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La Francia sta sempre più attivamente ponendosi come il Paese guida per quanto riguarda la politica estera dell’Unione Europea. Da quando il Regno Unito ha abbandonato l’Ue, come esito del referendum sulla Brexit, l’Eliseo ha posto maggiore enfasi per una cooperazione strategica interna all’Europa sempre nel quadro dei meccanismi dell’Unione e della Nato, se pur con delle puntualizzazioni peculiari che evidenziano la ricerca di un ruolo che non sia subalterno alla gestione statunitense delle linee d’azione dell’Alleanza Atlantica.

La visione di un’Europa sovrana

Le basi ideologiche di questa postura francese arrivano da lontano. A settembre del 2017 Parigi ha pubblicato un documento dove viene affermato che “in materia di Difesa, l’Europa deve dotarsi di una forza comune di intervento, di un budget condiviso per la Difesa e di una dottrina d’azione condivisa. È consigliabile incoraggiare il più velocemente possibile l’istituzione di un fondo europeo per la Difesa, di una cooperazione strutturata permanente e di completarle con una iniziativa europea d’intervento che permetta di integrare meglio le nostre Forze Armate a ogni livello”.

Sempre nel testo si legge che “solo l’Europa può assicurare una sovranità reale, ovverosia la nostra capacità di esistere nel mondo attuale al fine di difendervi i nostri valori e i nostri interessi”. Viene espressa quindi l’esigenza, il sentore, di voler costruire una sovranità europea che è “necessaria” per il futuro del continente; una sovranità che trova il suo campo di azione primario nella Difesa che deve essere, secondo la Francia, “autonoma” e complementare a quella che viene attuata attraverso la Nato.

Allora il contesto internazionale era molto diverso: oltre Atlantico il presidente Donald Trump, entrato in carica da qualche mese, aveva cominciato a porre le basi del suo “scetticismo” verso i Paesi membri dell’Alleanza (quanto meno verso alcuni) che erano accusati di spendere poco (e male, secondo il metro americano) per la Difesa. Si parlava di un’America “isolazionista”, anche se questo termine non è affatto corretto per caratterizzare una politica di Washington che aveva solo fatto alcuni “aggiustamenti di tiro”, ma non aveva mai smesso di porre attenzione alle sfide internazionali che avevano nell’Est europeo e nel Medio Oriente il loro fulcro, oltre alle ben note questioni in Estremo Oriente riguardanti il contenimento dell’assertività cinese.

Questo clima, percepito dall’Europa come un disinteresse verso il Vecchio Continente, aveva contribuito a liberare le istanze “sovraniste” francesi: nel 2019 il presidente Emmanuel Macron era arrivato al punto di dire che la Nato era in una fase di “morte cerebrale”, ma queste parole, che sono state spesso male interpretate, sono solamente l’effetto di quella postura strategica che abbiamo già espresso in apertura. La Francia non aveva, e non ha, nessuna intenzione di silurare l’Alleanza, bensì ne vuole rimodulare gli scopi in modo che si spostino più verso un “eurocentrismo”, e solo allora, e grazie alla nascita di una struttura della Difesa europea articolata ed efficace, l’Europa potrà ottenere quella “sovranità” di cui sopra. Una sovranità a guida francese, ça va sans dire.

Questi capisaldi sono stati ribaditi dall’Eliseo anche ultimamente, in concomitanza col cambio al vertice statunitense: ancora Macron, durante il forum online del Consiglio Atlantico dello scorso febbraio, ha lanciato l’appello affinché l’Europa raggiunga una “autonomia strategica” che sarebbe il modo migliore per rivitalizzare la Nato e affrontare le sfide globali. In particolare ha affermato che “dobbiamo essere molto più responsabili verso il nostro vicinato” esortando le altre nazioni europee ad aumentare le spese per la Difesa come chiara dimostrazione del loro impegno a condividere gli oneri con gli Stati Uniti sulla sicurezza, e ha aggiunto che “il Medio Oriente e l’Africa sono il nostro vicinato, non quello degli Stati Uniti”. Un’assunzione di responsabilità che non può prescindere dal raggiungimento dell’autonomia decisionale.

Autonomia che, nei piani di Parigi, passa ed è subordinata alla sua capacità di intervento a livello globale. Questo principio è stato presente nella strategia francese già nel Libro Bianco della Difesa del 2013, dove viene affermato anche, fattore per nulla secondario, che oltre alla dimensione europea, mediterranea e africana della Francia, va implementata anche quella indopacifica.

