Tra diplomazia e chiusura: la parabola della politica iraniana

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Perché nulla cambi, tutto deve cambiare, affermava il principe di Salina nel Gattopardo. Questo doveva aver pensato l’ayatollah Ali Khamenei quando fece l’accordo sul nucleare con gli americani e la comunità internazionale. Se per salvare il regime bisognava fare un’intesa con gli odiati americani, ammorbidire le leggi interne sulla morale pubblica per avvicinarsi al volere degli iraniani, stanchi da decenni delle leggi repressive della Repubblica islamica, era pronto a pagare il prezzo.

“Parigi vale bene una messa”, afferma un altro famoso detto. Questa frase è attribuita a Enrico di Navarra, che l’avrebbe pronunciata alla fine del ‘500, periodo in cui la Francia era devastata da una terribile guerra civile conosciuta come la “guerra dei tre Enrichi”: Enrico di Guisa, Enrico III e Enrico di Navarra.  Quest’ultimo sconfisse gli altri due e divenne il primo monarca del ramo Borbone francese. Enrico di Navarra era però protestante ugonotto, cosa impensabile per un monarca francese. Pur di diventare re si convertì al cattolicesimo. Ecco spiegata la famosa frase “Parigi vale bene una messa”.



Riguardo agli iraniani si poteva dire Teheran vale bene una stretta di mano ad Obama. Quello che gli iraniani non potevano immaginare era la vittoria di un presidente populista negli Stati Uniti. Trump, violando il trattato firmato da Obama, sotto la pressione da parte del governo israeliano e saudita, ormai da qualche anno di fatto alleati, ha deciso di uscire dal trattato nucleare senza alcuna prova che gli iraniani avessero davvero barato. Semplicemente sostenendo che Obama avesse fatto male a firmarlo e che gli iraniani dovrebbero firmare un nuovo trattato che li vincoli a non avere missili balistici. Trattato che nessun paese indipendente firmerebbe mai. Tutti gli altri Paesi firmatari dell’accordo nucleare, tra cui Unione europea, Russia e Cina, hanno condannato la posizione americana, non riuscendo però ad arginare il disastro. Questo perché Trump ha ripristinato le sanzioni economiche americane che di fatto impediscono a qualunque azienda che investe in Iran l’accesso al mercato americano. Questo ha fatto scappare quasi tutte le grandi aziende europee che volevano investire a Teheran.

Trump ha scommesso che le nuove sanzioni economiche avrebbero di fatto strozzato il regime e fatto scattare proteste contro di esso. Situazione che per ora non si è realizzata. Questo perché gli iraniani sono sì stanchi degli ayatollah e tendenzialmente amano gli Stati Uniti, Paese in cui sono emigrati quasi un milione di persiani, ma sono anche tradizionalmente nazionalisti. Quello però che Trump sembra non aver calcolato è che, ora, il regime può dire che loro l’accordo con gli americani lo avevano fatto e mantenuto e che gli americani, come hanno sempre sostenuto a Teheran, sono del tutto inaffidabili. Quest’argomentazione per ora è riuscita nei suoi scopi. Infatti, nonostante le proteste dell’anno scorso contro la corruzione e l’economia che non va, il regime è ancora lì, così come il governo Rohani. Anzi il governo tenta di dare alla gente l’unica cosa che può davvero fare da solo, una maggior rilassatezza dei costumi. Questo per evitare che la sinistra liberal e borghese, di certo non vicina a Trump, si unisca alle proteste per motivi economici del popolo più povero, ma ideologicamente più vicino al regime. Se questo avvenisse, per gli ayatollah sarebbe davvero la fine. Teheran ha capito che ci vorranno anni per comprendere se Cina, Russia e Unione Europea, potranno garantire un’economia stabile all’Iran, nonostante le posizioni americane. Mentre per ammorbidire le rigide leggi sulla morale pubblica del paese, come da decenni chiede la sinistra liberal, unica opposizione organizzata nel paese, ci vuole solo la volontà politica. Il regime ha da sempre una notevole resilienza politica, grazie a un certo pragmatismo. 

