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Lunedì 11 novembre la Turchia ha dato avvio al programma di rimpatrio dei foreign fighters dell’Isis, tenendo fede alle promesse fatte nelle scorse settimane. Il primo detenuto ad essere espulso, di nazionalità statunitense, sarebbe stato accompagnato dalle autorità turche sul confine con la Grecia. Atene gli ha però precluso l’accesso e l’uomo è rimasto quindi in una zona di limbo fortemente militarizzata, non potendo né entrare in Grecia né tornare in Turchia: “Non mi interessa se resteranno bloccati, noi continueremo con le espulsioni senza curarci della sorte”, ha commentato Erdogan, interrogato sulla questione.  Un portavoce del ministro dell’Interno turco ha affermato che, insieme al cittadino americano, nella giornata di lunedì sono stati espulsi anche combattenti tedeschi e danesi, “per un totale di tre foreign fighters”. Il ministero degli Estero tedesco ha confermato le informazioni. 

Le prime tre espulsioni sono solo l’inizio di un ben più ampio progetto delineato da Erdogan: secondo l’agenzia di stampa Anadolu, Ankara mira infatti a rimpatriate giovedì 14 novembre “altri sette jihadisti tedeschi” e, entro la fine della settimana, saranno espulsi dalle carceri anche 11 francesi – quattro donne e sette bambini – e due irlandesi. Non è chiaro come i Paesi europei intendano reagire, anche perché a molti foreign fighters è stata ritirata la cittadinanza, lasciandoli apolidi. 

L’annuncio di Erdogan

La decisione di Erdogan non è però una sorpresa. Già il 2 novembre il ministro dell’Interno turco, Suleyman Soylu, aveva detto che la Turchia “non è l’albergo dell’ISIS” e che, quindi, i suoi seguaci “saranno rimandati a casa”. Ankara aveva anche criticato la mancanza di responsabilità da parte dei leader europei: “Dovete rivedere la vostra posizione riguardo alla Turchia, che al momento trattiene molti jihadisti nelle proprie prigioni e, allo stesso tempo, controlla i combattenti catturati in Siria” ha detto il presidente Erdogan in conferenza stampa, aggiungendo: “Le porte delle prigioni si apriranno e i sostenitori dello Stato Islamico torneranno nei vostri paesi. Occupatevi voi dei vostri problemi”. Sulla stessa linea anche il presidente Usa Donald Trump, che in conferenza stampa dopo la morte di Al Baghdadi si è detto “profondamente deluso” dall’atteggiamento dell’Europa: “La mia amministrazione ha fatto pressione. Gli abbiamo detto: ‘prendete i vostri foreign fighters’, e loro hanno risposto: ‘non li vogliamo’. Allora io ho detto: ‘Se voi non li accogliete, li farò lasciare letteralmente sul vostro confine. Poi divertitevi a catturarli di nuovo”.

I foreign fighters

La Turchia detiene al momento circa 1.200 foreign fighters, e altri 287 sono stati catturati durante le recenti azioni militari contro i curdi nel nord-est della Siria. L’area precedentemente controllata dalle Forze democratiche siriane (Sdf) ospitava infatti centri di detenzione con più di 11mila prigionieri, di cui circa 2mila stranieri. Oltre a questo, nella zona si estendevano anche decine di campi in cui risiedevano le famiglie dei foreign fighters, per un totale di decine di migliaia di persone tra cui numerose donne e bambini: il solo centro di Al Hol ne raccoglieva 70mila, in condizioni estremamente precarie. Il ritiro delle truppe statunitensi, precedentemente alleate con i curdi, dal nord-est della Siria la conseguente offensiva di Ankara nella regione – volta a creare una “safe zone” tra Siria e Turchia e a smantellare i combattenti curdi, considerati terroristi legati al Pkk – ha costretto le forze curde ad abbandonare il controllo delle prigioni per combattere le milizie nemiche: approfittando del caos generale molti prigionieri sono riusciti a evadere. La Turchia afferma di averne catturati 287, la maggior parte dei quali con passaporto europeo. “Saranno rimpatriati ad ogni costo”, ha fatto presente un portavoce del ministro dell’Interno.