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“Ho parlato con Xi di Taiwan. Siamo concordi, ci atterremo all’accordo di Taiwan. Abbiamo chiarito che non si dovrebbe fare altro che rispettare l’accordo”. Joe Biden ha spiegato ai giornalisti della Casa Bianca di aver parlato con Xi Jinping della questione taiwanese, nuovamente in primo piano dopo le ultime incursioni record dei jet cinesi nei pressi dello spazio aereo di Taipei.

Biden ha insomma fatto riferimento alla politica di “una sola Cina”, la linea fin qui utilizzata da Washington (e non solo) che riconosce l’unità territoriale della Cina nonostante la presenza di due governi distinti a Pechino e a Taipei. Ma il presidente americano ha evocato anche il Taiwan Relations Act, secondo cui gli Usa hanno allacciato le relazioni diplomatiche con la Repubblica Popolare Cinese con l’aspettativa che il futuro di Taiwan sarà deciso con mezzi pacifici. Biden ha comunque ricordato a Xi che l’intesa permette agli Stati Uniti di “mantenere una solida relazione con Taipei”.

Una frase, questa volutamente ambigua per contenere la Cina. Già, perché queste ultime parole vogliono dire tutto e niente, non consentendo al Dragone di sapere con certezza se gli americani scenderebbero mai in campo per difendere Taiwan da un’ipotetica invasione dell’Esercito Popolare di Liberazione cinese. Per decenni, la cosiddetta Dottrina dell’ambiguità strategica adottata dagli Stati Uniti ha funzionato alla grande. Adesso Biden è chiamato a un sostanziale cambio di passo, visto che i rapporti di forza nell’area indo-pacifica stanno cambiando a velocità folle.

L’ambiguità strategica Usa su Taiwan

Fin qui, gli Stati Uniti sapevano di essere tecnologicamente e militarmente più avanzati rispetto alla Cina. Dunque, l’adozione dell’ambiguità strategica su Taiwan consentiva a Washington di congelare una situazione spinosa e, al tempo stesso, di mantenere le relazioni commerciali con Pechino. In altre parole, la Casa Bianca ha armato e difeso l’alleato pur senza riconoscere il governo taiwanese come sovrano. Nei decenni passati il Dragone non avrebbe mai osato superare la linea rossa, con il rischio di ritrovarsi i cannoni delle navi Usa puntati addosso. Ora la situazione è completamente capovolta.

La Cina, sicura dei propri mezzi e non più Paese del terzo mondo, ha intenzione di riannettere la “provincia ribelle” alla Mainland, con le buone o con le cattive. E ha intenzione di farlo alla svelta, così da chiudere definitivamente una contesa lunga 72 anni, cioè dalla fondazione della Repubblica Popolare e dalla fuga dei nazionalisti del Kuomintang sull’isola. Nel recente passato la tattica statunitense era tutto sommato efficace.

L’ambiguità strategica consiste, come abbiamo visto, in poche e semplici azioni: armare Taiwan, inviare la propria flotta nello Stretto di Taiwan e farsi notare il più possibile nel Mar Cinese. Il ragionamento alla base della Dottrina è altrettanto semplice: gli Stati Uniti si mostrano vicinissimi a Taiwan, senza però dire esplicitamente di esser disposti a intraprendere azioni belliche per difendere l’alleato. Probabilmente Washington non ha mai avuto davvero l’intenzione di combattere una guerra per i taiwanesi – e non ce n’è mai stato bisogno – ma l’effetto bluff ha sempre tenuto alla larga Pechino. Tutto ciò non basta più, perché la Cina, consapevole dei propri mezzi bellici, è ora disposta a scoprire le carte americane e correre il rischio di un conflitto armato.

Effetto boomerang

Gli Stati Uniti sono arrivati a un punto di svolta. Nei rapporti con la Cina, Washington non può più permettersi di temporeggiare. Questo non significa che il governo americano debba imboccare la via militare per arginare l’ascesa cinese. Significa, al contrario, che Biden deve decidere che cosa fare, e collocare il suo Paese in una casella ben precisa. Non ha più senso bluffare o temporeggiare: gli Usa sono disposti a scendere in guerra per Taiwan o no?

In caso di risposta negativa, gli americani farebbero meglio a fare un passo indietro per concentrarsi su altre questioni. Continuare ad insistere sull’ambiguità strategica rischia di generare un pericoloso effetto boomerang. Se gli Stati Uniti non decideranno in fretta, allora la decisione sarà presa dalla Cina che, in più sedi, ha dimostrato di avere le idee chiarissime nei confronti di Taipei: l’isola deve tornare sotto il controllo ufficiale della Repubblica Popolare.

La stessa ambiguità strategica americana, impiegata dalla Casa Bianca anche su altri piani (commercio, diritti umani e via dicendo), è quindi arrivata ai titoli di coda a causa del rafforzamento della Cina. Intanto, dall’altra parte dello Stretto di Taiwan, il ministero della Difesa taiwanese ha spiegato che “quanto è successo a partire dal primo ottobre è stata una delle peggiori tensioni militari con la Cina da oltre 40 anni”.