La morte di Jamal Khashoggi finirà nel dimenticatoio. Mentre tutti puntano il dito contro il principe Mohammad bin Salman, il presidente americano Donald Trump parla di “criminali” che nulla hanno a che fare con Riad. Ma siamo proprio sicuri che le cose stiano così?

Il New York Times ha pubblicato un articolo in cui, pur con tutti i limiti del caso, prova a ricostruire i momenti che hanno portato alla morte del dissidente saudita. Il 2 ottobre, Khashoggi sarebbe stato invitato nel consolato per un interrogatorio. L’ordine, secondo quanto affermato da fonti di Riad al quotidiano statunitense, sarebbe arrivato da un ufficiale dell’intelligence amico del principe che si sarebbe poi spinto “troppo oltre”. La stessa fonte sottolinea inoltre che era stato lo stesso Bin Salman a chiedere il ritorno forzato di Khashoggi.

Che la faccenda sia grossa – e che quindi non possa riguardare solamente dei criminali come affermato da Trump – lo dimostra un semplice fatto: il viaggio del segretario di Stato Mike Pompeo a Riad. Gli Usa, insomma, devono cercare di togliere le castagne dal fuoco al principe saudita. E non è la prima volta che accade.

Qualche mese fa, il New Yorker ha pubblicato una lunga biografia di Mohammad bin Salman. Un’autobiografia che non fa sconti e che racconta le molte ombre del principe “riformista”. Autoritario, a tratti dispotico, l’erede al trono sa esattamente ciò che vuole. E come ottenerlo, grazie anche all’appoggio di una certa parte degli Stati Uniti, tanto che un ex ufficiale della Difesa Usa ha raccontato: “Eravamo giunti alla conclusione che bisognava trovare un agente del cambiamento. È lì che è entrato in gioco Mbs, era lui il nostro agente del cambiamento”. Bisogna quindi portarlo al potere.

Non che Bin Salman ne abbia particolarmente bisogno. Lavora nell’ombra per creare una fitta rete di alleanze all’interno della casa reale e il 21 giugno del 2017 riesce a scalzare l’erede al trono Muhammad bin Nayef. Il New Yorker racconta così quel momento: “Mbs, con la faccia avvolta in una keffiah rossa e bianca, si è avvicinato al suo rivale bin Nayef baciandogli teatralmente la mano e inchinandosi alle sue ginocchia. Prima che Mbs avesse il tempo di spiegare il gesto, bin Nayef prende la parola e dichiara al cugino: ‘Ti assicuro fedeltà, nel bene e nel male’. Mbs si alza in piedi e, agitando vigorosamente la mano di Bin Nayef, dice: ‘Cercheremo sempre la tua guida’. Il filmato, lungo ventiquattro secondi, aveva lo scopo di annunciare che Mbs sarebbe succeduto pacificamente a bin Nayef come futuro re dell’Arabia Saudita”. Ma come era stato possibile tutto questo? Lo spiega con molti particolari il periodico statunitense: “In realtà il trasferimento di potere era stato tutt’altro che amichevole. La sera prima, secondo fonti saudite e americane, bin Nayef era stato convocato per un incontro con re Salman. Giunto al palazzo, le guardie lo circondarono, gli confiscarono il telefono e gli ordinarono di abdicare. Bin Nayef si rifiutò. Secondo l’ex funzionario americano, fu costretto a rimanere in piedi per diverse ore, il che, a causa delle ferite persistenti causate dall’attacco suicida, gli causò dei dolori lancinanti. Una fonte ha riferito che le guardie avevano minacciato di annunciare che bin Nayef era dipendente agli antidolorifici, un’affermazione che l’ex ufficiale americano avrebbe smentito: ‘Dubito davvero che avrebbero fatto qualcosa del genere’. Con l’arrivo dell’alba, bin Nayef accettò la resa. Mbs nominò come nuovo ministro degli Interni un suo parente fedele. Bin Nayef fu rinchiuso nella sua abitazione, dove perfino alcuni dei suoi amici americani più potenti, tra cui i due ex direttori della Cia, George Tenet e John Brennan, non riuscirono a raggiungerlo. La strada di Mbs verso il trono era stata finalmente aperta”.

