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La Turchia ricopre una posizione assolutamente strategica e di importanza centrale all’interno della Nato, in quanto si tratta di un Paese perfettamente a metà fra Occidente ed Oriente. Un portone che si colloca fra le due realtà, una cinghia di trasmissione dalla quale passano, peraltro, numerose questioni: non ultime, quella dei rifugiati siriani e quella degli jihadisti dell’Isis partiti come foreign fighter dall’Europa e pronti a farvi ritorno (è dall’11 novembre 2019 che Recep Tayyip Erdogan ha avviato le procedure di rimpatrio).

Questa peculiarità geografica e geopolitica di Paese di mezzo fu compresa sin da subito dai membri fondatori dell’Alleanza Atlantica. La Turchia, la quale proveniva dalla rivoluzione laica di Mustafà Kemal, detto Ataturk, avviata al principio del XX secolo, avrebbe rappresentato non soltanto un’interessante sfida per l’Occidente – intento a trarla sotto la propria sfera di influenza -, ma anche una strategia di lungo periodo nella sfida “fredda” all’Unione sovietica. Difatti, Ankara (insieme ad Atene) fu inclusa nel primissimo allargamento dell’Organizzazione, effettuato il lontano 18 febbraio del 1952.

La spinta filo-occidentale della Turchia nel Novecento

Gli slanci endogeni della Sublime Porta verso l’esterno nascono da un amalgama ben congeniato fra la storia 900esca del Paese e le nuove pulsioni venute in essere con tutti gli accadimenti internazionali di spessore mondiale che si sono verificati dalla fine del secolo scorso: la caduta dell’Unione Sovietica, l’unipolarismo americano, l’accelerazione del processo di integrazione europea, l’emersione della Cina, la riorganizzazione progressiva degli equilibri mondiali.

Senza ombra di dubbio, il modello di Turchia laicizzata, filo-occidentale e de-islamizzata cui aveva pensato Kemal durante la sua rivoluzione e la sua ascesa al potere ha avuto una notevole influenza sulle scelte del Paese venute in essere dopo la sua morte (anno domini 1938). Non a caso, rimase neutrale durante la Seconda guerra mondiale, per quanto il suo appoggio si fosse indirizzato agli Alleati, che sconfissero la Germania nazista.

L’inglobante sfera anglo-americana introiettò in sé la Turchia, che a sua volta preferì il mondo europeo-occidentale a quello sovietico. Divenne un baluardo di difesa del Mar Mediterraneo dall’Urss, su garanzia degli Stati Uniti: nel 1952, come già detto, aderì alla Nato, permettendo subito l’installazione sul proprio territorio di basi militari, tuttora attive e funzionanti secondo i miglioramenti e rinnovamenti dei tempi (la più grande delle quali si trova ad Incirlik).

Pur tuttavia, Ankara non permise una fagocitazione totale, e tale da indurla a rispettare alacremente ogni diktat che potesse provenire da Washington o da Bruxelles (l’attuale sede della Nato, dopo Londra e Parigi). La sua aurea medietà non poteva non essere giocata a favore di un interesse nazionale forte e coerente, il quale è stato sottolineato soprattutto con l’arrivo al potere di Recep Tayyip Erdogan, prima come primo ministro e poi come presidente della Repubblica turca (i cui poteri sono stati recentemente implementati a livello giuridico e costituzionale).

Le nuove pulsioni turche sotto Erdogan

L’indirizzo politico intrapreso dalle amministrazioni di Erdogan, qualunque ruolo egli abbia ricoperto in esse, e dal suo partito – l’Apk, il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo, di stampo spiccatamente conservatore e, nondimeno, islamico – si possono identificare secondo la dicitura di neo-ottomanesimo. Ovverosia, traslitterazione nella contemporaneità della passata dominazione imperiale della Sublime Porta nei confronti dei Paesi mediorientali e di Maghreb-Mashrek, della centralità ricoperta dalla Turchia nella comunità musulmana internazionale e, infine, dell’influenza culturale non indifferente del Paese nei confronti del vicinato.

