Nel primo paese di provenienza dei migranti sbarcati illegalmente in Italia nel 2019 la situazione si sta facendo esplosiva. La crisi economica dovuta alla pandemia di Covid-19 in Tunisia rischia riaccendere le proteste nella culla della primavera araba. E di fornire un’opportunità a chi brama di controllare un paese strategico per vincere la guerra in Libia e controllare le rotte del Mediterraneo centrale. Il primo ministro Elyes Fakhfakh ha pubblicamente annunciato l’esistenza di un buco di bilancio di ben 5 miliardi dollari. Un’ammissione che ha scatenato uno scontro geopolitico per il controllo di ciò che resta della democrazia nata dalla rivoluzione dei gelsomini del 2011. Uno scontro che coinvolge anche l’Italia, fisicamente legata alla Tunisia dal “cordone ombelicale” del Trans Mediterranean Pipeline – Transmed, il gasdotto che importa circa il 15-20 per cento del nostro fabbisogno di gas naturale.

Un condominio affollato

Il partito islamico Ennahda, maggioritario in parlamento con i suoi 52 seggi e determinante nell’esecutivo, sta cercando di spostare il paese verso l’asse TurchiaQatar. Ma l’influenza della Fratellanza musulmana è controbilanciata dal primo ministro Fakhfakh, ex manager della società petrolifera francese Total con buone entrature a Parigi. Gli stretti rapporti della Francia con gli Emirati Arabi Uniti, nemico “naturale” del Qatar e della Turchia, rendono la Tunisia una sorta di “condominio” tra paesi arabi sunniti rivali. Con l’Italia affacciata alla finestra nel tentativo di mantenere una posizione di equilibrio per ritagliarsi un ruolo di mediazione, anche e soprattutto in chiave libica.

La chiave per la Libia

La Tunisia è un paese piccolo ma importante. La sua popolazione di 12 milioni di individui può apparire poca cosa in confronto ai 100 milioni di abitanti dell’Egitto. E’ un paese privo di significative risorse petrolifere, con un tessuto industriale formato soprattutto da piccole e medie imprese che producono per grandi marchi occidentali. Esporta fosfati e olio d’oliva, vive di turismo. Ma la sua posizione geografica è strategica: lo è stata fin dai tempi dei Cartaginesi e lo è ancora oggi. Il deserto di 450 chilometri al confine con la Libia e l’isola di Djerba – distante appena 100 miglia nautiche da Tripoli – rendono la Tunisia una pedina fondamentale nello scacchiere regionale. Si tratta, in altre parole, di un paese decisivo nella piccola “guerra mondiale” che si combatte nell’ex Jamahiriya di Muammar Gheddafi.

Lo scontro il parlamento

E’ in questo scenario che vanno lette le polemiche per l’arrivo di un velivolo della Turchia del “Sultano” Recep Tayyip Erdogan, campione della Fratellanza musulmana, carico “aiuti medici” per la Libia all’aeroporto internazionale di Djerba. È in questo contesto che va inserito il duro scontro in parlamento tra la vulcanica Abir Moussi, presidente del blocco del Partito dei desturiani liberi (Pdl, il partito anti-islamico nostalgico del passato regime di Ben Ali), finita sotto scorta e minacciata di morte, ed Ennahda, incluso il potente presidente del parlamento Rachid Ghannouci, leader del partito musulmano, sulla proposta di legge (poi bocciata in aula) su una serie di accordi bilaterali di investimento con la Turchia e il Qatar Fund for Development (Qfd, agenzia di sviluppo del Qatar). Proposta arrivata dopo una controversa visita a sorpresa dello stesso Ghannouchi in Turchia l’11 gennaio per “promuovere la pace in Libia” in colloqui con Erdogan al Palazzo presidenziale di Dolmanbahce.

Ghannouci sotto attacco

Lo “Sceicco” Ghannouci ora è sotto attacco su più fronti e deve difendersi anche dal “fuoco amico”. L’anziano leader islamico ha smembrato l’ufficio esecutivo del partito costituendone uno provvisorio e chiedendo al Consiglio della Shura l’elezione di un nuovo ufficio in pochi giorni. Ma è una mossa che rischia di trasformarsi in un boomerang. Il numero due del movimento Samir Dilou ha dichiarato pubblicamente che il partito sta attraversando “la sua fase più difficile dopo la rivoluzione” del 2011. Non riuscendo a trovare uomini di fiducia,Ghannouci ha optato per un arrocco attorno alla sua figura. Ma la manovra denota debolezza e i rivali che da tempo affilavano i coltelli non aspettavano altro. “Il movimento ha combattuto sin dalla sua fondazione contro ‘i presidenti a vita’ e contro la modifica delle leggi fondamentali”, ha dichiarato Dilou.

Il vuoto lasciato da Essebsi

La crisi del movimento musulmano dovrebbe compattare il fronte laico, ancora diviso dopo la morte dell’ex presidente Beji Caid Essebsi. Il problema è che non sembrano esserci figure all’altezza. L’attuale capo dello Stato, Kais Saied, ha lanciato un duro monito diretto all’intera classe politica del paese nordafricano. “La miseria in cui viviamo oggi è accompagnata solo dalla miseria politica, che ne è la causa”, ha tuonato il capo dello Stato durante una visita nella città meridionale di Kebili, circa 350 chilometri a sud di Tunisi. Egli stesso, tuttavia, sembra più intento a mostrarsi “un uomo del popolo” che a risolvere la profonda crisi politica, economica e sociale in cui è sprofondato il paese. Saied, inoltre, è un considerato conservatore sui diritti civili con idee più vicine a Enanhda che ai partiti “modernisti”.

Incognita post-coronavirus

La Tunisia è stata colpita solo marginalmente dal coronavirus (mille individui  positivi su circa 30 mila test, con circa 50 decessi totali e 800 guariti), ma il “lockdown” anti-Covid ha avuto un grave impatto dal punto di vista economica e sociale. Secondo le prospettive economiche regionali della Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (Bers), l’economia del paese subirà una contrazione del -2,5 per cento nel 2020. Una frenata dovuta in particolare alle conseguenze delle misure di contenimento applicate sia in patria che nei principali paesi partner, in particolare in Europa. Contestualmente, un recente rapporto del Forum tunisino per i diritti economici e sociali (Ftes) ha registrato ben 254 proteste collettive e 30 casi e tentativi di suicidio nel solo mese di aprile. Una situazione che preannuncia una possibile esplosione sociale nel periodo post-coronavirus.

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