Parigi ha dei territori d’oltremare in due oceani (Indiano e Pacifico) che sono al centro di rivendicazioni e tensioni internazionali, e deve pertanto garantire la sicurezza dei propri interessi economico-politici che passano, obbligatoriamente, per la difesa delle Zone di Esclusività Economica e delle rotte commerciali, che vanno mantenute aperte e libere da influenze malevoli grazie alla “cooperazione militare regionale, l’assistenza e la capacità di reazione immediata”; nella fattispecie cercando il “partenariato strategico con l’India e l’Australia” prima di tutto.

La Francia dal Mediterraneo Allargato…

Nell’era del post-eroismo, secondo la definizione di Edward Luttwak, i cittadini delle democrazie occidentali sono sempre meno inclini a tollerare perdite umane in teatri percepiti come distanti o di scarso interesse. La Francia non fa eccezione: secondo un sondaggio realizzato dall’Ifop (Istituto Francese dell’Opinione Pubblica) per il quotidiano Le Point a inizio di quest’anno, il 51% della popolazione francese si dichiara contraria all’intervento militare in Mali. Parigi, tuttavia, non intende rinunciare alle sue ambizioni nel Mediterraneo e nei Paesi del cosiddetto G5 Sahel (Burkina Faso, Ciad, Mali, Mauritania e Niger), nonostante la perdita di 50 uomini dall’inizio delle operazioni nel 2013.

In quell’anno l’Operazione Serval, alternando un uso decisivo della forza a compiti di peacekeeping più tradizionali, riesce rapidamente a sconfiggere le forze jihadiste insediatesi nel nord del Mali, scacciandole da Gao e Timbuctù. L’operazione si configura così come un successo francese e un esempio di peacekeeping robusto. L’Operazione Barkhane, che dal primo agosto 2014 si sostituisce all’operazione Serval, di fatto estende l’area delle operazioni a tutto il Sahel, dalla Mauritania al Ciad. Per l’Eliseo la guerra agli estremisti islamici del Sahel diviene così il filo rosso che lega la presenza militare francese nel “Mediterraneo Allargato” alle sue ambizioni di potenza capace di proiettarsi su scala regionale e globale. Le aspirazioni francesi hanno però dei costi economici e politici significativi.

Il budget della difesa francese (50 miliardi nel 2019) è già il più elevato d’Europa ed è destinato a crescere nonostante il forte impatto economico della pandemia da Covid-19. La morte di 29 soldati francesi dal 2019 ad oggi ha indubbiamente causato un certo malumore in patria e fa temere che la “sahelizzazzione” dell’intervento in Mali divenga una sorta di Afghanistan à la française. Timori per altro che il capo di Stato maggiore della Difesa francese, il generale François Lecointre, non ha smentito dichiarando che non si potrà mai ottenere una “vittoria definitiva” contro i jihadisti nel Sahel.

A quasi otto anni dall’inizio delle operazioni non si intravede quindi alcuna luce al fondo del tunnel saheliano, e l’esercito francese perde progressivamente il capitale di legittimità accumulato nella fase iniziale delle operazioni. Già dal 2020 i decisori francesi ventilano l’ipotesi di una riduzione delle truppe impegnate nell’Operazione Barkhane, ma un ritiro completo è inimmaginabile per Parigi. La Francia si ritrova così nelle sedi internazionali a chiedere una qualche forma di “burden sharing” (suddivisione dei costi) nel segno della cooperazione multilaterale ed europea. Se le ambizioni francesi rimangono immutate, la scarsità delle risorse economiche e militari unite all’esperienza maturata nell’Africa orientale sembrano imporre un’europeizzazione delle operazioni nel Sahel e, forse della politica estera francese latu senso. Come ricorda però Hubert Védrine, diplomatico francese già ministro degli Esteri durante la prima coabitazione, i partner europei sono storicamente reticenti nel prendere parte ad operazioni militari in teatri esteri dalla durata imprecisata.

