Non è un mistero il fatto che Recep Tayyip Erdogan abbia, tra le sue mire, quello di rendere la sua Turchia un Paese “paladino” dei musulmani in tutto il mondo. Un ruolo che non a caso la mette in contrasto con Riad e che giustifica enormi esborsi di denaro e mezzi a favore della Fratellanza Musulmana e delle comunità musulmane sparse per il mondo. L’Akp, il partito dell’islam politico fondato da Erdogan, ha tra le sue mire proprio questa strategia “neo ottomana” con Ankara riferimento soprattutto dei musulmani sunniti. E se prima questo ruolo appare ben visibile in Europa ed in medio oriente, adesso il presidente turco guarda in tal senso anche ad oriente ed attacca frontalmente la Cina.

nuovo impero turco
Infografica di Alberto Bellotto
La questione degli uiguri 

Ed in Cina, come si sa, c’è una folta comunità musulmana che abita nelle regioni più occidentali del gigante asiatico e, in particolare, nella provincia dello Xinjiang. Gran parte dei musulmani cinesi appartiene all’etnia degli uiguri, di lingua e cultura turcofona e considerabili tra i “parenti prossimi” delle popolazioni che abitano il centro Asia. Tra Pechino e queste lande occidentali della Cina non corre certo buon sangue: tra pericoli secessionisti e soprattutto spauracchi jihadisti, la questione degli uiguri appare come una vera e propria spina nel fianco per il governo centrale. Non mancano cinesi uiguri ad esempio all’interno dell’Isis e le minacce terroristiche dirette all’indirizzo di Pechino negli anni spingono le forze di sicurezza ad usare il pugno duro. 

Ma secondo la Turchia quella cinese nei confronti degli uiguri è una vera e propria repressione. Nei giorni scorsi è il portavoce del ministero degli esteri di Ankara ad esporre la propria posizione in merito: “La politica della sistematica assimilazione portata avanti dalle autorità cinesi contro gli uiguri turchi è una grande vergogna per l’umanità – afferma Hami Aksoy – Non è un segreto che oltre un milione di uiguri turchi sono arbitrariamente arrestati, torturati e sottoposti ad un indottrinamento politico in campi di internamento e prigionia. Invitiamo le autorità cinesi a rispettare i fondamentali diritti umani e a chiudere tali campi”. Parole dure, che parlano di vergogna per tutta l’umanità, di crimini e dell’esistenza di veri e propri lager. Ed il governo turco solleva la questione anche alle Nazioni Unite, sollecitando un intervento politico del consiglio per i diritti umani. Affermazioni alquanto curiose per via del fatto che esse derivano da un paese dove, specialmente in riferimento alla questione curda, il rispetto dei diritti umani è un elemento spesso disatteso. 

Da Pechino si replica smentendo l’esistenza di lager e campi di prigionia, con l’ambasciata cinese ad Ankara che mostra in un video anche Abdurehim Heyit, poeta di etnia uiguri dato per morto lo scorso 9 febbraio e subito diventato emblema della presunta repressione cinese: “Il poeta è vivo e sta bene”, dichiarano dalla rappresentanza diplomatica del gigante asiatico in Turchia. 

I legami tra turchi ed uiguri

Come detto, Ankara interviene lì dove le comunità musulmane sembrano essere attaccate. Prestigio internazionale e perseguimento della propria ideologia spingono la Turchia di Erdogan ad attuare questa strategia. A questo, occorre aggiungere che il leader turco attacca lì dove vede possibilità di poter usare un proprio peso politico a proprio vantaggio. E così, la sua Turchia parla a difesa delle comunità turche in Europa per ricordare alle cancellerie del vecchio continente che milioni di turchi potrebbero essere pronti ad obbedirgli. Allo stesso modo, Erdogan parla della questione legata ai musulmani presenti nella Tracia occidentale ed ai turcofoni in Bulgaria per fare pressione sui confinanti paesi locali. Per non parlare del sopra citato sostegno a movimenti legati all’Islam politico in medio oriente e nella stessa Europa. 

Con gli uiguri però, c’è di più: Erdogan sta provando ad “inaugurare” la strategia da lui usata in occidente anche in Cina sulla scia dei profondi legami tra i turchi e l’etnia cinese musulmana. La lingua di questo popolo è simile a quella turca, usi e costumi tradizionali sono spesso in comune con quelli dell’Anatolia più profonda. Ed ovviamente, di mezzo c’è la comune appartenenza alla famiglia musulmana. E così, ecco che anche in Asia esce fuori la versione “neo ottomana” di Erdogan con la Cina quale nuovo bersaglio. 

diventa reporter con NOI ENTRA NELL'ACADEMY