Sotto il profilo logistico sembra tutto pronto: dalla mezzanotte di ieri è scattato il silenzio elettorale, tutte le schede e tutti i seggi risultano distribuiti e la macchina organizzativa non ha registrato intoppi. Per la Tunisia questa è già una prima notizia importante. Il Paese africano si prepara al voto di oggi con otto milioni di cittadini chiamati alle urne per il primo turno delle presidenziali. Si tratta del primo round di un autunno che si prevede caldo per la Tunisia, i cui elettori devono prima scegliere il successore del defunto presidente Beji Caid Essebsi e, successivamente, i componenti del nuovo parlamento. Il tutto in un clima di non poca tensione, con sfide molto importanti che attendono l’intero Paese sotto il profilo economico e della sicurezza.

Le due sfide della Tunisia: economia e sicurezza

Nel 2011 la rivolta contro l’ex presidente Ben Alì non è iniziata con richieste di cambiamento di governo e di ordinamento. La protesta, infatti, è scoppiata in una delle province più remote del Paese in seguito a un gesto estremo di un ragazzo, Mohamed Bouazizi, che si è dato fuoco in piazza dopo che la Polizia gli aveva confiscato il carrettino con il quale vendeva frutta per arrivare a fine mese. Migliaia di tunisini solidarizzano con il ragazzo e con la sua famiglia, sottolineando le condizioni economiche del Paese dove disoccupazione giovanile e prezzi dei beni di prima necessità troppo alti costituiscono fonte di un generale malcontento. Oggi, a distanza di otto, la situazione non sembra essere cambiata.

Molti giovani sono a spasso, molte famiglie faticano ad arrivare a fine mese, l’economia risulta ferma e le incertezze sul futuro offuscano ulteriormente il quadro. Le istituzioni, nonostante l’introduzione di un sistema multipartitico che fa della Tunisia l’unica repubblica araba con un ordinamento simile a quello occidentale, vengono ancora percepite come lontane e serpeggia nella società una certa disillusione. Ecco perché il futuro presidente deve, in primo luogo, agire sull’economia. Le misure introdotte dal governo uscente guidato dal premier Yussef al Chahed, candidato in queste presidenziali, non hanno portato significativi effetti. L’esecutivo uscente si muove tra prestiti del Fondo monetario internazionale e misure di austerity per rimettere sotto controllo i conti pubblici ed i dati macroeconomici. Ma, all’interno della società tunisina, le disuguaglianze risultano aumentate, la povertà ben lontana dall’essere quanto meno ridimensionata ed il malcontento cresce. La gente non nota alcun cambiamento rispetto al 2011 e la vita oggi come allora risulta molto difficile soprattutto per i tanti giovani che compongono una società la cui età media è molto più bassa che in Europa.

E poi c’è il discorso legato alla sicurezza: negli anni post 2011 la Tunisia è stata sconvolta da almeno due grandi attentati dell’Isis, uno al Museo del Bardo e l’altro invece sulla spiaggia di Sousse. La situazione è sembratata poi migliorare, ma lo spauracchio del terrorismo non ha mai abbandonato il Paese, specialmente perché è proprio dalla Tunisia che è partito il maggior numero di foreign fighter. Con il collasso dello Stato islamico tra Siria ed Iraq e con la guerra nella vicina Libia sempre più intensa, il rischio di un ritorno di molti terroristi in patria suscita non pochi timori. Il 27 giugno un doppio attentato a Tunisi fa ricordare a tutti che il pericolo jihadista è dietro l’angolo e la popolazione torna ad avere molta paura. Il tema della sicurezza, insieme a quello economico, sarà immancabilmente in cima nella lista delle priorità del futuro presidente.

Situazione incerta

Un quadro del genere non può che portare a una generale incertezza non solo sull’esito del voto, bensì anche sul generale orientamento futuro della Tunisia. Occorre ricordare, come già detto sopra, che il Paese sarà chiamato da qui ai prossimi mesi per ben tre volte alle urne: oggi il primo turno delle presidenziali, poi il quasi certo ballottaggio per l’elezione del presidente e quindi poi le consultazioni legislative. Queste ultime appaiono ancora più importanti, visto che il potere esecutivo è detenuto dal primo ministro nominato sì dal presidente ma in base alla composizione del futuro parlamento. Il capo dello Stato che risulterà eletto al termine del processo di voto che inizierà con il primo turno di domenica, non ha un ruolo solo cerimoniale e detiene anzi il controllo sulla politica estera e sulla difesa. Al tempo stesso però, è il parlamento ad esercitare un ruolo molto attivo e decisivo per la formazione del futuro governo. Dunque, in un certo qual modo, le presidenziali sembrano essere una prova generale in vista delle legislative.

Una prova però di difficile interpretazione: 26 candidati ed un quadro politico frammentato rendono incerta ogni previsione futura. In primo luogo occorre valutare il livello di partecipazione popolare al voto: la disillusione per via dei mancati miglioramenti delle condizioni di vita dopo la primavera araba, spinge molti elettori a rimanere a casa e questo ovviamente crea non pochi problemi di tenuta per la stessa fragile democrazia tunisina. In secondo luogo, la Tunisia si appresta ad abbandonare la dicotomia tra laici ed islamisti grazie all’ascesa di movimenti e partiti che puntano più il dito sulla corruzione e sui fallimenti dell’attuale classe dirigente. La popolarità di Nabil Karoui ne è un esempio: candidato indipendente alle presidenziali, imprenditore di Biserta proprietario di Nessma Tv, la più importante del Paese, Karoui incarna proprio quel sentimento di disillusione che serpeggia nella società. Il suo arresto, operato durante la campagna elettorale, sembra dare a molti l’idea di elezioni dall’esito “falsato”.

In poche parole, dalle elezioni di domenica potrebbe uscire una Tunisia diversa rispetto a quella conosciuta nell’era post Ben Alì. I risultati saranno importanti per capire quale strada il paese vorrà imboccare da qui ai prossimi anni. Una strada che, comunque vada, risulterà decisamente in salita.