La posizione geografica favorevole, le alleanze al di là dei confini nazionali e l’esercizio della forza politica hanno consentito ad Ankara di creare una propria micro-area egemonica, con uno sguardo sempre aperto verso l’Europa, ma più per interessi economici che non per affinità politiche ed istituzionali. Non a caso, piuttosto che al mondo occidentale, la Turchia è meglio disposta nei confronti di quello euro-asiatico: la comprensione dell’evoluzione verso il multipolarismo globale ha giocato un ruolo importante in questa scelta.

Senza dimenticare la non celata bramosia, in quanto potenza sempre più emancipata ed indipendente (nonostante i lampanti scricchiolii economici), di porsi come alfiere del mondo islamico. Laddove esistono già, per di più, due teste d’idra di cospicuo spessore: l’Arabia Saudita, monarchia feudale e wahhabita inondata di petrodollari e di basi militari americane; l’Iran, repubblica islamica sciita molto popolosa e dalle straordinarie competenze tecnologiche ed industriali, memore della rivoluzione khomeinista e dallo spiccato indipendentismo politico. Con l’aggiunta del Marocco, molto influente, e dell’Egitto, di gran lunga il più popoloso fra questi Stati, e Paese in cui l’esercito ha sempre ricoperto un ruolo chiave (anche durante l’ascesa del panarabo Gamal Abdel Nasser).

Inoltre la politica estera turca, nelle sue spinte ideali e nella traduzione di queste ultime in fattuale realtà, non si limita al neo-ottomanesimo ed alla ricerca di protagonismo ai bordi dell’Anatolia, in Medio Oriente e nei Balcani meridionali. Essa contempla anche:

  • spinte nazionaliste, nel senso di preservazione dell’interesse turco al di sopra di possibili decisioni di cooperazione e concordia con altre nazioni che abbiano in sé eventualità lesive;
  • movimenti relativi al panturchismo, nato nella prima metà dell’Ottocento e foriero di un messaggio non stringentemente etnico, bensì soprattutto ideologico (fu alla base del panarabismo tanto cercato, stimato ed amato da leader come Nasser e Gheddafi);
  • il revanscismo islamico, il quale è stato già enucleato in precedenza;
  • il turanismo, nato a metà Ottocento nel tentativo di attuare una comunione spirituale e di intenti fra popolazioni mongoliche ed uralo-altaiche, e che oggi si traduce nei rapporti stretti della Turchia con l’Ungheria di Viktor Orban, il Kazakistan e le popolazioni delle ex Repubbliche sovietiche del Centro Asia.

Gli interrogativi sull’appartenenza della Turchia alla Nato

L’interessata ambivalenza con la quale la Turchia si atteggia nei confronti dell’Alleanza Atlantica ha una duplice spiegazione: il perseguimento di un disegno di protagonismo internazionale, il che non può precludere nessun attore, specie se non secondario (un fattore che, ad esempio, la Vecchia Europa, ancorata sempre a vecchi equilibri, ancora non ha compreso); la consapevolezza di essere imprescindibile per la Nato.

Un rapporto di tal fatta, facilmente deteriorabile e per ciò stesso meno equilibrato e più freddo di quello che Bruxelles (e Washington) auspicherebbe (-ro), genera inevitabilmente asimmetrie. Il silenzio e l’inerzia della Nato stessa nei confronti dell’azione turca nel nord della Siria sono emblematici, da questo punto di vista.

Un’organizzazione, il cui ipotetico obiettivo sarebbe la garanzia della pace – un perseguimento spesso pervertito e metamorfizzato secondo disegni altri rispetto a questo prospetto -, non è intervenuta nei confronti dell’aggressione indebita di un proprio Stato membro nei confronti di un Paese straniero e sovrano, quale la Siria medesima. Se non con un’espressione formale di preoccupazione per una possibile destabilizzazione dell’area. Molto di più è stato fatto invece dai soli Stati Uniti, per bocca di Donald Trump, che ha non soltanto scritto personalmente ad Erdogan, chiedendogli di “non essere sciocco”, ma ha anche minacciato sanzioni economiche.

Un’ipocrisia lancinante ed abbacinante quindi, questa dell’Alleanza Atlantica, secondo Leonardo Tricarico, già Capo di Stato Maggiore del’Aeronautica militare italiana. In ogni caso, nonostante questa contraddizione mai doma, le rimostranze e le perplessità sull’appartenenza della Turchia alla Nato, naturalmente, non sono mancate. Non incidentalmente, invero, sarebbe (stato) sorprendente il contrario.

