“L’aviazione turca ha adottato l’Aerospace and Missile Defense Concept nel 2002 e ha avviato lavori di progetto su un sistema di difesa missilistico integrato (…). La Turchia è un alleato della Nato e ospita comando della Nato Forze terrestri a Smirne” è quanto si legge su The Word Factbook, pagina del sito internet della Central Intelligence Agency dedicata a report su tutti i paesi nei quali l’agenzia opera.

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Il rapporto parla chiaro: quale membro Nato, Ankara dispone di equipaggiamenti e segue protocolli dell’Alleanza Atlantica.Eppure, non più di una settimana fa, alcune testate giornalistiche riportavano la notizia di un improvviso interesse del presidente Recep Tayyip Erdogan per un sistema di difesa missilistica made in Russia: “Prima i missili cinesi  HQ9 (versione di Pechino dell’S-300), poi direttamente le batterie da difesa aerea e contro i missili balistici e da crociera prodotte in Russia”. (AnalisiDifesa, 12 ottobre 2016). Una notizia passata in sordina. Perché?

Questione di procedure

“La capacità di lavorare insieme è più importante che mai per l’Alleanza. Gli Stati devono condividere un insieme comune di norme, soprattutto tra le forze militari per effettuare operazioni multinazionali”. La Nato lo scrive sul suo stesso sito internet: nessuno fa come vuole, esistono regole e procedure che tutti gli aderenti al Patto Atlantico devono seguire, perché “la standardizzazione permette un uso più efficiente delle risorse e quindi migliora l’efficacia operativa dell’Alleanza”. Organi come il Committee for Standardization vigilano, poi, affinché i parametri vengano implementati e rispettati. Ecco spiegato il motivo per cui l’Italia non ha mai avuto caccia MiG e perché i missili russi ordinati dalla Turchia faranno la fine di quelli cinesi.

Stop a Pechino

Nel novembre di un anno fa, Ankara ha annullato un ordine da oltre 3 miliardi di dollari siglato con la CPMIEC (China Precision Machinery Import-Export Corporation) nel settembre 2013, per l’acquisto di batterie di HQ-9. Motivo, l’incompatibilità delle armi cinesi con le procedure Nato. Nel maggio 2015, pochi mesi prima della crisi del Sukhoi, all’ International Defense Industry Fair di Istanbul il responsabile del Russian Defence Export Sergey Goreslavsky dichiarava all’agenzia TASS un crescente interesse turco per le batterie S-300.

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Fra il 2015 e il 2016, la Nato ha schierato in Turchia batterie antimissile tedesche, olandesi e italiane, ma Erdogan continuerebbe a chiedere preventivi per armi che, come accennato, sono inadeguate agli standard del suo Paese. Qual è allora il suo gioco? La risposta è nelle parole pronunciate dal Presidente turco in occasione della battaglia per Mosul: “Non saremo responsabili delle conseguenze negative che potrebbero emergere da qualsiasi operazione che non includa la Turchia. Noi saremo coinvolti sia nell’operazione che nel successivo tavolo negoziale”.

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I timori di Ankara, dunque, sono quelli di non avere voce in capitolo nel riassetto geopolitico del Medio Oriente, al termine della campagna contro l’Isis e in seguito ad una eventuale, prossima fine del conflitto civile siriano. Tre anni fa, alla notizia del possibile acquisto di testate HQ-9, il direttore di Bigesam Atilla Sandikli dichiarava a Reuters che l’impressione turca è quella “che gli alleati della Nato siano lontani dall’idea di una coproduzione e di trasferimento tecnologico”. In due parole: l’Alleanza Atlantica ha bisogno della Turchia in quanto Paese strategico, ma non vuole concederle troppo peso internazionale.

Ricorrendo ad un paragone calzante (e un po’ azzardato), il tentativo di acquisizione di tecnologie russe e cinesi è come la minaccia nucleare nordcoreana, cioè qualcosa di non fattibile, realizzato solo per attirare l’attenzione del mondo e per convincere l’Occidente a rinegoziare il ruolo e il peso di Paesi che si sentono esclusi dal gioco politico internazionale.

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