Hakan Fidan è tornato a offrire la sponda della Turchia per una mediazione capace di porre fine alla Terza guerra del Golfo, sfruttando i buoni rapporti con l’alleato americano e le crescenti entrature verso l’Iran: nella giornata di domenica 22 marzo il Ministro degli Esteri di Recep Tayyip Erdogan ha sentito l’omologo iraniano Abbas Araghchi e si è confrontato con Egitto, Qatar, Usa e Unione Europea per capire come Ankara possa giocare un ruolo da mediatore.
La Turchia non vuole il caos in Iran
La Turchia teme da tempo che la guerra all’Iran sfugga di mano a Usa e Israele e sa di muoversi su un terreno molto delicato. A Fidan, uomo d’intelligence e diplomazia che prima dell’ascesa a ministro degli Esteri guidava il Mit (il servizio segreto turco), è stato molto chiaro, dapprima, che le proteste di gennaio in Iran avevano posto le premesse per un indebolimento del Paese tale da aprire la strada a una guerra e che questo conflitto, poi, potesse colpire la Turchia su almeno tre direttrici.
In primo luogo, per la possibilità di un effetto-contagio in caso di collasso del Paese confinante; in secondo luogo, perché fonte di disruption delle piattaforme logistico-commerciali da cui Ankara trae le basi della sua prosperità e gli approvvigionamenti energetici (il 13% del gas, ad esempio, è importato dall’Iran); infine, perché in grado di disegnare un Medio Oriente più orientato ai desiderata di Israele, sempre più rivale strategico di Ankara. Sullo sfondo, il rischio paventato da Erdogan che Benjamin Netanyahu rompesse a favore di Tel Aviv il tatticismo che vedeva, agli occhi di Donald Trump e della sua America, Turchia e Israele come perni geopolitici della presenza Usa nel quadrante tra Asia Sud-Occidentale, Caucaso e aree calde come Mar Nero e Mar Rosso.
L’attivismo israeliano spaventa la Turchia
Ankara, peraltro, intende la presenza di Israele in cabina di regia come una minaccia strategica: Tel Aviv intende posizionarsi come “impero d’area” e demolire la linea di compromesso che la Turchia ha costruito coi partner del Golfo come disegno alternativo fondato su compromessi e mediazioni. Facciamo nostra l’analisi dell’Arab Center di Washington riguardo le ripercussioni nei rapporti con Teheran:
Questa visione regionale era anche coerente con la posizione di lunga data della Turchia nei confronti dell’Iran. Ankara ha più spesso considerato l’Iran come un rivale da gestire, piuttosto che come un nemico esistenziale. I due Paesi condividono un lungo confine, competono per l’influenza nelle stesse regioni e sostengono fazioni opposte in molti conflitti. Tuttavia, hanno anche cooperato quando i loro interessi sono coincisi, e nessuno dei due ha mai considerato l’altro una minaccia da eliminare. Nel tempo, questo modello ha creato un equilibrio stabile in cui la competizione coesiste con relazioni pragmatiche.
“La strategia di Ankara è ulteriormente rafforzata dal successo ottenuto nel ricucire i rapporti con il “triangolo di potere” formato da Egitto e Arabia Saudita, creando un “blocco di stabilità” regionale che contrasta i progetti di frammentazione israeliani”, aggiunge Annahar. Pragmatismo e realismo da un lato, prospettive strategiche dell’altro: la Turchia sta lavorando ai fianchi Israele per provare a isolare Tel Aviv nella sua crociata esistenziale contro l’Iran, che Netanyahu intende destinato a sfociare nel “piano caos” per spingere al collasso la Repubblica Islamica, anche coinvolgendo forze, come le minoranze curde, che Ankara vedrebbe come fumo negli occhi. Erdogan lo ha detto a chiare lettere il 9 marzo: “L’obiettivo primario è tenere il nostro Paese lontano da questo fuoco“.
Prospettive incerte
In prospettiva, esso può traslare nel rafforzamento del piano volto a spingere per il contenimento di Tel Aviv nella regione. L’Institute for National Security Studies della Tel Aviv University segnala che “la risposta della Turchia al conflitto è diventata introspettiva e si è orientata verso un’accelerazione del riarmo militare. Sono state individuate e si stanno colmando le lacune in termini di capacità nei settori dell’aeronautica, della difesa aerea, della sicurezza informatica e dei missili”. Scenari che, indubbiamente, interessano da vicino Tel Aviv, per cui l’ipotesi di uno scontro con la Turchia, anche in forma indiretta, non è più solo di accademia. E l’ipotesi che la guerra in Iran e i suoi esiti possano, o meno, accelerare questo trend a secondo della positività del risultato per Israele preoccupa la Turchia, che riscopre la carta negoziale proprio per ristabilire uno status quo che le era favorevole. E che vede rimesso profondamente in discussione.
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