Ancora nel 2017, il politologo e scrittore americano Daniel Pipes, di area neo-conservatrice (dunque insistente sulla posizione di primazia militare e politica degli Stati Uniti nel mondo, secondo la logica dell’interventismo in tutto il globo), aveva scagliato sul proprio Middle East Forum – tradotto in italiano da Analisi Difesa – uno strale micidiale contro la presenza della Sublime Porta nell’Alleanza Atlantica. Sostenendo che Ankara fosse un problema fulcrale e non più rimandabile in seno a quest’ultima: un problema di cui sbarazzarsi in maniera semplice e decisa, con l’esclusione dall’Organizzazione ed il contenimento internazionale.

Uno dei motivi addotti all’incompatibilità fra le due parti è stato, come antecedentemente espresso in più occasioni, la caratteristica natura ambivalente della Sublime Porta, e le relative scelte internazionali. Fra queste, l’adesione alla Shangai Cooperation Organization nel 2013 ed l’acquisto degli S-400 russi nel 2019. Esse non soltanto fatto discutere, ma anche e soprattutto minato alla base le speranze di coloro che vorrebbero (od avrebbero voluto) “normalizzare” – in ottica occidental-centrica – il Paese anatolico, data la già fragile stabilità dell’Alleanza.

“Insubordinazioni” turche: SCO ed S-400 russi

Senza ombra di dubbio, i due fatti citati precedentemente sottolineano due particolarità di importanza inossidabile per la Nato e per il suo rapporto con la Turchia. In primo luogo, stando ancora in piedi il legame fra le parti, l’Alleanza non vuole permettersi di perdere un Paese che non soltanto è geograficamente strategico, ma che inoltre è il secondo contributore, a livello di uomini in arme; in secondo luogo, per le caratteristiche storiche e geopolitiche che contraddistinguono Ankara, essa si può permettere una qual certa libertà di azione.

Nell’aprile del 2013, la Turchia ha firmato un memorandum per approdare allo status di partner dialogico per la Shangai Cooperation Organization, un’organizzazione di sicurezza regionale che coinvolge Russia, Cina e le ex Repubbliche sovietiche dell’Asia Centrale, e la cui interazione si effettua nei campi economico, politico e di difesa. Un’idea alla cui base si celavano le reticenze di molti membri dell’Unione Europea sull’eventualità di un’adesione turca: reticenze che hanno spinto Ankara a cautelarsi, schierandosi in una posizione eminentemente più filo-orientale.

Nell’autunno del 2019, dopo aver siglato un accordo con multiple garanzie ancora nel 2017, l’acquisto da parte di Erdogan e Cavusoglu (Ministro degli Esteri) dalla Russia di Putin delle batterie missilistiche di difesa anti-aerea S-400 si è fatto concreto (i primi componenti erano giunti in luglio). Precipuamente progettati per poter fronteggiare gli F-35 di marca americana in un eventuale scontro bellico, sono un’eccellente evoluzione delle tecnologie sovietiche antecedenti, le quali tuttora sono peraltro in grado di svolgere un ottimo lavoro (prova ne sia il loro utilizzo in Siria come contraerea contro gli attacchi di Israele e non solo).

Un vero e proprio – se è consentito utilizzare tali termini – torto di abissali dimensioni, compiuto nei confronti degli Stati Uniti soprattutto, il cui programma di cacciabombardieri stealth non può coincidere con l’appartenenza di chi vi contribuisce in ricerca ad una controparte verso la quale essi potrebbero ipoteticamente essere adoperati. Come sottolineato dall’Ispi, la diatriba non è banalmente bilaterale, ma interessa tutta l’Alleanza.

Tuttavia, non esistono procedure di infrazione nel meccanismo infrastrutturale della Nato, e l’espulsione della Turchia non viene contemplata dai vari leader nazionali (nonostante talune diatribe, ininfluenti comunque ai fini di una decisione “estrema” sull’argomento): per ciò stesso, la questione si fa veramente molto delicata. Entra in gioco qui il famoso doppio volto, il Giano Bifronte della Turchia, che le consente sia di non far mettere in dubbio la sua appartenenza all’Alleanza Atlantica, sia di avere la possibilità di giocare in contemporanea partite su altri tavoli, senza troppe compromissioni. Una posizione che, tuttavia, pone la Nato di fronte ad un bivio.

