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I rapporti tra Stati sono da sempre caratterizzati da fluidità: a seconda dei propri interessi contingenti una Nazione può passare con facilità da intrattenere rapporti con questo o quell’altro Stato anche se facenti parte di alleanze diverse, e ad un livello superiore si può essere alleati di un particolare Stato in una parte del globo per ben specifici interessi ed avversari da un’altra perché tali interessi divergono.

La Turchia di Erdogan negli ultimi anni, soprattutto negli ultimi due, è forse la Nazione più rappresentativa di questa “fluidità” in campo internazionale. Storicamente ponte tra Europa e Asia, nella Nato (insieme all’avversario di sempre, la Grecia) ma non in Europa sebbene a questa legata economicamente ed anche culturalmente, una recente storia improntata al laicismo di Ataturk che ha saputo sapientemente recuperare le ceneri dell’Impero Ottomano e contemporaneamente lanciare la Turchia nella modernità, con l’Esercito a fare da garante. Questa era la Turchia ereditata da Erdogan. Turchia che durante i suoi anni di governo, inizialmente come Primo Ministro poi come Presidente dal 2014, ha subito un progressivo mutamento che ha avuto una impennata a seguito del recente “golpe di mezzo luglio” nel 2016. Cominciamo subito col dire, parlando del luglio scorso, che chi pensa che Erdogan abbia preso a pretesto il golpe per esautorare l’Esercito da organismo garante della laicità dello Stato si sbaglia. Questo è stato un processo lungo, articolato, e che ha avuto solo il suo epilogo in quel lasso di tempo che va da quel 15 luglio al 16 aprile 2017, giorno in cui si è tenuto il referendum costituzionale che ha sancito definitivamente il cambio di assetto istituzionale della Turchia.
Golpe che è servito anche a spingere maggiormente Erdogan tra le braccia di Putin. Perché? Chi scrive ritiene, grazie a dei “segnali” che si sono avuti in quelle convulse ore, che il Golpe fosse eterodiretto da Washington in qualche modo e che il leader dell’opposizione ed esule negli Stati Uniti, Fetullah Gülen, fosse la pedina da mettere al posto di Erdogan. La coppia di F-16 decollati dalla base Nato di Incirlik per sostenere i rivoltosi e poi frettolosamente fatti rientrare quando le cose si stavano mettendo male per i golpisti, le dichiarazioni alquanto tiepide ed ambigue dell’allora Segretario di Stato, John Kerry, che non trovava di meglio da dire che gli Stati Uniti “sperano nella stabilità del Paese” durante le ore della sommossa, le tardive e sospette dichiarazioni del Segretario Generale della Nato Stoltenberg che, quando ormai i golpisti erano in rotta e la Polizia fedele ad Erdogan ristabiliva l’ordine, sosteneva che dovesse essere riconosciuto il Governo democraticamente eletto. Giri di valzer della diplomazia.

Nei fatti da quel momento la Turchia ha cercato con più decisione altri interlocutori, anche storicamente nemici come l’Iran, e, guarda caso, si è rivolta a Mosca. Già il 12 agosto del 2016, ad un mese dal golpe, il Ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu, prende contatti col Cremlino affermando che “Turchia e Russia stabiliranno un meccanismo congiunto in ambito militare, di intelligence e diplomatico” pur continuando a rimanere un importante alleato della Nato, come più volte affermato da Bruxelles nel corso dei giorni immediatamente successivi al golpe, come a voler tranquillizzare Anakara o, come forse è più probabile, a voler porre rimedio alla “frittata” di mezzo luglio. Legami con la Russia che non sono affatto una novità per la Turchia. Sia dal punto di vista prettamente commerciale, che grazie alle sanzioni occidentali si sono fatti ancora più saldi, sia dal punto di vista energetico. Ricordiamo infatti che nel 2010 è stato creato Alto Consiglio di Cooperazione Russo-Turca (HLCC) che comprende il Gruppo Riunito di Pianificazione Strategica che a sua volta monitora la cooperazione tra Russia e Turchia sul piano internazionale, la Commissione Mista Intergovernativa sul Commercio e la Cooperazione Economica ed il Forum Pubblico (nodi socioculturali). Questo organismo nasce con la volontà di saldare le relazioni russo-turche in una stretta e diversificata partnership che ha come fulcro la cooperazione energetica bilaterale: la Russia infatti si è fatta carico, nel corso degli ultimi anni ( dal 2010), di provvedere alla costruzione della centrale nucleare di Akkuyu che tramite un accordo siglato a Mosca lo scorso 20 giugno tra Rosatom (la compagnia nazionale russa di energia nucleare) ed il consorzio turco Cengiz-Kolin-Kalyon (CKK), passerà per il 49% sotto controllo turco. L’impianto, dotato di 4 reattori per un totale di 4,800 Mw di potenza, dovrebbe essere completato nel 2023 per una spesa complessiva di circa 20 miliardi di dollari.

