adesso, trovando tra l’altro terreno fertile in tutti i partiti, sia della maggioranza che dell’opposizione. La peculiarità di Ankara, infatti, è quella di saper ritrovare l’unità di intenti soprattutto in politica estera, dimostrando una convergenza di interessi difficilmente paragonabile a quella di molte potenze occidentali.

Arrivare al tavolo da una posizione di forza significa anche rispondere colpo su colpo agli annunci della controparte. La Grecia, mostrando di aver raggiunto l’accordo per i caccia francesi, e di trattare per nuove fregate con Parigi ma anche con Washington, ha fatto capire di voler blindare il proprio mare a prescindere da qualsiasi negoziato. La Turchia ha risposto a queste manovra con una dimostrazione di forza particolarmente importante: il giorno dei prima dei colloqui di Istanbul, nella stessa città turca è stata varata una nuova fregata completamente di produzione nazionale che porta proprio il nome dell’antica capitale del Paese.

La nave, prima di una serie di imbarcazioni appartenenti alla classe Istanbul, è uno dei fiori all’occhiello del programma Milgem, il piano di rafforzamento delle forze armate turche che prevede soprattutto l’investimento su larga scala della produzione domestica di unità navali e mezzi militari. Erdogan, presente al varo della nuova punta di diamante della flotta, è stato chiarissimo: “Avere forza militare, economica e diplomatica è un obbligo, non una scelta per la Turchia”. Il Sultano ha poi continuato ricordando le capacità turche di soprassedere all’embargo imposto dai Paesi occidentale, ma soprattutto ha aperto un nuovo fronte di dialogo ricordando che “la Turchia diventa un Paese che soddisfa le esigenze dei Paesi amici e alleati così come se stessa in termini di veicoli terrestri e marittimi”. E lo stesso presidente turco ha ribadito che anche sul fronte dei sottomarini il suo Paese ha iniziato un programma di rafforzamento che prevede il lancio di sei nuove unità nei prossimi anni.

La scelta di Erdogan ha un doppio significato. Da una parte ha voluto lanciare un segnale alla Grecia mostrando le capacità della marina turca nel momento in cui i due Paesi avrebbero dovuto parlare a poche ore di distanza proprio riguardo questioni marittime. E non a caso nelle stesse ore Kyriakos Mytsotakis ha incontrato il ministro della Difesa francese per ufficializzare gli accordi sui caccia. Ma il messaggio di Erdogan è anche più profondo e riguarda soprattutto la Nato, includendo quindi Francia e Stati Uniti. La Marina, ha detto Erdogan, sarà per i prossimi cinque anni in grado di manifestare un potere superiore rispetto alle altre forze. Per Ankara in questo momento è essenziale acquisire la capacità di proiettare la propria forza nel Mediterraneo: e non a caso sono iniziati i lavori per fregate, sottomarini e soprattutto per la portaerei Anadolu, che avrebbe dovuto essere il vero fiore all’occhiello della flotta turca sognata da Erdogan. Usiamo il condizionale perché è vero che i lavori proseguono, ma, in assenza degli F-35 bloccati dall’America, l’Anadolu risulta una portaerei il sui valore è sostanzialmente dimezzato. Impossibile pensare di sostituire nel breve termine gli F-35 con mezzi di altre nazioni, in particolare cinesi o russi, per evitare uno scontro totale con gli Stati Uniti e l’Alleanza atlantica. Ma è chiaro che quei mezzi aerei a Erdogan servono. E anche molto. Anche per questo ha iniziato di nuovo a parlare con Francia e Grecia e mostrare una volontà di migliorare i rapporti anche con altri partner dell’Alleanza atlantica in Medio Oriente.

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