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La Turchia considererà la possibilità di richiedere il ritiro degli Stati Uniti dalla base aerea di Incirlik se Washington dovesse decidere di elevare sanzioni contro Ankara in seguito all’acquisizione dei sistemi da difesa aerea S-400, la cui prima batteria si appresta a diventare operativa.

A riferirlo è stato lo stesso ministro degli Esteri Mevlüt Cavusoglu in un’intervista esclusiva ad Haber. “I membri del Congresso degli Stati Uniti dovrebbero capire che è impossibile imporre un’altra volontà ad Ankara”, ha detto Çavuşoğlu in onda sul canale televisivo turco. Secondo lui, se gli Stati Uniti decidessero per imporre sanzioni alla Turchia, Ankara potrebbe sollevare il problema delle basi di Incirlik e Kürecik, quest’ultima attualmente sede di radar da avvistamento precoce della catena di difesa da missili balistici della Nato, gli americani AN/TPY-2 utilizzati normalmente dal sistema Thaad.

“Non vorrei discutere in anticipo possibili scenari negativi. La decisione del Congresso americano (sulle sanzioni n.d.r.) non è sufficiente. Ciò che conta è la decisione che la leadership americana prenderà “, ha affermato il ministro degli Esteri cercando di stemperare i toni consapevole della portata di una simile minaccia e sperando nell’intervento diretto del presidente Trump.

Una minaccia non nuova

Ankara ha già minacciato di chiudere o vietare l’accesso delle sue basi agli Stati Uniti, in particolare quella di Incirlik che storicamente è quella più importante nel Paese, essendo sede, tra l’altro, delle 50 bombe atomiche americane utilizzabili anche dalla Turchia col meccanismo denominato “doppia chiave” che prevede l’autorizzazione americana congiuntamente a quella del Paese ospitante.

A luglio di quest’anno si erano già sentite queste minacce in concomitanza con l’inizio della consegna delle prime parti del sistema S-400 russo: allora, sempre Cavusoglu, aveva detto che “se l’America intraprenderà passi fortemente negativi nei nostri confronti, e se verranno poste sanzioni, sapremo come rispondere” intendendo con queste parole proprio l’eventualità di cacciare le truppe americane dalle basi turche.

Il ministro degli Esteri turco ha aggiunto, questa volta, che gli S-400 sono dei sistemi difensivi e che la partecipazione della Turchia al programma F-35 non dovrebbe essere collegata all’acquisizione di sistemi di difesa aerea, essendo Ankara all’interno della Nato ma pur sempre libera e “sovrana”, quindi Washington non si deve permettere di limitarla in qualsiasi modo. Sempre secondo Cavusoglu, gli Stati Uniti stanno cercando di esercitare pressioni sulla Turchia a causa dell’operazione “Sorgente di pace”, che non ha permesso alla Casa Bianca di attuare i propri piani nella regione.

Un riflesso dei reciprochi equilibri interni

Al di là delle considerazioni tecniche, con il Pentagono e la la Nato preoccupate per l’ingresso degli S-400 nel sistema difensivo dell’Alleanza e la Turchia che ribatte dicendo che non saranno integrati e quindi non rappresentano una minaccia per la sicurezza, colpisce il diretto riferimento del ministro degli Esteri alla “leadership americana”.

Il presidente Trump ha più volte dimostrato di preferire un approccio diretto, quasi informale, per discutere di questioni rilevanti e spinose coi vari capi di Stato e alti rappresentanti della diplomazia. Questo è sì parte del “personaggio” Trump, ma risponde anche ad un’esigenza precisa: avere il controllo diretto della politica estera per mettersi al riparo dai tranelli del deep state che continua a ostacolare i progetti dell’inquilino della Casa Bianca.

Già in occasione della possibile vendita degli S-400 all’India il presidente Trump aveva fatto sapere, per voce di Randall Schriver, assistente segretario alla Difesa per la sicurezza e gli affari dell’area dell’Asia e del Pacifico, che gli Stati Uniti avrebbero fatto di tutto per proteggere le speciali relazioni che intercorrono con Nuova Delhi. In particolare Schriver disse che “non posso sedere qui e raccontarvi che ne sarà esclusa (l’India n.d.a.), che potremmo fare una deroga” aggiungendo che la decisione finale potrebbe essere avocata al presidente tramite una particolare legge che gli permetterebbe di avere l’ultima parola.

Stessa legge (e forse proprio medesima occasione) a cui fa riferimento il ministro Cavusoglu che sembra voler mantenere aperti i canali con la Casa Bianca cercando di far leva proprio sul “personalismo” del presidente Usa, che volendo potrebbe quindi evitare che la Turchia ricada sotto le sanzioni del Caatsa (Countering America’s Adversaries Through Sanctions Act), pur sottolineando e rimarcando fermamente il proprio diritto sovrano. Ecco quindi perché ha ribadito ulteriormente quanto vi abbiamo già riportato nelle scorse settimane, cioè che Ankara, qualora Washington decidesse definitivamente di non consegnare gli F-35 bloccati proprio per via dell’acquisto degli S-400, si rivolgerà alla Russia per avere alternative altrettanto valide.

Questa dialettica, che può sembrare a tutti gli effetti aggressiva, è però più rivolta al fronte interno: non è un caso infatti che il ministro abbia parlato di “sovranità” ai microfoni della televisione turca, e questo perché il partito di Erdogan comincia a perdere consensi, come evidenziato anche dall’aver perso le amministrative di una importante città, la più “occidentale” della Turchia, come Istanbul, passata all’opposizione. Nella stessa occasione, infatti, Cavusoglu ha parlato anche di Cipro e dei diritti di sfruttamento delle risorse di idrocarburi della sua piattaforma continentale affermando che “la Turchia non consentirà l’esplorazione illegale e lo sviluppo di depositi sulla sua piattaforma continentale nel Mediterraneo”. Un messaggio sì diretto alle altre nazioni costiere del Mediterraneo come Grecia, Egitto, Israele o Italia, ma assolutamente e principalmente spendibile in politica interna.

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