Gli ottomani hanno fatto (nuovamente) ingresso nel continente nero, dove hanno costruito e/o stanno costruendo avamposti dai porti arabi contermini al Mediterraneo al Sahel e dalle terre insanguinate del corno d’Africa al Capo di Buona Speranza, e ivi sono giunti con un obiettivo preciso: restare e, possibilmente, prosperare ed espandersi a spese altrui, o meglio a spese di potenze logore, sfibrate e senili come Italia e Portogallo.

Relativamente poche le nazioni dell’Africa subsahariana che non sono state interessate dal nuovo pivot geostrategico dell’agenda estera della presidenza Erdogan, che, studiata meticolosamente e implementata con altrettanta cura, ha permesso alla Turchia di fare ingresso in quell’area ad accesso limitato nota come Françafrique, di sbarcare nell’estremo capo meridionale del continente, di allargarsi nello spazio ex coloniale portoghese, di subentrare all’Italia nel corno d’Africa e di fare breccia nella parte centro-orientale dell’Africa nera.

La Turchia in Ruanda

Nel mese di aprile in Turchia è stata dedicata notevole attenzione mediatica ad un fatto completamente ignorato dalla stampa generalista e specializzata occidentale: l’inizio della somministrazione di corsi di lingua turca presso l’università del Ruanda. Quella che può sembrare una notizia apparentemente irrilevante, perché interpretabile in un’ottica squisitamente educativa, non è altro che una delle ultime e innumerevoli manifestazioni di quella realtà egemonica in divenire che nel corso di questa rubrica dedicata al “ritorno degli ottomani nel continente nero” abbiamo ribattezzato Turcafrica.

Numeri e fatti mostrano e dimostrano che dietro l’inaugurazione di suddetto corso di lingua turca si celi qualcosa di molto più profondo, ovvero che, in sostanza, trattasi semplicemente della punta di un iceberg. Perché il corso, che verrà somministrato con l’ausilio dell’influente Istituto Yunus Emregià coinvolto nella promozione del panturchismo in Asia centrale –, non è che una piccola goccia all’interno di una vasta diga che gli scavatori turchi hanno iniziato a costruire nel 2014, anno dell’apertura dell’ambasciata a Kibali.

Negli ultimi sette anni Ruanda e Turchia hanno siglato venti accordi di cooperazione bilaterale, spazianti dal commercio agli investimenti, anche se gli instrumenta regni prediletti della Sublime Porta sembrano essere cultura e istruzione: più di duecento borse di studio erogate a giovani ruandesi per studiare nelle università anatoliche, un programma di formazione diplomatica formulato dal Ministero degli Esteri di Turchia che finora ha preparato più di quaranta di diplomatici ruandesi e una scuola tecnico-professionale in fase di ultimazione.

Nel resto dell’Africa centro-orientale

A lato del Ruanda si trovano l’Uganda, dove la TIKA (Turkish Cooperation and Coordination Agency) sta cercando di fare breccia costruendo gratuitamente pozzi e sistemi di depurazione dell’acqua, il Camerun, dove sono presenti scuole dell’influente Fondazione Maarif, la Tika e il volume dell’interscambio è in aumento costante (205 milioni di dollari nel 2019), la Repubblica Centrafricana, dove la Turchia è perlopiù impegnata in attività umanitarie (con la Tika coinvolta nell’ammodernamento di ospedali, strade e infrastrutture) e religiose (con Diyanet che si occupa di ristrutturare moschee) e il Kenya, cliente dell’industria bellica turca, partner commerciale la cui rilevanza cresce di anno in anno (import-export passato dai 52 milioni di dollari del 2005 ai 235 milioni del 2019) e luogo in cui la Sublime Porta invia personale per formare la forza lavoro, la polizia e l’esercito.

È la Tanzania, però, il caso studio più rilevante in questo paragrafo di Africa nera. La nazione, che riveste un ruolo nodale nell’agenda estera per l’Africa dell’AKP, è stata meta di una visita ufficiale di Recep Tayyip Erdogan nel 2017, conclusasi con la firma di dieci accordi di cooperazione, ed è legata alla Turchia da un vero e proprio sodalizio di acciaio.

È qui, a Dar es Salaam, casa della pace e stentoreo anelito delle grandi potenze coloniali europee, da Lisbona a Berlino, che Ankara sta dedicando una parte significativa delle proprie energie, come mostrano e dimostrano il livello di interscambio commerciale (250 milioni di dollari nel 2020), l’esistenza di una Commissione economica congiunta, gli appalti colossali ivi ottenuti dai grandi privati turchi (come la costruzione delle prime due sezioni della maxi-tratta ferroviaria Tanzania Standard Gauge Railway, un cantiere a cielo aperto da tre miliardi e cento milioni di dollari targato Yapi Merkezi) e la presenza capillare della Fondazione Maarif, che qui gestisce una rete di istituti per ogni fascia anagrafica – dagli asili alle scuole superiori –, estesa da Zanzibar al Kilimangiaro e attualmente frequentata da circa duemila studenti.

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