Dieci anni dopo la rivoluzione dei gelsomini e i moti della primavera araba, la Tunisia è una bomba a orologeria. La situazione politica, economica e sociale del Paese rivierasco dovrebbe destare la preoccupazione del governo dell’Italia per almeno due motivi: i flussi migratori e l’energia. Secondo i dati del Viminale aggiornati al 15 dicembre, almeno 12.542 migranti tunisini sono arrivati irregolarmente in Italia via mare da inizio anno, +372,57 per cento rispetto ai 2.654 tunisini registrati nello stesso periodo dello scorso anno. Numeri ancora lontani dai primi anni post rivoluzione, ma la pandemia di Covid-19 ha acuito i problemi strutturali di un Paese privo di idrocarburi che dipende in gran parte dal turismo e dalle forniture esterne. Il tasso di disoccupazione ha raggiunto un picco del 18 per cento durante la prima ondata del coronavirus. Centinaia di migliaia di persone hanno perso il lavoro e molti altri potrebbero perderlo nella seconda ondata. I segnali che arrivano dalla Tunisia rurale, lontano dalle coste frequentate dai (pochi) turisti, non sono incoraggianti. Un gruppo di manifestanti ha tentato di assaltare la sede di Saregaz, la joint-venture tra Eni e la tunisina Etap, incaricata della manutenzione del Transmed (noto anche come gasdotto Enrico Mattei), la conduttura che collega l’Algeria all’Italia passando dalla Tunisia. Il flusso di gas naturale verso l’Italia, in altre parole, rischia di essere interrotto in pieno inverno.

Un governo fragile

Il governo tecnico guidato dal premier Hichem Mechichi ha superato i 100 giorni di vita e può contare in teoria su una larga maggioranza parlamentare, ma l’esecutivo tanto voluto dal presidente della Repubblica, il conservatore populista Kais Saied, è sempre meno solido e popolare. Il partito islamico Ennahda, la formazione politica di maggioranza relativa nell’Assemblea dei rappresentanti del popolo (Arp), è diviso al suo interno e rischia di rimanere senza punti di riferimento, dal momento che lo sceicco Rachid Ghannouci, storico leader musulmano nonché presidente del parlamento, ha annunciato che non intende candidarsi per guidare il partito affiliato alla Fratellanza musulmana al congresso che dovrebbe tenersi a inizio 2021. Parte dell’opposizione, in particolare i laici del Blocco democratico e i radicali islamici del movimento Al Karama, è divisa al punto che i suoi esponenti si picchiano tra i corridoi del parlamento. Questo contesto sembra favorire l’ascesa dei nostalgici del regime del passato regime Ben Ali e, in particolare, il Partito dei costituzionalisti liberi – anch’esso all’opposizione, guidato dalla vulcanica Abir Moussi – premiato dai sondaggi di opinione ma privo di strategia a lungo termine.

Le proteste continuano

Le proteste dei disoccupati di El Kamour hanno bloccato la produzione di idrocarburi dai campi del sud della Tunisia per diversi mesi. Il sit-in del deserto è stato rimosso a seguito di un accordo tra sindacati e manifestanti per attuare un’intesa risalente del 2016, con il paradossale risultato di incoraggiare nuove forme di contestazione che hanno paralizzato altri snodi produttivi del Paese. Molti progetti sono fermi e gli investitori internazionali sono spaventati. La Banca Mondiale ha lanciato un monito: o la Tunisia vara le riforme che sono richieste (a partire dai tagli al settore pubblico), non avrà accesso ai finanziamenti internazionali necessari per evitare il crack economico. A causa del blocco del settore dei fosfati, ormai l’unico comparto in cui il Paese sta ottenendo buoni risultati è l’agroalimentare, dove peraltro si pone in competizione con l’Italia. L’olio extravergine d’oliva tunisino, viene venduto a un prezzo medio di esportazione di circa 180 euro per 100 chilogrammi, a fronte dei circa 490 euro per 100 kg dell’olio extravergine d’oliva italiano. Le esportazioni sono in crescita, ma l’olio da solo non basterà a salvare l’economia. Come ha detto il rappresentante del Banca Mondiale Tony Verheigen, la Tunisia deve sostanzialmente fare i compiti a casa e accelerare le riforme se vuole evitare il peggio.

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