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Il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, il 14 aprile ha dichiarato formalmente che è sua intenzione riuscire dove nessuno dei predecessori ha avuto successo: porre fine alla guerra infinita dell’Afghanistan. Il piano è semplice: riportare a casa i soldati americani e dell’Alleanza Atlantica entro l’11 settembre, cioè in occasione del prossimo anniversario degli attentati alle Torri Gemelle, facendo leva sul trio TurchiaQatarFratellanza Musulmana per ridurre l’astro esercitato sui Talebani da Pakistan (ossia dalla Cina), Russia e Iran.

L’obiettivo dell’amministrazione Biden è ambizioso, perché si tratterebbe di impantanare i rivali degli Stati Uniti in una terra storicamente indomabile e ostile a qualsivoglia forma di ingerenza straniera, ma è da chiarire se, come e quando avverrà la ritirata e quanta effettiva influenza potrà esercitare il dinamico trio dell’islam politico. L’incognita più importante, però, è un’altra: come reagiranno Russia, Cina e Iran alla de-americanizzazione dell’Afghanistan? Dovranno collaborare attivamente e continuamente, mettendo in piedi un meccanismo di concertazione funzionante e all’altezza delle sfide, pena la sconfitta in una partita fondamentale nel quadro della transizione multipolare.

La prova del fuoco

In Afghanistan, la tomba degli imperi per antonomasia, verrà scritto uno dei capitoli più importanti della competizione tra grandi potenze. Qui, dove si incrociano e scontrano gli interessi e le agende di una costellazione variegata di attori statuali – tra i quali Russia, Cina, Stati Uniti, India, Iran, Pakistan e Turchia – e nonstatuali – cioè le organizzazioni dell’internazionale jihadista –, nelle fasi concomitanti e successive alla storica ritirata del blocco euroamericano si potrebbe assistere ad uno spaventevole ritorno al passato fatto di insurgenza, instabilità e attentati.

Rispetto al passato, però, un eventuale collasso dell’Afghanistan non rappresenterebbe un problema particolarmente grave per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, il cui mirino geopolitico è stato ribaricentrato dal mondo musulmano alla sinosfera, mentre si rivelerebbe esiziale per Russia, Cina e Iran, il terrifico trio che turba i sonni unipolari degli strateghi che monitorano l’andamento delle relazioni internazionali da Casa Bianca e Pentagono.

L’Afghanistan insegna che, a volte, non v’è migliore vittoria di una sconfitta. Perché gli Stati Uniti non si ritireranno da una nazione risorta, prospera e sicura, ma da un teatro né più né meno indomabile e cataclismatico del 2001. Speranza e aspettativa degli strateghi al servizio dell’amministrazione Biden è che l’Afghanistan possa divenire per Cina, Russia e Iran ciò che è stato prima per i sovietici e poi per gli statunitensi: un pantano ingestibile e tremendamente antieconomico.

Perché il piano Biden potrebbe fallire

Il piano dell’amministrazione Biden poggia su due pilastri di cartongesso: la Turchia e la fiducia nella dura lex historiae. La prima, con l’ausilio di Qatar e Fratellanza Musulmana, dovrebbe fungere da guardiano degli interessi degli Stati Uniti in loco e inglobare l’Afghanistan nella turcosfera, per quanto possibile, tramite il leveraggio di instrumenta regni quali cooperazione allo sviluppo, religione, cultura, stato sociale e investimenti. La seconda implica una cieca fiducia nella potenza travolgente della ricorrenza storica, ovverosia nella trasformazione dell’Afghanistan nel capolinea dei sogni egemonici degli imperi di turno, in questo caso Cina, Russia e Iran.

Molteplici sono le ragioni per cui suddetti pilastri sarebbero meno stabili e solidi di quanto creduto dall’amministrazione Biden, e tutte sono legate alla condivisione di un elemento: la sottovalutazione dei rivali sulle cui spalle si vorrebbe trasferire l’onere del controllo dell’incontrollabile Afghanistan. Perché gli Stati Uniti confidano nel persistere dell’animosità tra Talebani e Russia, nell’entrata in scena dell’India (in chiave anticinese e antipakistana), nel potenziale dell’internazionale islamista e nel fatto che il vuoto di potere possa facilitare il (ri)attecchimento del terrorismo di stampo jihadista, ma trascurano il peso determinante del fattore Pakistan, storico custode degli studenti del Corano e satellite della Cina, la cordialità che ha storicamente contraddistinto le relazioni fra i seguaci del mullah Omar e l’Iran e, ultimo ma non meno importante, il potere dello yuan.

Pechino ha silenziosamente ottenuto la lealtà dei Talebani, facendo leva sull’asse d’oro con Islamabad, cosa che ha reso possibile lo stabilimento di una presenza militare, seppure limitata e geograficamente circoscritta. Commercio, investimenti, cooperazione allo sviluppo (elettrificazione e installazione della fibra ottica nelle aree rurali) ed “edilizia umanitaria” (costruzione e/o restauro di strade, scuole, ospedali, alloggi e persino moschee) hanno fatto il resto, migliorando in maniera significativa l’immagine dell’Impero celeste presso afghani e Talebani e fungendo da complemento ideale al leveraggio dell’asse con il Pakistan.

Numeri e fatti, molto più delle parole, possono aiutare a comprendere quali siano le dimensioni effettive della presenza cinese nell’Afghanistan contemporaneo: 320 milioni di dollari in aiuti allo sviluppo dal 2001 al 2014, accordi esclusivi nel settore energetico e minerario sin dai primi anni 2000, stabilmente al primo posto nella classifica degli investitori stranieri, più di 70 milioni in aiuti militari dal 2016 al 2018.

L’unica maniera che Russia e Cina hanno per evitare la ricaduta dell’Afghanistan in uno stato di insurgenza centrifuga, cioè che dalle Montagne bianche promana verso il vicinato geografico, è lo stabilimento di un meccanismo di concertazione funzionante, poggiante sulla cooperazione attiva con protettori (Pakistan) e giocatori di interesse (Iran, Kazakistan e Uzbekistan) e sul contenimento a oltranza della Turchia e dell’internazionale islamista, che vanno affrontate attraverso una concorrenza aggressiva e sleale che non lasci loro spazio alcuno di manovra all’interno della nazione – in nessun luogo e in nessun settore.

La strategia di Biden è chiara: tentare la carta Brzezinski, ovvero la costruzione di un artificioso “arco di crisi” nel cuore dell’Eurasia, a mezzo della mobilitazione dei popoli musulmani ivi stanziati e diligentemente radicalizzati, funzionale al contenimento simultaneo di Russia e Cina. Funzionò all’epoca dell’Unione Sovietica, perciò l’aspettativa della Casa Bianca è che possa funzionare ancora facendo leva su Turchia e Fratellanza Musulmana anziché su Pakistan e petromonarchie.

Russia e Cina dovranno estendere il loro partenariato strategico all’Afghanistan, formulando un piano d’azione contemplante ogni possibile scenario e, soprattutto, basato sugli insegnamenti provenienti dal passato. L’Afghanistan sarà il vero banco di prova sul quale verrà misurata la solidità dell’intesa cordiale del 21esimo secolo, nonché il teatro in cui si giocherà una parte considerevole, forse una delle più importanti, della competizione tra grandi potenze e della transizione multipolare.