Le proteste dell’anno scorso, che erano state organizzate dalla destra ed erano partite da Mashad, speravano di indebolire il governo centrista di Rohani, in quel momento debole dopo l’uscita degli Sati Uniti, dall’accordo sul nucleare. Le manifestazioni si propagarono però velocemente in tutto il paese e si trasfromarono in una protesta dei più poveri contro il regime. Il fatto che la sinistra liberal e borghese, che di solito organizza le proteste, sia rimasta a guardare alla finestra, ha di fatto salvato Rohani. Gli ayatollah hanno compreso che le manifestazioni organizzate dalla destra conservatrice del regime, nel tentativo di indebolire il governo centrista, avevano portato a sommosse contro il regime stesso. Questo gli ha fatto comprendere che era meglio appoggiare Rohani, perché quest’ultimo era stato il fattore che aveva impedito alla sinistra liberal di unirsi alle proteste popolari. Nessun americano avrebbe mai pensato che la parte popolare, di solito più vicina alla destra del regime, si sarebbe trasformata nell’avversario degli ayatollah, e che la sinistra, che da sempre sogna una perestroika, di fronte alle politiche d Trump, si sarebbe trasformata nella stampella del regime. Sottigliezze orientali che spesso gli americani non comprendono.  Gli ayatollah, diversamente da quanto fecero nel 2009 durante la Rivoluzione Verde, sono stati piuttosto tenero, per i loro standard, con i manifestanti. 

Gli ayatollah non hanno infatti detto che le proteste erano organizzate dall’estero, ma hanno ammesso che in tutto il paese la gente manifestava per motivi economici. Hanno addirittura criticato il presidente Rohani per aver fatto interrompere le telecomunicazioni ed internet durante le manifestazioni. Politica che pure Ahmadinejad aveva attuato durante la Rivoluzione Verde del 2009. Solo che quella volta erano universitari ed intellettuali a protestare e questo per il regime era inaccettabile, mentre questa volta era gente del popolo.

Quanto questo sottile gioco di equilibrismo potrà ancora durare è difficile però prevederlo. Infatti, quasi il novanta per cento degli iraniani, anche se per motivi molto diversi, chiedono un radicale cambiamento. L’unica cosa che mantiene per ora il regime in piedi è paradossalmente l’avversione alle politiche di Trump. Ad oggi gli scioperi continuano, anche se in modo meno violento e sottotraccia. Sono soprattutto gli operai delle fabbriche a protestare.

A Teheran anche gli universitari sono tornati in piazza, ma non per motivi economici. Alcuni studenti sono morti per un incidente che ha coinvolto un vecchio autobus universitario. I ragazzi accusano l’Università di Teheran di chiedere moltissime tasse, ma di non investire questi soldi per servizi di maggiore qualità.

La sinistra liberal quasi non parla più del movimento Verde e dei suoi leader in prigione. Solo l’ex presidente Khatami, che di solito non può parlare in televisione e sui giornali, ha detto in un’intervista a una televisione privata, rispondendo a un giornalista che gli chiedeva se Ahmadinejad avesse truccato le elezioni per il suo secondo mandato presidenziale, che ci sono stati ben otto milioni di voti che non si potevano ricondurre ad alcuna persona. Nessuno del regime ha contestato la dichiarazione dell’ex presidente, questo nonostante Moussavi, che aveva probabilmente vinto le elezioni e Kharroubi, l’altro candidato liberal, siano ancora in prigione. Quello che è paradossale è la parabola del presidente ultra conservatore Ahmadinejad, che fu riconfermato nel 2009 proprio grazie ai brogli denunciati da Khatami e che oggi è l’unico oppositore che attacca gli ayatollah senza alcun riguardo. Li accusa di essere una “massa di corrotti”. Certo visto la sua storia personale, non ha molta credibilità, rimane però una parabola individuale davvero imprevedibile. Il regime ha arrestato molte persone del suo entourage, ma non ancora lui. Resta il fatto che tutti i candidati delle elezioni che portarono alle proteste di massa dell’Onda Verde, sia chi aveva vinto, ma si è visto rubare l’elezione, sia chi ha vinto barando, è finito in carcere o potrebbe finirci a breve. Mentre il regime continua la sua battaglia per il potere spostando continuamente l’asticella. Oggi Rohani rimane in sella perché non è né di destra, né di sinistra. Si potrebbe quasi definire non ideologico. Il regime continua a mietere successi in Siria, Iraq e Libano e grazie ad un sottile equilibrismo orientale continua a rimanere in sella nonostante gli americani e soprattutto un’avversione della maggioranza della popolazione.