Dopo quattro mesi di pericoloso vuoto politico e continui rinvii, la Tunisia ha finalmente un nuovo governo. Il parlamento del Paese culla della primavera araba ha votato ieri la fiducia all’esecutivo guidato da Elyes Fakhfakh, un ex ingegnere della compagnia petrolifera francese Total già ministro del Turismo e delle Finanze dopo la rivoluzione del 2011. L’Assemblea dei rappresentanti del popolo ha votato a tarda notte, dopo 14 ore di discussione, la squadra proposta da Fakhfakh con 129 voti favorevoli, 77 contrari e un’astensione su un totale di 207 deputati presenti (217 totali). Il varo del nuovo esecutivo chiude un lungo periodo di gestazione caratterizzato da tensioni e sospetti che, nei fatti, ha esacerbato una crisi politica, economica e sociale potenzialmente esplosiva a poche miglia nautiche dalle coste italiane. Senza contare che la Tunisia è esposta alle ripercussioni della crisi in Libia, dove la tregua esiste solo sulla carta, la guerra va avanti e proprio ieri è saltato il dialogo politico guidato dall’Onu a Ginevra. Il partito islamico Ennahda dovrebbe essere più forte che nel precedente esecutivo guidato dal laico Youssef Chahed, leader del partito Tahya Tounes, con tutte le conseguenze del caso sul posizionamento regionale del Paese che ha appena ricevuto la vista ufficiale di Tamim bin Hamad al Thani. Il potente emiro del Qatar, Paese leader della Fratellanza musulmana insieme alla Turchia di Recep Tayyip Erdogan, ha promesso ingenti investimenti nel Paese arabo più vicino alle coste dell’Italia, ma non è ben chiaro quale sia la contropartita.

Il ruolo di Ennahda

Come sottolinea un’analisi di Agenzia Nova, il movimento islamico tunisino ha fatto pesare nelle trattative per la formazione del governo i 54 seggi conquistati in occasione delle elezioni legislative dello scorso ottobre, primo partito in assoluto, ottenendo ben sette ministri nel nuovo esecutivo. Si tratta dei ministri dei Trasporti Anouar Maarouf, delle Collettività locali Lofti Zitoun, dell’Agricoltura Oussama Kheriji, dell’Equipaggiamento Moncef Selliti, della Salute Abdellatif Makki, dell’Insegnamento superiore Slim Choura, della Gioventù e dello Sport Ahmed Gaaloul. Altri due ministri cosiddetti “indipendenti” del governo Fakhfakh, inoltre, sono considerati molto vicini a Ennahda: si tratta del ministro dell’Interno Hichem Mechichi e di quello delle Tecnologie Mohamed Fadhel Kraiem. Due dossier cruciali, come quello della sicurezza e delle telecomunicazioni, sono dunque in mano al partito dello sceicco Rachid Ghannouci, leader di Ennahda nonché presidente del parlamento. La partita per il controllo del ministero della Giustizia resta invece incerta: la nuova ministra Thouraya Jeribi, prima donna a ricoprire questo incarico nella storia del Paese, è una giurista di formazione ed è considerata una “tecnica” super partes.

Chi è il nuovo premier incaricato

Classe 1972, il nuovo premier incaricato è un social-democratico ex ministro della “troika”, il triumvirato Ennahda-Ettakol-Congresso della repubblica durante il quale il Paese rischiò di sprofondare nel caos e nella guerra civile. In quegli anni Chokri Belaid, leader del partito di sinistra al Watan, venne freddato il 6 febbraio 2013 davanti alla sua abitazione nel quartiere di El Menzah, a Tunisi, e Mohamed Brahmi, altro esponente della sinistra tunisina, fu assassinato nel 25 luglio del 2013. I mandanti degli omicidi restano ignoti, ma la magistratura sta indagando sul presunto coinvolgimento del servizio segreto “parallelo” di Ennahda (ecco perché è importante il controllo del ministero della Giustizia). Nonostante il partito Ettakattol appartenga alla famiglia social-democratica, il nuovo premier incaricato è considerato in patria come un politico di centro-destra. Vicino alla sinistra francese e appoggiato dall’Internazionale socialista, Fakhfakh è legato al Fondo monetario internazionale (Fmi) che finora ha già erogato alla Tunisia circa 1,6 miliardi di dollari. Non solo: all’inizio della carriera ha lavorato per la società petrolifera francese Total con l’incarico di risolvere problematiche tecniche ed organizzative nei siti europei, statunitensi e asiatici.

Il dossier libico

Il nuovo governo della Tunisia potrebbe comportare un riposizionamento del Paese sullo scacchiere internazionale, avvicinando il Paese alle istanze della Turchia e del movimento globale dei Fratelli musulmani. Gli effetti si vedrebbero in particolare sulla crisi in Libia: una Tunisia a trazione islamista potrebbe garantire l’ingresso di armi, uomini e mezzi di militari turchi e mercenari siriani in Libia attraverso il confine terrestre. Forse non è un caso che il generale Khalifa Haftar, l’uomo forte della Cirenaica che assedia Tripoli dal 4 aprile scorso ed è appoggiato da Emirati Arabi Uniti ed Egitto, si stia avvicinando sempre di più al valico di frontiera di Ras Jedir, unico punto di confine con la Tunisia controllato dal Governo di accordo nazionale (Gna). La Libia è in dossier sul quale la Tunisia ha avuto di recente un ruolo marginale. Esclusa dall’Europa e invitata solo all’ultimo alla Conferenza di Berlinp, non stupisce che di recente la Turchia abbia chiesto a Tunisi di appoggiare il proprio intervento militare a sostegno del Governo di accordo nazionale (Gna).

La questione migranti

Il varo del governo Fakhfakh è importante anche per l’Italia, che ritroverebbe così un importante interlocutore in materia di lotta ai flussi irregolari di migranti. Vale la pena ricordare che la Tunisia è prima nazione di provenienza dei migranti illegali sbarcati in Sicilia nel 2019 (almeno 2.654 secondo i dati del Viminale). Fra Italia e Tunisia è in vigore un accordo bilaterale che prevede il rimpatrio di 80 persone con due voli charter due volte a settimana. E’ intenzione della autorità italiane aumentare il ritmo del rimpatrio dei tunisini irregolari, ma bisogna vedere quale sarà l’orientamento del nuovo governo tunisino da questo punto di vista. E in merito alla possibilità di creare degli “hotspot” per migranti e profughi dalla Libia, finora i tunisini hanno sempre risposto picche.

Le priorità del nuovo governo

Presentando il suo programma in parlamento, il nuovo premier ha indicato tre priorità politiche (lotta alla criminalità organizzata, guerra contro terrorismo e tolleranza zero contro la corruzione politica) e ben sette priorità economiche e sociali:

  1. Lotta al contrabbando e agli speculatori
  2. Incentivi alle aziende attive nei settori strategici, agli investitori e agli esportatori
  3. Contrasto dell’evasione fiscale e stretta sullo sperpero di denaro pubblico
  4. Controllo del debito e uso dei fondi internazionali per investimenti
  5. Difesa del dinaro tunisino e controllo dell’inflazione
  6. Valorizzazione dei fosfati e del bacino minerario del sud
  7. Protezione delle categorie dei lavoratori più vulnerabili

Il programma di governo, secondo Fakhfakh, “coinvolge tutte le categorie sociali, specialmente in questo momento che i tunisini aspettano l’inizio di una ripresa economica”. Il nuovo premier troverà un Paese con le casse pubbliche sono sempre più vuote, una popolazione è inquieta e delusa da una rivoluzione che doveva cambiare tutto ma che di fatto non ha cambiato niente.