Martedì 7 gennaio i ministri degli Esteri di Italia, Francia, Regno Unito e Germania dovrebbero accompagnare il nuovo Alto rappresentante dell’Unione per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, lo spagnolo Josep Borell, in una missione diplomatica in Libia. Il condizionale è d’obbligo, perché in Nord Africa si combatte una guerra e organizzare una visita del genere in un contesto bellico è complicato. L’iniziativa – nata su impulso italiano – è tesa a far passare il messaggio che l’Europa parla in Libia “con una sola voce” e che sono lontani i tempi in cui Francia e Italia si pestavano i piedi per il controllo dell’ex Jamahiriya di Muammar Gheddafi. In effetti è la prima volta che i capi della diplomazia dei primi quattro Paesi europei più popolosi (di cui tre siedono attualmente nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite) si recano tutti insieme nel Paese nordafricano, peraltro accompagnati da quello che dovrebbe essere in teoria il “ministro degli Esteri” della Comunità europea. L’idea, seppur lodevole, appare tardiva e francamente fuori contesto. Anzitutto perché in Libia ad oggi si parla con il linguaggio delle armi e non della diplomazia. Il parlamento della Turchia ha da poco approvato una mozione che consente l’invio di truppe in Libia a sostegno del governo di Tripoli, mentre secondo il quotidiano The Guardian, migliaia di mercenari sudanesi sarebbero stati ingaggiati dal generale Khalifa Haftar per espugnare la capitale. Banalmente, nel momento in cui scriviamo l’aeroporto di Mitiga (unico scalo a aereo a servire la capitale Tripoli) è “chiuso per bombe”: potrebbe riaprire da un momento all’altro, ma potrebbe anche essere nuovamente bersagliato da proiettili, droni o colpi d’artiglieria. Dove (e se) atterreranno i ministri europei in Libia resta un’incognita.

A Tripoli sotto le bombe?

L’italiano Luigi Di Maio, il francese Yean-Yves Le Drian, il britannico Dominic Raab e il tedesco Heiko Maas, insieme allo spagnolo Borell, dovrebbero prima fare tappa a Tripoli, sede del Consiglio presidenziale (Cp) del Governo di accordo nazionale (Gna): un doppio nome che sta ad indicare per primo l’organo nato con l’accordo politico di Shkirat, firmato il 17 dicembre 2015 in Marocco, rimasto con appena quattro membri superstiti dei nove originari; e per secondo il governo che non ha mai ricevuto la fiducia dalla Camera dei rappresentanti, il parlamento libico che si riunisce in Cirenaica e che sostiene il generale  Haftar. Entrambi gli organismi sono presieduti da Fayez al Sarraj, che è insieme presidente del Cp e primo ministro del Gna: dovrebbe essere lui in teoria ad accogliere la delegazione europea a Tripoli. Anche qui il condizionale è dovuto perché la presenza dello stesso Sarraj martedì 7 gennaio è in dubbio. Secondo l’emittente pro-Haftar 218 Tv, il premier di Tripoli potrebbe non partecipare agli incontri con la delegazione dell’Unione europea.

Addirittura, seconda questa fonte tuttavia ostile al Gna e pertanto poco credibile, Sarraj dovrebbe essere impegnato in una visita in Turchia. Secondo la tv libica, la delegazione europea sarà ricevuta dal ministro dell’Interno del Gna, Fathi Bashagha, uomo forte della città-Stato di Misurata ed esponente della Fratellanza musulmana in Libia. L’informazione sembra rientrare tra le tante “fake news” che circolano in Libia (alcune clamorose, come la morte di Haftar per una grave malattia e il ferimento del ministro Bashaga in un fantomatico attentato a Misurata), ma dà l’idea del clima di insicurezza che si respira nel paese. Peraltro la situazione a Tripoli è sempre più drammatica, come testimoniato dal raid che ha causato oltre 20 vittime all’Accademia militare di Tripoli.

Haftar pronto alla photo opportunity

La seconda tappa della missione europea dovrebbe essere Ar Rajma, la cittadella-fortezza del generale Haftar, 25 chilometri a est di Bengasi, il capoluogo della Cirenaica. La presenza di cinque alti funzionari europei nel quartier generale dell’autoproclamato Esercito nazionale libico (Lna) garantirà all’uomo forte di Bengasi, generale dai dubbi successi militari e con un passato all’ombra della Cia, l’ennesima passerella per accrescere la sua influenza internazionale e il suo status di “interlocutore privilegiato” nella crisi libica. Anche se l’offensiva “lampo” per conquistare Tripoli in poco tempo è ormai fallita, le forze di Haftar – coadiuvate dai mercenari stranieri come russi e sudanesi, finanziate dagli Emirati Arabi Uniti e addestrate dall’Egitto – continuano ad assediare la capitale e, secondo Agenzia Nova, che si avvale di corrispondenti locali sul terreno, starebbero lentamente facendosi strada verso il cuore della capitale. Non si vede per qual motivo il “feldmaresciallo” della Cirenaica debba fermarsi adesso che l’obiettivo sembra a portata di mano. Non è dato sapere quale leva useranno gli europei per convincere Haftar a bloccare l’offensiva. Secondo l’analista Tarek Megerisi, policy fellow presso l’European Council on Foreign Relations (Ecfr), “gli europei non possono fare molto: sono isolati in questa fase perché non sono disposti a esercitare pressioni significative sugli attori stranieri o a farsi coinvolgere”. L’Europa, secondo l’esperto libico di Ecfr, dovrebbe “cercare di mantenere le relazioni e predisporre delle politiche post-conflitto o di limitazione dei danni, assicurandosi così un ruolo centrale in qualunque cosa accada”. In altre parole la visita del 7 gennaio, ammesso che si tenga davvero, non servirà a fermare la guerra, ma a cercare di salvare il salvabile.

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