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Lo scioglimento delle calotte polari non rappresenta solo una questione climatica ma anche una sfida geopolitica. Russia e Cina hanno compreso questa verità all’inizio degli anni 2000, aprendo la partita per l’egemonizzazione dell’Artico e dell’Antartide mentre gli occhi degli Stati Uniti, e del mondo, erano puntati sulla guerra al terrorismo.

Le recenti mosse dell’amministrazione Trump in Groenlandia e in Alaska si inquadrano nel contesto del più ampio ritorno al polo nord di Washington, ma la sfida con Mosca sarà più ardua rispetto ai fronti aperti nell’Europa centro-orientale, in Medio oriente e Asia centrale, perché l’entrata in partita è avvenuta in grande ritardo e la militarizzazione russa dell’Artico è in pieno svolgimento.

L’arrivo dell’S400 al polo nord

A inizio settimana il ministero della Difesa russo ha annunciato che nell’isola Juznyj dell’arcipelago di Novaja Zemlja è stato dispiegato il sistema d’arma antiaereo S400. L’isola era già protetta, ma dal più vetusto sistema S300, ormai obsoleto e superato dagli sviluppi nella tecnologia militare sia in Russia che altrove.

L’aggiornamento della protezione dell’arcipelago consentirà alla Russia di neutralizzare obiettivi fino a una distanza di 400 chilometri, rendendo lo spazio aereo maggiormente coperto da eventuali minacce. Con questa decisione Mosca ha lanciato un chiaro messaggio verso gli Stati Uniti e la Nato, prendendo nuovamente i propri sfidanti in contropiede e sigillando la propria presenza nell’Artico.

La Terra di Francesco Giuseppe in fermento

Direttamente collegato al dispiegamento del sistema S400 in Novaja Zemlja è anche la recente ri-militarizzazione dell’arcipelago di Francesco Giuseppe, che si trova ancora più a settentrione. Le attività militari in quest’ultimo erano cessate con il collasso dell’Unione Sovietica ma sono state riprese a inizio degli anni 2010 su indicazione di Vladimir Putin, che ha visitato l’arcipelago nel 2017.

Come parte del progetto di ri-militarizzazione è stato riaperto l’aerodromo Graham Bell e costruita una nuova base militare in Nagurskoye su un’area di 14mila metri quadrati, ribattezzata “Trifoglio Artico”, capace di ospitare fino a 150 soldati.

Il rinnovato attivismo di Mosca nell’estremo nord ha alimentato sospetti e critiche in Occidente, soprattutto a causa di un evento molto recente. In agosto una nave da crociera norvegese voleva attraversare le isole di Francesco Giuseppe e, nonostante soddisfacesse tutti i requisiti e avesse anche ottenuto un iniziale permesso dalle autorità russe, le è stato negato il passaggio.

Nuove scoperte, più controlli

Nello stesso mese del piccolo contenzioso, una missione esplorativa della Flotta del Nord ha scoperto cinque nuove isole nell’arcipelago di Novaja Zemlja grazie alla continua opera di mappatura satellitare. Attraverso quest’ultima, la Russia sta monitorando lo scioglimento dei ghiacciai al polo nord e seguendo l’emersione di terre precedentemente coperte dai ghiacci perenni.

Si tratta di un’iniziativa da non sottovalutare, dal momento che ogni nuova terra scoperta significa estensione della sovranità, quindi potenziale dispiegamento di personale militare e armamenti e, anche, possibile scoperta di nuovi giacimenti di risorse naturali. Per velocizzare i tempi di invio di uomini e mezzi nelle più remote regioni dell’Artico, è stato recentemente costituito un comando interforze ed è stata approfondita la sorveglianza elettronica del gigantesco territorio.

Non è inoltre da sottovalutare l’intenzione di sfruttare l’arretramento delle calotte polari per aiutare Pechino a realizzare la cosiddetta “via della seta polare“, una rotta commerciale che dovrebbe consentire di ridurre i tempi di spedizione delle merci da Shanghai a Rotterdam di diversi giorni rispetto a quelli attuali. Infatti, il flusso commerciale aiuterebbe indirettamente i piani di Mosca, in quanto fornirebbe la ragione ideale per incrementare il controllo delle acque e dei cieli per ragioni di sicurezza, comportando (e giustificando) una maggiore presenza militare.