Non va dimenticata anche la partnership per il gasdotto che sostituirà il fallito progetto South Stream, ovvero il progetto Turk Stream che ormai è in piena fase operativa: come riporta Gazprom la costruzione della pipeline è cominciata a maggio di quest’anno dopo una serie di accordi stretti nell’arco di 3 anni (il primo memorandum d’azione è stato siglato a dicembre del 2014) e al 31 di agosto 220 km del nuovo gasdotto che collegherà le zone di produzione russe di gas naturale con la Turchia e la Grecia. Il Mar Nero infatti è diventato prioritario per Mosca in chiave di aggiramento dell’Ucraina per la vendita delle proprie risorse di gas, tanto che mesi fa si parlava anche di un interessamento di Gazprom per il Tap, ovvero per la pipeline che collegherà Italia, Albania e Grecia alle zone di produzione di gas dell’Azerbaijan attraverso quello che viene definito il “corridoio meridionale” del gas, anch’esso passante per la Turchia.

Legami con Mosca che non si limitano al settore energetico, commerciale, diplomatico e di intelligence ma anche in stretto ambito militare. E’ di pochi giorni fa la notizia che Ankara ha dato il via libera all’acquisto del nuovo sistema di difesa aerea di fabbricazione russa S-400 “Triumf”, evoluzione del ben noto sistema S-300 in servizio dalla fine degli anni ’90. Il contratto ha un valore stimato di circa 2,5 miliardi di dollari quindi probabilmente si parla tra le 5 e le 8 unità di lancio a seconda del tipo di missile impiegato considerando che una batteria di S-400 costa tra i 300 ed i 500 milioni di dollari (il missile a lunga gittata 40N6 ha un costo unitario stimato tra i 2 e i 5 milioni di dollari ad es.).
Chi si stupisce del fatto che un Paese della Nato compri un sistema d’arma di produzione russa dovrebbe però pensare alla Grecia che già alla fine degli anni ’90, in occasione della “Crisi di Cipro” acquistò e schierò 2 batterie dotate di 8 lanciatori ciascuna di S-300 PMU1, quindi i sistemi radar di scoperta e condotta del tiro russi non sono una novità per il sistema di difesa aerea dell’Alleanza Atlantica.
Per capire però in che modo Erdogan stia abilmente giocando con le alleanze è bene specificare che, quasi contemporaneamente all’annuncio della trattativa sugli S-400, la Turchia tramite le sue industrie Aselsan e Roketsan ha siglato con Eurosam un contratto pluriennale di sviluppo di un sistema d’arma che prende spunto dal missile “Aster” facente parte del ben noto SAMP/T. Eurosam è infatti una joint venture tra Thales e MBDA, società franco-italiana che costruisce le batterie di missili dell’Esercito Italiano che sono dispiegate in Turchia dal giugno 2016 nel quadro del contributo Nato alla difesa del fianco sud-orientale dell’Alleanza. Quindi fondamentalmente l’acquisto degli S-400 ha avuto un effetto duplice: da un lato strappare condizioni favorevoli con i suoi ben stretti alleati occidentali in chiave di difesa aerea (addirittura si era parlato di un ingresso cinese nella trattativa), dall’altro ha dato a Mosca la possibilità di rinsaldare ancora di più i legami con Ankara.