A questo punto tutti iniziano ad interessarsi a Mohammad bin Salman. I suoi modi piacciono. Ma ancora di più piacciono le sue promesse. Il suo progetto Vision 2030 parla di una nuova Arabia Saudita, aperta al mondo, e che non dipende più esclusivamente dal petrolio. Ha permesso alle donne di guidare e, almeno sulla carta, ha bacchettato il clero radicale. Ma ha anche eliminato ogni tipo di dissenso interno.

Il 4 novembre del 2017 è una delle notti più importanti della storia recente dell’Arabia Saudita. Le agenzie battono prima la notizia che una dozzina di membri della famiglia reale sarebbe stata arrestata per corruzione e poi annunciano le dimissioni del premier libanese Saad Hariri. Due notizie apparentemente non connesse, ma legate da un vero e proprio tentativo di golpe di Mohammad bin Salman. Gli accusati vengono chiusi in hotel di lusso, dove “potevano guardare la TV e ordinare il servizio in camera, ma non potevano andare via”. Poi – racconta il New Yorker – “sono iniziati gli interrogatori. Poliziotti e investigatori presentarono ai sauditi detenuti le presunte prove dei loro misfatti. Di solito si arrivava a una cifra coercitiva e una volta che i detenuti avevano sborsato e firmato un accordo di non divulgazione, erano liberi di andarsene”.

Per quanto riguarda invece Hariri si tratterebbe invece, secondo alcune ricostruzioni, di un vero e proprio sequestro di persona: “I sauditi speravano che Hariri sarebbe stato in grado di affrontare Hezbollah. Era un sunnita, e un politico esperto, che aveva servito come primo ministro dal 2009 al 2011, quando scappò a Parigi, temendo che Hezbollah si stesse preparando a ucciderlo. (Le sue paure non erano infondate. Nel 2005, suo padre, Rafik, un altro primo ministro sostenuto dai sauditi, fu ucciso in un attentato con un’autobomba per il quale un tribunale delle Nazioni Unite ha incriminato quattro membri di Hezbollah.) Nel 2016, dopo due anni di stallo parlamentare, in cui il Paese si era trovato senza alcun capo di stato, è tornato ed è entrato in carica”. In realtà Hariri non fece nulla di questo. O almeno non lo fece come i sauditi avrebbero voluto. Anzi: poco prima di quella esser “sequestrato”, Hariri aveva incontrato Ali Veylati, un importante consigliere iraniano e aveva postato sui social una foto con lui.

È la goccia che fa traboccare il vaso. Bin Salman lo chiama. E il New Yorker racconta così quei momenti: “Quando Hariri fu convocato per incontrare Mbs, si aspettava un caloroso ricevimento dalla famiglia reale. ‘Saad pensava che tutti i suoi problemi con Mbs si sarebbero risolti’, disse un aiutante di Hariri. Invece, appena arrivato a Riad, venne preso in custodia dalla polizia. Secondo due ex funzionari americani attivi nella regione, venne trattenuto per undici ore. ‘I sauditi lo hanno messo su una sedia e lo hanno schiaffeggiato ripetutamente’, ha detto uno dei funzionari. (Il portavoce di Hariri ha negato l’accaduto.) Alla fine, in un video surreale mandato in onda dalla televisione saudita, Hariri, apparentemente esausto e sconfitto, lesse un discorso di dimissioni, sostenendo di essere fuggito dal Libano per sottrarsi a un complotto iraniano per ucciderlo. Hariri, che di solito ha un tono tenero, ha dichiarato che ‘le mani dell’Iran sulla regione saranno mozzate’, una dichiarazione che ha convinto molti libanesi che il discorso fosse stato scritto da qualcun altro”.

Tutti gli Stati occidentali rimangono scioccati da questa operazione. L’allora segretario di Stato Rex Tillerson afferma di sostenere la “la stabilità del Libano e si oppongono a qualsiasi azione che possa minacciare quella stabilità”. Un alto funzionario americano ha invece commentato così l’intera faccenda: “È stata la cosa più stupida che abbia mai visto”. Bin Salman è un ottimo comunicatore, ma un pessimo stratega. Pensa di poter fare tutto senza essere toccato. E adesso gli Stati Uniti si trovano davanti a un bivio: o continuano a sostenere l’operato del principe oppure possono cogliere questa occasione per scaricarlo. Se Trump – come le sue parole lasciano intendere – coprirà Mbs non farà altro che cadere nella trappola dei sauditi che, in questo modo, dimostreranno come gli Stati Uniti dipendano da Riad.