Quando si arriva alla guida di un importante Paese europeo, è difficile fuggire dalla tentazione di voler lasciare una traccia del proprio operato. E questo probabilmente per due motivi: da un lato, si è leader in un continente che, nonostante costanti battute d’arresto, rimane comunque sotto i riflettori; dall’altro perché costruire sopra le macerie è molto più semplice e permette maggiore spazio di manovra.
A questa tentazione non sta sfuggendo nemmeno Giorgia Meloni. Per certi versi, l’ambizione del presidente del consiglio italiano, seguendo il ragionamento prima indicato, è più che giustificata. Sedersi a Palazzo Chigi vuol dire governare la terza economia europea e inoltre, terminata l’era di Angela Merkel, nel Vecchio Continente è difficile trovare leader dal forte peso politico. Il capo dell’esecutivo italiano quindi, sta provando a sfruttare una congiuntura potenzialmente positiva.
Ma tra la volontà e la realtà ci sono non pochi ostacoli. Roma ha avviato l’ambizioso Piano Mattei sull’Africa, ha convocato nella capitale quasi cinquanta delegazioni africane, vuole ridare slancio a una politica europea sull’immigrazione. Un attivismo riscontrato anche sul delicato dossier ucraino. In tutti questi casi però, al protagonismo italiano stanno facendo da contraltare pesanti scogli che la realtà costantemente lancia sul cammino dell’esecutivo italiano.
Le ambizioni dell’Italia e di Giorgia Meloni
Tra i corridoi di Montecitorio, non sono pochi coloro che trasversalmente vedono nella politica estera la vera preoccupazione di Giorgia Meloni. L’impressione è che, almeno sulla politica interna, il capo del governo voglia far viaggiare l’esecutivo con il pilota automatico. Il tutto per concentrarsi invece lì dove c’è spazio per lasciare una forte impronta internazionale.
Nel giro di pochi mesi, Giorgia Meloni ha visitato tutte le principali cancellerie internazionali. Dalla Casa Bianca all’Eliseo, dalla cancelleria di Berlino fino a Downing Street. Senza contare poi i vari viaggi tra Turchia, Giappone, sud America. Molte delle notizie che hanno riguardato l’attuale presidente del consiglio sono riferibili alla politica estera, come ad esempio i vari incontri con il premier albanese Edi Rama. Con quest’ultimo, Meloni ha chiuso un accordo che prevede di mandare alcuni migranti soccorsi nel Mediterraneo direttamente in Albania, un’intesa in grado di suscitare reazioni positive e negative da parte di diversi Paesi europei.
Proprio sull’immigrazione ovviamente l’Italia si sta giocando non poche carte. Lo dimostrano i frequenti viaggi a Tunisi della stessa Meloni con il presidente della commissione europea, Ursula Von Der Leyen, nel tentativo di presentarsi alla testa di un’azione diplomatica volta a convincere il presidente tunisino Kais Saied a controllare le coste e collaborare con Bruxelles. Oppure i tentativi, per la verità non andati a buon fine, di mediare con il premier ungherese Orban, politicamente vicino al partito di Giorgia Meloni, per dare il via libera alle riforme sull’asilo in Europa. Con l’esecutivo di Budapest peraltro, il presidente del consiglio ha mediato anche sulla posizione dell’Ungheria in merito le sanzioni alla Russia.
Il 2024, per l’inquilina di Palazzo Chigi, presenta altre occasioni per perseguire l’ambizione di lasciare traccia in politica estera. Giorgia Meloni infatti presiederà il G7 previsto nei prossimi mesi in Puglia, una vetrina internazionale e che potrebbe diventare il palcoscenico ideale per dare fondo alle proprie ambizioni di politica estera.
Le difficoltà sul Piano Mattei
Fin qui le potenzialità in mano all’attuale governo di Roma. Le note dolenti arrivano dalle difficoltà di andare oltre il piano prettamente teorico. Senza dubbio l’attivismo di Giorgia Meloni è un importante biglietto da visita per l’esecutivo, non bastevole però per dare una certa rilevanza internazionale sia all’Italia che al programma di politica estera della maggioranza. Un esempio arriva dal Piano Mattei, forse il punto su cui il governo si sta giocando le sue principali carte.
Il piano prevede, in estrema sintesi, copiosi investimenti italiani in Africa sulla scia di una politica di cooperazione adottata a suo tempo da Enrico Mattei, fondatore dell’Eni. Il tutto per conseguire due obiettivi: far sviluppare il continente africano, riducendo così nel lungo periodo le partenze dei migranti, e ridare una posizione importante all’Italia nel cosiddetto Mediterraneo allargato. Il piano è stato sancito nelle scorse settimane, quando nell’aula di Palazzo Madama a Roma sono stati presenti leader e capi di governo provenienti da più parti dell’Africa.
A livello diplomatico è stato un parziale successo, diverso è invece il discorso sotto il profilo pratico. Investire in Africa oggi è un rischio molto importante: il continente, al pari del medio oriente, sta vivendo una stagione di forte instabilità e frammentazione. Stringere accordi con i vari governi africani, considerando l’attuale situazione, potrebbe rappresentare un boomerang. Mattei ha operato in un contesto più delineato e stabile, oggi il sogno di incidere con politiche di cooperazione rischia di infrangersi prima ancora di iniziare. Anche perché gli stanziamenti approvati per il piano al momento esigui. Ulteriore segno di come la pratica costituisca un forte ostacolo per le ambizioni italiane.
La posizione di Roma in Europa
C’è poi il quadro europeo come ulteriore prova della sostenibilità dell’azione di Giorgia Meloni in politica estera. Il governo fino ad oggi si è mosso nell’alveo di una sostanziale collaborazione con Bruxelles, senza evidenziare toni euroscettici promossi soprattutto durante la campagna elettorale. La sopra richiamata missione a Tunisi con Von Der Leyen ne è una dimostrazione. Il capo dell’esecutivo probabilmente punta a un ruolo di primo piano in Europa, considerando le difficoltà del cancelliere tedesco Olaf Scholz e del presidente francese Emmanuel Macron.
Presentarsi a Bruxelles con velleità bellicose, potrebbe essere stato visto da Palazzo Chigi e dalla Farnesina come un ostacolo alle velleità italiane. Tuttavia, sul Mes e sul nuovo patto di stabilità non sempre il governo è riuscito a raccogliere quanto desiderato. Sulla stessa immigrazione, i prima citati dinieghi di Orban ad approvare le riforme hanno rappresentato uno smacco.
Sull’Ucraina, spesso Roma non ha potuto fare altro che accordarsi alle posizioni dei vari partner continentali e dell’Alleanza Atlantica. Applicando in questo caso una politica più di continuità che di discontinuità rispetto al predecessore Mario Draghi. Nella recente visita a Kiev, compiuta da Giorgia Meloni in qualità di presidente di turno del G7, è stata confermata la posizione dell’Italia al fianco dell’Ucraina ma Roma al momento non è riuscita ad assumere un ruolo di primo piano nel dossier.
Le ambizioni ci sono, al pari dell’impegno a portare avanti una politica estera più incisiva che in passato. Forse però per l’Italia (e per la Meloni) non è arrivato il suo turno: progetti di difficile realizzazione e alleanze europee tutte da definire, potrebbero rallentare le velleità dell’attuale maggioranza.

