Tutti si interrogano su cosa accadrà con il petrolio e il gas, ma attenzione a trascurare il nucleare. La presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen, intervenendo al summit sull’energia nucleare di questo marzo a Parigi, ha dichiarato che l’allontanamento del Vecchio Continente dall’energia atomica è stato un errore strategico.
Tale ammissione di colpa non spunta fuori dal cilindro senza un perché, ma ha a che fare con il disegno industriale che da qualche decennio ha preso forma in Europa. Negli ultimi anni, sempre più Paesi hanno progressivamente spento i reattori nucleari sul loro territorio. Dopo lo scoppio di due guerre (Russia e Iran), le quali inevitabilmente hanno delle ricadute sulle catene di approvvigionamento energetico, le istituzioni comunitarie sono pronte a riconsiderare lo sviluppo dell’atomo per garantire una maggiore stabilità all’economia e all’industria europea. Non a caso, nei palazzi di Bruxelles si fa largo l’idea secondo cui il nucleare e le rinnovabili possono coesistere in una logica di affrancamento dall’importazione di combustibili fossili; per farlo, però, è necessario ribaltare il paradigma che ha dominato negli ultimi tempi.
Il rapporto dell’Unione con il nucleare
Bruxelles e l’energia atomica hanno sempre avuto un rapporto altalenante, a tratti anche contradditorio. Già in tempi non sospetti, nel Vecchio Continente si è andata formando una frattura tra due gruppi di nazioni: da una parte i Paesi capeggiati dalla Francia, mai disposti a rinunciare alla produzione di energia atomica; dall’altra la Germania e altri che hanno già detto addio all’atomo o sono prossimi a farlo.
Lungo questo crinale, la Commissione europea ha agito perorando la causa di chi ha spinto per chiudere le centrali nucleari, in modo da dedicare ingenti risorse e investimenti unicamente alla lotta per le rinnovabili e alle emissioni di CO2. Un cambio di passo ragguardevole si è verificato nel 2022, anno in cui il Parlamento europeo ha votato a favore della cosiddetta “tassonomia verde”, uno strumento finalizzato a individuare le attività economiche compatibili con l’agenda green e dunque meritevoli di investimenti. Una volta concluso l’iter legislativo, spulciando nell’elenco delle fonti energetiche approvate, si poteva ravvisare l’energia nucleare.
Tale decisione non è passata in sordina, tanto che ha sollevato numerose polemiche. Sebbene il processo di fissione dell’atomo (divisione del nucleo centrale in nuclei più piccoli) non sprigioni una grande quantità di emissioni ai fini della produzione elettrica, il rovescio della medaglia è lo smaltimento delle scorie radioattive, particolarmente nocive per la l’ambiente e la salute umana. Nonostante il dibattito vivace, la Commissione sembra orientata, oggi come oggi, alla fissione dei nuclei atomici, specie a causa delle contingenze del momento come le crisi geopolitiche, il caro energia e la rottura nelle catene di importazione come la chiusura parziale dello Stretto di Hormuz.
Gli Small Modular Reactor e cosa c’entra l’Italia
Nonostante il rinnovato interesse per il nucleare, la Commissione pare non intenzionata a tornare alla produzione energetica di vecchia scuola, ovvero tramite le tradizionali centrali nucleari. Una delle nuove tecnologie in rampa di lancio sono gli Small Modular Reactor (SMR), reattori nucleari di dimensioni contenute ed edificabili secondo una logica di flessibilità: il luogo di produzione e di assemblaggio dei componenti possono essere distinti. Tale impostazione permetterebbe una contrazione dei tempi di costruzione e costi più sostenibili. Ursula von der Leyen, il 10 marzo, ha presentato un piano di investimenti volto a stimolare lo sviluppo degli SMR, puntando ad avere i primi impianti operativi nel continente entro l’inizio degli anni 2030.
Questa prospettiva non lascia indifferenti i Governi europei, compreso quello italiano. L’esecutivo di Giorgia Meloni ha più volte mostrato un certo interesse per il nucleare di nuova generazione e il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso ha più volte ribadito gli SMR sono tra le tecnologie più avanzate, economiche e sicure lungo il cammino che conduce all’indipendenza energetica. In Parlamento si starebbe già lavorando a un disegno di legge che preveda la forgiatura di una nuova holding partecipata da aziende pubbliche tra cui Enel, Ansaldo Energia e Leonardo. L’opportunità, ove si realizzasse, sarebbe molto ghiotta per le aziende del Bel Paese operanti in progetti internazionali per la messa a punto degli SMR, poiché si vedrebbero aprire in casa la porta di un business perlopiù inesplorato in Patria.
L’obiettivo dell’Italia e dell’Europa consiste nel definire una strategia dettata dal pragmatismo richiesto dai tempi che viviamo, al fine di generare non solo energia a basso costo e in modo continuativo, ma anche nuove opportunità economiche e occupazionali per il futuro del Vecchio Continente.
InsideOver è una testata libera e indipendente che vuole raccontare il mondo fuori dagli schemi convenzionali del mainstream. Unisciti a noi, abbonati oggi!
Abbonati e diventa uno di noi
Se l'articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l'avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

