Ad un’attiva politica estera sul piano interno in Turchia non sta corrispondendo un aumento della popolarità di Erdogan. Il presidente al contrario deve far fronte a un’economia che ancora non si è ripresa nonostante gli annunci e che anzi ha subito i contraccolpi dell’emergenza innescata dal coronavirus. Ankara sta spendendo miliardi di Lire turche per le sue avventure all’estero, il capo dello Stato deve adesso dimostrare che questi sono investimenti volti a rendere e non invece frutto di mero capriccio neo ottomano. Per questo Erdogan adesso ha deciso di pigiare sull’acceleratore in Libia: in particolare, nel Paese nordafricano il presidente turco ha bisogno di far vedere come la presenza di Ankara corrisponda a non indifferenti vantaggi economici. A partire dal petrolio.

Le discussioni tra Ankara e Tripoli

Nei giorni scorsi si è avuta notizia di fitti colloqui tra rappresentanti turchi e funzionari libici che ha avuto proprio nel mercato dell’oro nero il principale oggetto. A rivelarlo è stata una fonte turca a Bloomberg Tv: secondo quanto riportato dalla testata americana, il governo di Ankara avrebbe inviato propri funzionari del settore dell’energia a dialogare con delegati della Noc, ossia l’azienda libica che si occupa dell’estrazione e commercializzazione del petrolio. Sul piatto sono stati presentati progetti di esplorazione offshore e all’interno di alcuni giacimenti in Tripolitania. Del resto è proprio qui che si concentrano i principali interessi turchi a partire soprattutto dallo scorso mese di novembre, da quando cioè il governo del presidente Erdogan ha siglato con il premier libico Fayez Al Sarraj un memorandum d’intesa che prevede accordi sia militari che economici. Da quel momento in poi la Turchia è diventata principale sponsor dell’esecutivo stanziato a Tripoli, il quale tramite gruppi e milizie controlla, seppur non sempre in modo diretto, la regione occidentale del Paese.

Ankara ha già speso molto in Libia. Da novembre sono stati inviati migliaia di mercenari siriani prelevati dalla provincia di Idlib, appartenenti a gruppi islamisti da tempo addestrati dai turchi. Per ognuno dei combattenti approdati in Libia sono stati promessi stipendi, soldi e remunerazioni in un contesto in cui i bilanci dello Stato non navigano verso il segno positivo. Erdogan vorrebbe riprendere questo investimento puntando dritto al petrolio in Tripolitania, forte del sostegno dato al governo di Al Sarraj il quale con l’appoggio delle milizie file turche è riuscito a far indietreggiare dalla regione il generale Khalifa Haftar. 

La visita di delegati turchi all’aeroporto di Tripoli

Non solo petrolio, ma anche infrastrutture: la parte occidentale della Libia deve essere ricostruita vista la distruzione occorsa in quasi un decennio di guerra, dunque molte opere da qui ai prossimi anni faranno gola alla stessa Turchia per accaparrarsi quanti più cantieri possibili. Si inquadra in questa ottica l’ispezione compiuta da alcuni funzionari inviati da Erdogan nella capitale libica, lì dove hanno visitato i resti dell’aeroporto internazionale di Bin Gashir distrutto dai combattimenti nel 2014. Lo scalo è chiuso da tempo, già da mesi l’intenzione del governo di Al Sarraj è quello di recuperarlo. L’azione di Ankara in questo caso però potrebbe essere interpretata come di “disturbo” nei confronti dell’Italia. L’infrastruttura della capitale libica infatti è stata già affidata al consorzio italiano Aeneas, il quale aveva avviato i primi lavori nel luglio del 2018. Il cantiere poi è stato chiuso in quanto l’aeroporto è diventato un obiettivo militare strategico durante l’avanzata di Haftar nell’aprile del 2019 e si è trasformato in un vero scenario di guerra.

L’interessamento turco potrebbe quindi andare a ledere quelli che sono gli obiettivi italiani a Tripoli. L’aeroporto e la sua ricostruzione rappresentano per il nostro Paese un interesse fondamentale per mantenere la propria posizione nella regione. C’è chi però in ambito diplomatico non vede nella mossa di Ankara un disturbo verso l’Italia. Forse, è il pensiero trapelato nei corridoi della politica, la Turchia vorrebbe soltanto collaborare con Roma piuttosto che scavalcarla definitivamente. Del resto anche Erdogan sa che per avere presa in Libia non è possibile fare del tutto a meno del know how italiano.

Erdogan mostra i muscoli

Intanto il presidente turco non manca occasione di lanciare messaggi mediatici volti a rilanciare, soprattutto a livello interno, l’immagine di una Turchia che non teme i confronti con gli altri governi. Nei giorni scorsi sulle pagine social di Erdogan è stato inserito un video risalente ai primi anni 2000, quando il “sultano” era agli albori della sua scalata politica. In quelle immagini, il presidente turco gridava e inveiva probabilmente, come spiegato dall’agenzia Agi, contro l’esercito: “È stata preparata una tavola per il pasto dei lupi e qualcuno intende mangiarci. Peccato però che saremo in tanti e forti e non potrete mangiarci”. Quel video oggi ha assunto un significato diverso: lanciato nel giorno dell’Euromed di Ajaccio convocato dal presidente francese Macron per discutere delle recenti tensioni tra Turchia e Grecia, Erdogan ha voluto mostrare i muscoli a tutti gli altri attori della regione. Un messaggio che vale per l’Egeo, così come per la Libia.

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