Ha trascorso 30 anni a farsi strada nelle agenzie di spionaggio della Corea del Nord, fino al raggiungimento delle posizioni più elevate. Ha ricoperto cariche prestigiose ma, nonostante potesse essere considerato un alto ufficiale dell’esercito nordcoreano, nel 2014 è stato costretto a fuggire da Pyongyang. Kim Kuk Song, misteriosissimo nordcoreano sbarcato a Seul per evitare una morte certa, ha cambiato vita come molti suoi concittadini approdati in Corea del Sud.

Il signor Kim adesso lavora per l’intelligence sudcoreana, alla quale ha svelato i segreti più reconditi del Paese governato da Kim Jong Un. La Bbc lo ha contattato per realizzare una lunghissima intervista sulla Corea del Nord, sugli aneddoti più o meno bizzarri della sua vecchia vita da nordcoreano e su cosa accade oltre il 38esimo parallelo. Kim, preoccupato ancora oggi che qualche spia possa intercettarlo, ha tratteggiato un quadro degno del migliore dei film thriller mai usciti su schermo. Molte delle sue rivelazioni appaiono plausibili e coincidono con le testimonianze fatte in passato da altri fuggitivi. Altre restano sospese in un limbo di incertezza, visto e considerando che raccontare un Paese terzo dagli occhi di un dissidente, per di più un Paese impermeabile come la Corea del Nord, resta pur sempre una pratica pericolosa.

Basti pensare alle tante fake news – alcune palesemente grottesche, ma riportate comunque dai media di tutto il mondo – circolate sul conto dei nordcoreani negli ultimi anni. Probabilmente non sapremo mai se le parole del signor Kim rispecchiano fedelmente la realtà o se hanno volutamente peggiorato una situazione già di per sé delicata. Senza ombra di dubbio, le rivelazioni dei papaveri di Pyongyang fuggiti dalla loro nazione possono essere incrociate con le informazioni in possesso di altri soggetti, con il materiale a disposizione degli 007 sudcoreani e americani e con gli studi accademici realizzati sulla Corea del Nord.

“Così Pyongyang importa valuta estera”

A detta del signor Kim, la leadership nordcoreana sarebbe perennemente alla disperata ricerca di denaro, una ricerca da alimentare senza tregua con ogni mezzo possibile e immaginabile. Il condizionale è d’obbligo, visto che neppure la stessa Bbc è riuscita a verificare tutte le sue affermazioni. Negli anni ’90, ai tempi di Kim Jong Il, padre di Kim Jong Un, Kim Kuk Song aveva ricevuto l’ordine di raccogliere “fondi rivoluzionari” per il leader supremo, anche attraverso la vendita di sostanze stupefacenti (in teoria, vietatissime nel Paese).

Il signor Kim ha quindi spiegato di aver portato in Corea del Nord tre stranieri e di averli fatti lavorare in un laboratorio, costruito nel cuore del Paese, per produrre metanfetamine. In questo modo Pyongyang avrebbe venduto droga e, al tempo stesso, incassato dollari da destinare alle casse della leadership. Quei soldi, sempre stando al racconto di Kim, sarebbero serviti non tanto per accudire il popolo, ma per soddisfare le esigenze di Kim Jong Il e della sua cerchia. “Con quei soldi, costruiva ville, comprava automobili, comprava cibo, comprava vestiti e godeva di lussi”, ha spiegato Kim.

Che ha poi spostato l’attenzione su una seconda fonte di reddito, ovvero la vendita illegale di armi e tecnologia, all’Iran ma anche a Paesi impegnati in sanguinose guerre civili. L’Onu ha avvertito che le armi sviluppate a Pyongyang potrebbero finire in molti angoli travagliati del mondo. In ogni caso, ad eccezione per la vendita di droga, fatto non confermabile se non da disertori, ci sono molteplici conferme della vendita di armi nordcoreane a Paesi terzi.

Le spie di Pyongyang

Un altro interessante capitolo riguarda lo spionaggio, vero e proprio cavallo di battaglia della Corea del Nord. Sempre secondo le parole di mister Kim, le reti di spionaggio e cibernetiche del Paese segreto sarebbero in grado di raggiungere tutto il mondo. Non solo: Kim Jong Un, desideroso di apparire come giovane “guerriero”, avrebbe la possibilità di affidarsi a una agenzia di spionaggio fondata nel 2009 e chiamata Reconnaissance General Bureau. Il capo dell’ufficio risponderebbe al nome di Kim Yong-chol, uno degli aiutanti più fidati del leader nordcoreano.

Yong Chol avrebbe quindi formare una “task force del terrore” per uccidere un ex funzionario nordcoreano che aveva disertato in Corea del Sud. A proposito di spie nel Sud, Mister Kim è stato emblematico: “Ci sono molti casi in cui ho diretto delle spie ad andare in Corea del Sud e ho svolto missioni operative attraverso di loro. Molti casi”. Il più eclatante? “C’è stato un caso in cui un agente nordcoreano è stato inviato oltre confine e ha lavorato presso l’ufficio presidenziale in Corea del Sud, ed è tornato sano e salvo in Corea del Nord. Questo fatto è avvenuto nei primi anni ’90. Dopo aver lavorato per la Casa Blu (l’ufficio presidenziale della Corea del Sud ndr) per cinque-sei anni, è tornato sano e salvo a casa”, ha raccontato Kim, che ha svelato un altro segreto.

“Posso dirvi che gli agenti nordcoreani stanno svolgendo un ruolo attivo in varie organizzazioni della società civile e in importanti istituzioni in Corea del Sud”. La Bbc non ha tuttavia avuto modo di verificare questa affermazione. Al netto di tutte queste testimonianze, e indipendentemente dalla loro veridicità più o meno assoluta, è interessante notare la tempistica dell’intervista. La chiacchierata è arrivata pochi giorni dopo che Kim Jong Un ha fatto intendere di essere disposto a parlare con la Corea del Sud per un ipotetico rilassamento delle tensioni.