Sembrano lontani i tempi in cui il Movimento Cinque Stelle si metteva di traverso rispetto al riconoscimento di Guaidò in Venezuela o in cui, ai tempi dei primi meetup prima e dell’opposizione poi, i grillini della prima/seconda ora tuonavano contro l’imperialismo a stelle e strisce. Oggi tra i corridoi della politica romana le voci che circolano appaiono di ben altra natura: l’attuale ministro degli Esteri, che del Movimento Cinque Stelle è stato leader, è forse il titolare della Farnesina più atlantista degli ultimi anni. E questo per via anche di un’intensa vicinanza che Luigi Di Maio, specialmente di recente, ha sviluppato con il Segretario di Stato Usa Mike Pompeo.

Da Washington “studiano” Di Maio

Quando si è insediato l’esecutivo gialloverde, l’allora numero uno del Movimento Cinque Stelle ha preferito mettere le mani in quell’ambito politico da cui il suo partito ha tratto maggiori consensi, ritagliando per sé il ruolo di ministro sia del Lavoro che delle Attività Produttive. I grillini hanno avuto un autentico boom di voti al sud soprattutto in prospettiva del reddito di cittadinanza, da qui la scelta di Di Maio di planare verso quei due ministeri. Poi, quando il governo gialloverde è caduto e occorreva mettere in piedi una nuova maggioranza con il Pd, al leader politico del Movimento è spettato il ministero degli Esteri. Non senza lo scetticismo di molti, anche all’interno della nuova compagine governativa. Le perplessità riguardavano in particolar modo l’inesperienza di Di Maio nel settore esteri e di conseguenza la poca conoscenza dei vari dossier riguardanti la Farnesina.

A distanza di poco più di un anno dall’insediamento, a emergere è una linea molto vicina alle posizioni degli Stati Uniti. Anzi, nelle stanze romane è sempre più alta la convinzione secondo cui da Washington si segua sempre più da vicino Luigi Di Maio. Il ministro degli Esteri avrebbe coltivato un intenso rapporto personale con l’ambasciatore americano in Italia, Lewis Eisenberg, una circostanza quest’ultima che potrebbe aver permesso all’ex leader grillino di entrare nelle “grazie” della diplomazia Usa. Questo di certo non è sfuggito a Mike Pompeo, il quale quasi senza volerlo si è ritrovato un titolare della Farnesina ben disposto a risultargli amico. Da qui le porte aperte da parte italiana a tutti i principali dossier a cui gli Stati Uniti sono interessati: dal 5G alla condanna di Lukashenko, passando anche per i recenti accordi di Abramo per i quali Di Maio ha espresso “profonda soddisfazione”, posizioni quindi allineate in modo quasi perfetto a quelle americane. La “consacrazione” filo atlantista di “Giggino” avverrà nei prossimi giorni, quando il ministro si recherà in Israele dove potrebbe incontrare lo stesso premier Benjamin Netanyahu.

Il perché della “svolta” di Di Maio

L’inversione di tendenza dell’attuale titolare della Farnesina non può quindi che destare scalpore, specie se si considerano le prime impostazioni in politica estera del Movimento Cinque Stelle. Ma, a voler essere pignoli, è possibile parlare di svolta solo quando si arriva da una linea ben precisa. Linea che Di Maio per la verità non ha mai avuto. Quella inesperienza a lui attribuita nel momento dell’insediamento alla Farnesina, si è rivelata con il tempo un elemento prezioso per gli Usa. Washington si è ritrovata in Italia con un ministro neofita dei dossier esteri, ben predisposto quindi a ricevere indirizzi dalla parte, tecnica e non, a lui più vicina.

E dietro l’orientamento atlantista preso dalla Farnesina guidata da Di Maio, così come sottolineato in un articolo di Marco Antonellis per Italia Oggi, si celerebbe la figura del giornalista Augusto Rubei. Sarebbe stato lui, ex portavoce dell’ex ministro della Difesa Elisabetta Trenta e adesso portavoce del ministero degli Esteri, a cucire su misura per Di Maio l’abito atlantista. Del resto non sarebbe la prima volta che il titolare della Farnesina decide di affidarsi a Rubei: quest’ultimo sarebbe dietro anche al cambio di strategia comunicativa operato dal M5S alla vigilia delle europee del 2019. 

L’orientamento del M5S in vista degli stati generali

Luigi Di Maio, dopo le batoste elettorali ricevute dai grillini, a gennaio ha deciso di rassegnare le sue dimissioni da capo politico del movimento. Tuttavia la sua posizione in qualità di ministro degli Esteri non può non pesare all’interno del più generale orientamento dei pentastellati in politica estera. E la domanda è proprio questa: la linea atlantista di Di Maio sarà anche la linea del Movimento? O, per meglio dire, per la prima volta da quando ha responsabilità di governo il Movimento avrà una sua linea precisa? Circostanza non secondaria per comprendere quello che sarà l’orientamento del Conte II in politica estera, in vista soprattutto degli stati generali con i quali i grillini vorrebbero ristrutturarsi al loro interno. Certo è che se la sintesi del M5S dovesse essere quella portata da Di Maio alla Farnesina, si assisterebbe a uno dei colpi di scena più clamorosi degli ultimi anni. Il Movimento potrebbe trasformarsi in uno degli avamposti più marcatamente filo atlantisti, a dispetto delle intenzioni manifestate all’origine dell’avventura politica grillina.

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