Una camera vulcanica a poche miglia dai confini meridionali italiani. Quello che sta accadendo da diverso tempo al di là del Mediterraneo, e precisamente in Nord Africa, non può essere sottovalutato. Mario Draghi lo ha compreso benissimo organizzando la sua prima trasferta da presidente del Consiglio proprio in Libia, in quella Tripoli che oggi parla sempre più turco e sempre meno italiano. Ma gli spari ai pescherecci di Mazara del Vallo, accusati dalla Guardia costiera libica di essere entrati nelle acque riservate ai loro pescatori, è un segnale che non basterà certo solo un vertice né i due viaggi di Luigi di Maio per cambiare le cose e nel breve termine. L’affaire Libia è molto più complesso di quello che si possa credere. E l’Italia, che dalla sua parte ha il peso degli accordi energetici e potenzialmente della ricostruzione del Paese, sconta con tutte le fazioni libiche anni di incertezze e rapporti controversi in cui grande peso ha avuto proprio la politica estera firmata da Giuseppe Conte e dallo stesso Di Maio.

I pescherecci e il precedente in Libia

Il caso dei pescherecci è una sintesi perfetta di quanto accaduto in questi anni tra Roma e le città-Stato che compongono il ginepraio libico. L’Italia era stato il Paese che aveva subito lo schiaffo del sequestro di un altro equipaggio, ma quella volta per mano delle milizie di Khalifa Haftar, e che si prostrò alla corte del maresciallo riconoscendolo a livello internazionale e portando a Bengasi direttamente premier e ministro degli Esteri. Una scelta di immagine decisamente sui generis che mostrò al mondo che non solo l’esecutivo doveva recarsi in pompa magna da colui che rapiva i marittimi per discutere con la controparte italiana, ma anche che doveva riconoscere chi, poco tempo prima, aveva assediato Tripoli e l’unico governo riconosciuto a livello internazionale. Lo stesso governo che, va aggiunto, era sostenuto dall’Italia proprio per tutelare i propri interesse in Tripolitania e fermare l’avanzata di forze collegate a nostri competitor regionali.

Il grande errore di Conte e di Maio

La mossa è servita di certo come boomerang. Perché se è vero che Haftar ha sostanzialmente abbandonato le velleità di dominio sulla Libia, ritirandosi in Cirenaica con la Wagner e altri mercenari africani e sostenuto dagli Emirati e dall’Egitto, dall’altro lato non si sono fermate né le minacce ai nostri interessi né ai nostri pescherecci. Prova ne è che agli inizi di maggio un gommone dei miliziani di Haftar ha tentato di abbordare un’imbarcazione italiana al largo della Libia. Segno che gli accordi sono probabilmente già saltati o non sono mai partiti.

Inoltre, quella mossa di riconoscere Haftar, se di certo non ha avuto riscontro in Cirenaica, altrettanto non lo ha avuto in Tripolitania, dove anzi oggi l’Italia viene vista come un partner incapace di esprimere una linea netta su quanto avviene nel Mediterraneo centrale. La conferma era già arrivata da Tripoli, quando i vetrici del Gna ricordavano a più riprese come avessero più volte chiesto un intervento diretto di Roma ma Palazzo Chigi e Farnesina avevano risposto picche. Ma la certificazione dei pessimi risultati di quella mossa è arrivata proprio dallo stesso “fronte”: la pesca. La Guardia costiera che l’Italia ha cercato di armare e di addestrare ha infatti preso una motovedetta consegnata proprio da Roma e ha provato ad abbordare i pescherecci italiani tentando di dirottarli a Misurata. Mossa sorprendente non tanto per i metodi libici, quanto per il fatto che il porto di partenza era Misurata, dove l’Italia aveva addirittura una nave e un ospedale da campo come presidio dei buoni rapporti tra la città e il Patrio Stivale. Un segnale di un cambiamento di tendenza che va di pari passo anche con la penetrazione turca, dal momento che i consiglieri di Ankara aumentano così come, al contrario, non se ne vanno i mercenari inviati dai turchi e che hanno appoggiato il Gna nelle recenti fasi della guerra.

Il pantano dell’Italia

La diplomazia italiana degli ultimi anni si può quindi sintetizzare in un pantano. Sabbie mobili che adesso Draghi deve gestire per evitare una clamorosa sconfitta e provare a invertire la rotta. Non sarà semplice: Roma ha tutte le carte in regola per essere considerato il principale partner europeo dei libici, ma arriva da amministrazioni a dir poco negative sul fronte internazionale. L’incertezza non paga. E l’incertezza ammantata da sano doppiogiochismo in stile Prima Repubblica nasconde in realtà una forma di schizofrenia diplomatica che Conte e Di Maio non hanno mai provato a risolvere né a correggere. Il problema sono gli effetti disastrosi cui assistiamo inerti: la Libia è un grande inferno da cui l’Italia è stata estromessa come possibile leader; l’Algeria è un Paese fondamentale nelle nostre strategie marittime e sul fronte energetico ma i rapporti sembrano interessare sempre meno la Farnesina; i rapporti con l’Egitto sono ai minimi termini dal punto di vista diplomatico e “salvati” solo dalla vendita delle due Fremm. Per quanto riguarda la possibilità di avere qualche partner europeo al nostro fianco, il risultato più tangibile è stato quello di cambiare continuamente idea nei rapporti con la Franci e con la Germania, facendoci strappare lo scettro della transizione politica da Berlino. Mentre sul fronte americano e russo, la basculante politica estera italiana tra sirene di Mosca e richiami di Washington ha portato l’Italia a non essere un interlocutore privilegiato sulla Libia né da parte dei russi (presenti in Cirenaica) né da parte degli americani (disinteressati in generale al problema). Per Draghi sarà una prova durissima, ma c’è in ballo la stabilità del Mediterraneo.

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