La geopolitica della corsa allo spazio
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Il National Rally di Marine Le Pen ha aperto una breccia nel muro delle elezioni legislative francesi, aumentando di undici volte il numero dei suoi rappresentanti (89 seggi) e conferendo al partito un potere senza precedenti nell’Assemblea Nazionale.

Con un risultato impensabile, non solo la Le Pen è risorta, dopo aver mantenuto un basso profilo in seguito alla seconda sconfitta alle presidenziali contro con il presidente Emmanuel Macron, ma ha dato al partito di destra-destra la possibilità di costituire un gruppo parlamentare per la prima volta dal 1986.

“Il popolo ha scelto di inviare all’Assemblea un gruppo molto potente di deputati del National Rally… di gran lunga il più numeroso della nostra storia politica”, ha dichiarato domenica sera ai sostenitori e agli elettori nella città settentrionale di Hénin-Beaumont. Poche ore dopo ha annunciato che non prenderà il timone del partito stesso per rimanere concentrata sul suo ruolo di prossima presidente del gruppo parlamentare, dove siederà come una delle principali forze di opposizione.

Il partito, che nell’ultima composizione della Camera bassa francese contava solo otto deputati, nella scorsa legislatura non aveva raggiunto la soglia dei 15 seggi minimi per formare un gruppo autonomo. Qualcosa che, di norma, tende ad azzoppare le iniziative. I parlamentari che non fanno parte di un gruppo infatti hanno meno tempo per parlare in Aula, meno mezzi, meno voce in capitolo sul funzionamento dell’Assemblea e meno spazi, visto che solo i gruppi ottengono uffici e sale riunioni.

Oltre tutto ciò, visto lo strabiliante risultato, il National Rally potrà anche presentare un eventuale voto di sfiducia. Un grilletto puntato alla tempia del Primo Ministro Elisabeth Borne, ammesso che resti lei, e che ha la maggioranza di parlamentari schierati con l’opposizione. Inoltre, il partito ha superato la soglia dei 60 seggi necessaria per deferire una legge approvata alla Corte Costituzionale, che è in grado di censurare i testi che ritiene anticostituzionali.

Ultimo, ma non certo in ordine di importanza, il jackpot economico. Lo Stato francese concede più fondi ai partiti che ottengono buoni risultati alle elezioni, e il fronte della Le Pen riceverà circa 10 milioni di euro ogni anno fino al 2027. Soldi vitali, visto che alla fine del 2020, il partito aveva quasi 24 milioni di debiti, secondo i rapporti di trasparenza ufficiali.

Nonostante la sconfitta al ballottaggio contro Macron dello scorso aprile, il consenso intorno alla Le Pen era in netta crescita, e anche in queste legislative ci si aspettava che la sua formazione potesse ottenere un incremento significativo in termini di seggi, ma il National Rally ha battuto persino i sondaggi e le sue stesse aspettative. L’obiettivo, più o meno dichiarato, erano i 40 seggi o giù di lì, anche perché il sistema elettorale a collegio uninominale e a doppio turno è solitamente ritenuto vantaggioso per i partiti più vicini al centro, ma rende anche le proiezioni dei seggi alquanto azzardate, poiché le singole gare dipendono spesso da poche centinaia o addirittura decine di voti. Ecco… alla fine le proiezioni avevano sottostimato parecchio l’appeal della Le Pen.

Non della destra. Della Le Pen. Un altro aspetto fondamentale della scena politica della Francia attuale, infatti, è questo. Se l’ex candidato presidenziale di sinistra Jean-Luc Mélenchon (La France Insoumise) dopo la corsa all’Eliseo ha passato nottate intere a costruire una coalizione elettorale (la Nouvelle Union Populaire Ecologique et Sociale, NUPES) con i suoi ex nemici di sinistra proprio in vista delle legislative (alleanza che gli ha permesso di formare il secondo blocco più numeroso nell’Assemblea e sottrarre a Macron la maggioranza assoluta), la Le Pen ha adottato con entusiasmo una politica di terra bruciata nei confronti del suo acerrimo rivale di destra, Eric Zemmour (Reconquête!), che sperava di spodestarla alla guida della destra nazionalista e identitaria francese.

Visto il terzo posto ottenuto dietro al NUPES (26,10%) e alla coalizione presidenziale (25,81%), una alleanza con Zemmour (4,25%) secondo molti avrebbe fatto parecchio comodo per provare a puntare ancora più in alto. La logica del sistema elettorale francese infatti è spietata, e un partito incapace di allearsi con altre forze politiche dopo il primo turno è destinato alla sconfitta. Più che su quella del suo RN, la Le Pen ha però deciso di puntare sulla dissoluzione del progetto politico di Zemmour, che infatti aveva invocato un’ampia unione del fronte di destra e che, invece si sta avviando verso l’oblio storicamente subito da tutti quelli che prima di lui hanno osato sfidare la dinastia Le Pen. Senza campo largo destro, il RN sarà di certo emarginato tanto dalla sinistra quanto dai conservatori, che hanno ottenuto due milioni di voti in meno (Les Républicains si sono fermati al 10,4% contro il 18,67% del National Rally).

Marine Le Pen cercherà sicuramente di trasformare questa debolezza in un punto di forza, criticando un sistema ingiusto che non fornisce un quadro reale della situazione politica del Paese, ed ha già iniziato a sostenere che il RN sia il primo partito francese, dal momento che il campo presidenziale e il NUPES sono entrambi coalizioni di partiti diversi. Si tratta di un cambiamento politico che ha avvantaggiato il RN, fungendo da assicurazione sulla vita per Marine Le Pen, che ora può prepararsi alle prossime elezioni previste per il 2024 senza temere la men che minima sfida interna. Il percorso per provare a varcare i portoni dell’Eliseo procederà su tre vettori principali: sbaragliare la concorrenza a destra, e come detto ci è già quasi riuscita, consolidare la crescita (di quasi sei punti rispetto al primo turno delle elezioni del 2017) magari pescando almeno in parte tra il fronte degli astensionisti che si sta attestando stabilmente oltre il 50%, e presentarsi all’appuntamento calando il vero jolly, ossia il lento ma progressivo radicamento del RN in tutta la Francia.

“Non siamo più limitati a quelle che storicamente erano percepite come le nostre aree di forza, in quella che potrebbe essere definita la RN del Nord o la RN del Sud”, ha detto non a caso a seggi chiusi Jordan Bardella, presidente ad interim del partito e astro nascente della politica identitaria francese. Pur rimanendo saldamente ancorato nelle Hauts-de-France, nel Grand-Est e nel Mediterraneo, le legislative hanno confermato che il RN è definitivamente “uscito dal ghetto” e si sta ora espandendo verso il centro e il sud-ovest. Cinque anni di tempo per fare la “voce contro” avendo in dotazione un megafono ben più potente, in un contesto di instabilità politica e di disaffezione generale, potrebbero davvero essere sufficienti per rovesciare il sistema.

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