In questo contesto si innesta la creazione a marzo del 2020 della task-force Takuba, integrata al comando francese dell’Operazione Barkhane. Si tratta di una forza multinazionale composta da elementi del comparto Operazioni Speciali di 13 paesi europei. Il compito della task force è quello di reprimere i gruppi armati nella regione di Liptako (un’area compresa fra Burkina Faso, Niger e Mali) al fine di permettere ai francesi di concentrare i propri sforzi negli altri paesi del G5 Sahel. Sebbene la stessa task-force sia composta per metà da forze francesi sembrerebbe un primo, cauto passo verso l’istituzione di un più ampio sistema di difesa europeo.

…all’Estremo Oriente

Questa rinnovata ricerca della grandeur da parte dell’Eliseo si espleta, per quanto riguarda il settore indopacifico, nella nascita di una politica marittima agente su scala globale. Il primo segnale in tal senso è stata la creazione del Ministero del Mare, nel 2020, a cui ha fatto seguito il documento Mercator 2021: il programma strategico per i prossimi anni della Marina militare francese.

Se dal punto di vista teorico sono state gettate le basi della rinascita dello strumento navale che dovrà permettere alla Francia di tornare a essere una potenza globale, all’atto pratico i primi segnali hanno riguardato proprio l’Estremo Oriente, dove sono tornate a essere presenti in modo palese e incisivo le unità navali della Marine Nationale.

Sono due, infatti, le missioni che quest’anno hanno portato il tricolore di Francia a sventolare nei mari orientali: con la Clemenceau 21 il Csg (Carrier Stike Group) della portaerei Charles De Gaulle si è spinto sino all’Oceano Indiano e al Golfo Persico, mentre con Jeanne d’Arc 2021 una piccola forza anfibia si è diretta verso il Mar Cinese Meridionale e quello delle Filippine, dove ha effettuato esercitazioni congiunte con le flotte statunitensi e nipponiche.

Ancora una volta la tempistica non è casuale. Parigi afferma la sua capacità di proiezione globale in un momento in cui il Regno Unito ha spedito il Csg della portaerei Queen Elizabeth in una crociera che arriverà sino in Giappone, ma soprattutto in concomitanza con il passaggio di consegne alla Casa Bianca, dove il presidente Joe Biden ha riaffermato in modo deciso la politica di contrasto alla Cina del suo predecessore.

Queste missioni, oltre a essere un segnale di politica estera verso potenze globali nuove o “risorgenti” viste come i principali fattori di degradazione del contesto strategico globale, sono anche un chiaro segnale verso gli alleati europei: dimostrano che la Francia può essere il Paese guida dell’agenda estera dell’Ue in quanto, con fuori il Regno Unito, è rimasta l’unica a poter “pensare” efficacemente a una politica di livello mondiale, sebbene, a livello pratico, Parigi sappia che ci sia bisogno dell’aiuto di tutti i partner europei per far fronte alle spese (non solo finanziarie ma anche riguardanti l’usura dei mezzi e l’impiego degli uomini) di una tale postura. Un aiuto che però sembra essere comunque subordinato alle decisioni prese dall’Eliseo, nonostante i proclami per una dottrina d’azione, e di gestione dello strumento della Difesa, condivise.

Una Difesa europea… francofona

Se quello del Sahel si può considerare un banco di prova, l’Eliseo non nasconde la volontà di creare una “cultura strategica comune” in seno all’Europa. L’obiettivo di lungo termine sembrerebbe quello di un’indipendenza strategica europea, che passi attraverso l’istituzione di dipendenze (capacitarie ed economiche) mutualmente consentite e consapevoli.

In altri termini, Parigi vorrebbe un più ampio margine di manovra nella sua politica estera che si può però espletare unicamente in ambito Ue.

L’idea di un’indipendenza strategica dell’Unione Europea non è però vista di buon occhio da numerosi stati membri (in primis la Germania), i quali temono così di accelerare il disimpegno americano in Europa e incrinare la tenuta dell’Alleanza Atlantica. La creazione della Task-force Takuba e del nuovo Fondo Europeo della Difesa (Fed) sembrano quindi assurgere a piccoli segnali di un cambio di passo sulla scorta del principio dello spillover integrativo.

Se un Europa della difesa a guida francese non è al momento possibile, è possibile che numerose iniziative francesi trovino appoggio in Europa. Al termine indipendenza strategica si preferisce ora quello – più fumoso – di “sovranità europea”; alla creazione di strutture congiunte e integrate si preferisce l’istituzione di forze multinazionali europee ad hoc, ma l’obiettivo rimane il medesimo: una Francia in grado di proiettarsi su scala globale grazie all’appoggio dei partner europei.

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