Tutti contenti? Quasi. La vicinanza tra Ankara e Mosca è vista come fumo negli occhi da Washington e non solo per la base di Incirlik. La Turchia grazie a questo nuovo “asse” è stata in grado di sedersi al tavolo della pace siriana svoltosi a Mosca a dicembre dell’anno scorso: insieme al Ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu c’era il corrispettivo russo , Lavrov e quello iraniano Javad Zarif. Ovviamente per la Turchia è diventato vitale poter prendere parte a quella trattativa in funzione “anti curda” e stante il fatto che i Peshmerga sono stati addestrati e sostenuti dagli Stati Uniti diventava naturale rivolgersi a Mosca e a Teheran per cercare di porre un freno alla possibilità della nascita di una entità statale curda, eventualità inammissibile per Ankara che considera tutte la fazioni curde alla stregua di terroristi. La politica estera di Erdogan non si limita però a cercare di controllare i Paesi limitrofi, spesso e volentieri percorsi da cronica instabilità, come la Palestina, ma arriva anche lontano e per la precisione in Somalia, dove la “penetrazione” turca è cominciata nel 2011 con il primo viaggio a Mogadiscio di Erdogan nel quadro della firma di accordi per la ricostruzione del Paese sconvolto da decenni di guerra civile. La Turchia infatti sta investendo pesantemente nelle infrastrutture del martoriato Paese del Corno d’Africa. I soldi di Ankara hanno permesso la costruzione di importanti infrastrutture quali il nuovo porto e aeroporto di Mogadiscio, il nuovo ospedale e hanno permesso la costruzione dell’impianto di illuminazione stradale della capitale. Nel 2016 la Turchia ha inoltre stanziato  la bellezza di due milioni di dollari al mese, secondo quanto riporta l’agenzia stampa Anadolou, per il governo somalo; una quantità di denaro che fa della Turchia il primo investitore assoluto nel Corno d’Africa. Accordi che sono stati rafforzati recentemente quando il 26 aprile scorso un delegato del Governo Somalo ha firmato un trattato bilaterale inteso a rafforzare gli scambi e gli investimenti tra i due Paesi con un occhio di riguardo all’istruzione, ovviamente secondo i precetti del Corano. Questa strategia in Somalia ha anche permesso alla Turchia di poter stabilire la prima base militare in continente africano: a Mogadiscio sorgerà infatti una infrastruttura che sarà capace di ospitare circa 1500 uomini che addestreranno le truppe somale in funzione COIN (Counter Insurgency) contro le milizie integraliste islamiche di al-Shabab, ma che serviranno a presidiare il crocevia fondamentale delle linee di navigazione che è quel tratto di Oceano Indiano prospiciente la Somalia.

Aspirazioni da potenza locale quindi, che spiegano anche l’aiuto recentemente fornito al Qatar nella crisi con l’Arabia Saudita. Al di là delle ben note questioni energetiche il pomo della discordia è fornito dal sostegno del Qatar alla Fratellanza Musulmana in Libia, a sua volta appoggiata indirettamente da Ankara che sostiene il governo della Tripolitania di al-Serraj (sostenuto anche dall’Italia). Questo in contrasto con l’altro attore della crisi, il governo della Cirenaica, sostenuto principalmente da EAU ed Egitto. Egitto che infatti si è precipitato a condannare il Qatar insieme all’Arabia Saudita come “stato terrorista” all’indomani della visita di Trump a Riad e alla nascita del Global Center for Combating Extremist Ideology. In questa ulteriore frattura del fronte islamico si è saputo inserire sapientemente Erdogan che in cambio di aiuti militari e sostegno diplomatico ha ora la possibilità di avere un presidio in un tratto di mare dove transitano la maggior parte delle risorse energetiche del pianeta e contemporaneamente rinsaldare la collaborazione internazionale con l’Iran, altra potenza locale che non si è lasciata scappare l’occasione di sostenere il Qatar per andare contro al nemico storico rappresentato dall’Arabia Saudita.

Una Turchia sempre più spregiudicata e con vocazione da piccola potenza non solo su scala locale quindi, proprio quella sorta di “neo ottomanesimo”, come potremmo definirlo, voluto fortemente da Erdogan.  

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