La debolezza della Nato dinanzi al camaleontismo turco

Le scaturigini della mancata intransigenza dell’Alleanza Atlantica di fronte alle insubordinazioni di Ankara si situano nel contesto storico e geopolitico particolarmente poco favorevole all’Organizzazione medesima. I cui dettami sono stati corroborati, peraltro, dall’accondiscendenza del Presidente Jens Stoltenberg, il quale ha ribadito l’importanza centrale della Turchia a tutti i meeting che si sono tenuti in autunno (fra Bruxelles, Lubiana e Londra).

Infatti, nel 2019, genetliaco per i 70 anni di esistenza della Nato (alla ricerca di novelle sfide e prospettive) – non esageratamente definita un “simulacro, una sorta di sepolcro imbiancato -, essa riscontra non pochi delatori e contestatori. I quali vengono in essere perché discordi rispetto alle metodologie operative dell’Alleanza, alle sue asimmetrie di trattamento degli Stati membri, alla sua mancanza (cronica) di fedeltà rispetto agli obiettivi originari e primigeni (almeno sulla carta fondativa).

Come noto, Emmanuel Macron l’ha definita, nella sua celebre intervista rilasciata al The Economist, in uno stato di “morte cerebrale: una dichiarazione che ha fatto scalpore, in quanto proveniente dalla massima carica politica francese. Altrettanto notevole è stata la scelta terminologica di Jürgen Trittin, membro della Commissione per gli Affari Esteri in Germania, che ha parlato della Nato come di uno spettro, un’ombra di se stessa. Incapace di garantire la pace, storicamente inattuale, ricca di divergenze interne e priva di realpolitik. Si potrebbe dire anche di capacità di horizontenverschmelzung (complesso neologismo del filosofo Hans-George Gadamer: “fusione di orizzonti”).

Paradossalmente, in questo marasma di accuse, la difesa d’ufficio non è provenuta dagli Stati Uniti – ove la gestione Trump ha invece prodotto un progressivo disimpegno, per la “fine della guerra infinita – bensì proprio dalla Turchia: Erdogan, infatti, ha chiesto senza mezzi termini all’inquilino dell’Eliseo di controllare la propria di morte cerebrale. Con la conseguente convocazione dell’ambasciatore turco a Parigi, per chiarire bene le dinamiche ed i termini della dichiarazione provenuta da Ankara. Tuttavia, spontanea sorge la domanda: data la non inusuale divergenza di vedute e di azioni con la Nato, perché difenderne l’esistenza?

Perché ad Erdogan, ed alla sua politica estera di influenza progressivamente più estesa e di mantenimento della propria micro-egemonia, giova avere due scacchiere su cui giocare. Un’apertura di visuale e prospettiva imprescindibili ed imperdibili al giorno d’oggi, gli sviluppi del cui mondo sono rapidi ed interconnessi: per non perdere nessun treno ancora in corsa, ma soprattutto – come sostiene Thierry Meyssan – per segnare la propria strada, “tracciare la propria via [ed] affermare la propria indipendenza“.

Questo può implicare, difatti, difendere l’Alleanza Atlantica e la sua utilità, mentre alla ripresa successiva prendere in esame l’eventualità di mettersi contro il suo Paese conduttore – Ankara starebbe meditando di non concedere più agli Stati Uniti la base di Incirlik -, ed a quella precedente aver creato zizzania con l’acquisto di armamentario bellico “nemico”. Un nemico, invero, che Ankara non considera tale: il quotidiano Sabah, infatti, ventila con candore una triangolazione con la Russia e la Cina.

Ed il punto strategico vincente di Ankara sembra essere proprio questo: dare vita a più d’una diplomazia parallela, senza agire aprioristicamente a favore o sfavore di una potenza piuttosto che dell’altra (con Mosca e Pechino, ad esempio), e pretendendo di esercitare la propria sovranità. Una virtù che, da certi punti di vista, la morente Nato – tale per diversi osservatori internazionali – pare non aver ancora compreso appieno. Le sue difficoltà con la Turchia, molto più machiavellica in questo senso (“golpe e lione”), nascono da questo: e saranno ancora a lungo una matassa di cui sarà arduo trovare il bandolo.