Dopo l’ennesima tragedia in miniera nell’inverno del 2016, che costò la vita a 33 minatori, il presidente Xi Jinping esortò gli apparati statali ad applicare una rigorosa politica previdenziale e del lavoro, ricordando a tutti che “lo sviluppo non deve maturare a danno della sicurezza”. Questa frase del leader cinese, che ora si appresta a essere rieletto dopo il congresso del Partito comunista cinese, è emblematica di un tema estremamente complesso che deve essere affrontato in Cina, e cioè del rapporto fra crescita, sviluppo economico e miglioramento delle condizioni dei lavoratori. Questo tema non è stato percepito come un problema in Cina almeno fino agli ultimi anni. Vuoi per l’isolamento della popolazione rispetto all’Occidente, vuoi anche per una scelta di politica industriale che ha visto nettamente prevalere l’importanza della crescita della produzione rispetto alla dignità dei lavoratori, Pechino ha per anni quasi negato il problema. Tuttavia, specialmente nelle miniere, il dramma della condizione dei lavoratori è qualcosa che non può essere negato e che lo stesso governo sa che deve risolvere al più presto.

Ad essere particolarmente colpiti sono i lavoratori delle miniere di carbone. La Cina è il Paese che estrae più carbone a livello mondiale e, al suo interno, esistono circa diecimila miniere di ogni dimensione in cui vengono impiegati centinaia di migliaia di lavoratori. Gli operai impiegati nelle miniere hanno vissuto per decenni in condizioni estremamente disagiate. La pneumoconiosi, in particolare, è una delle malattie che colpisce un’altissima percentuale di lavoratori, tanto che nelle città legato all’estrazione di carbone, sono nati dei veri e propri ospedali per ex minatori, come il caso del Yangjia Hospital. A questa crescita esponenziale di malati di pneumoconiosi, una malattia che deriva proprio dall’inalazione continua di polveri, si aggiungono poi gli incidenti sul lavoro.

Negli ultimi anni, la Cina ha assistito alla morte di migliaia di minatori, sommersi da crolli improvvisi nelle miniere fatiscenti o a causa di esalazioni tossiche nelle profondità degli scavi. L’ultimo incidente, a maggio 2017, ha causato la morte di 18 operai in una miniera della Cina centrale, nella provincia dello Hunan. Un numero altissimo per i nostri standard occidentali, ma che – se si guardano i dati degli anni passati – per la Cina rappresenta un passo in avanti importante sul fronte della sicurezza del lavoro. Solo pochi anni fa, i morti si contavano a migliaia, con un picco nei primi anni del Duemila, quando la media di morti in incidenti nelle miniere di carbone era di circa 6mila all’anno. Dal 2005 il numero è iniziato a scendere, ma la stessa agenzia di stampa governativa Xinhua, quindi non un media contrario a Pechino, contava soltanto nel primo semestre del 2005 all’incirca 4mila morti nelle miniere di carbone. Le Ong parlano di numeri molto più alti, addirittura superiori ai 20mila morti annui, ma già il fatto che le agenzie statali parlino di migliaia di morti significa che il problema è decisamente grave.

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Il governo cinese ha messo in campo una serie di politiche volte alla tutela del lavoro nelle miniere di carbone attraverso lo sviluppo del tredicesimo piano quinquennale sulla produzione di carbone e sulla sicurezza. Entro il 2020, la Cina ritiene plausibile il controllo sugli incidenti delle miniere di grandi dimensioni, che saranno rinnovate e rese molto più sicure e la riduzione del 20% degli incidenti in tutte le miniere di carbone del Paese. Nel frattempo, è stata avviata la chiusura di almeno un migliaio di miniere di piccole dimensioni (quelle con una capacità produttiva inferiore o uguale a 90mila tonnellate), che rappresentano dei veri buchi neri in termini di tutela della sicurezza sul lavoro e della salute degli operai. Questo naturalmente non significa che la Cina non estrarrà più carbone in quelle aree, ma molto più semplicemente che chiuderà le vecchie miniere e ne aprirà altre centinaia totalmente nuove. In questo, l’organizzazione dello Stato non lascia dubbi: il carbone è una necessità imprescindibile per il fabbisogno energetico del Paese e per l’esportazione. A conferma dell’importanza di questo combustibile fossile, la Cina ha avviato da molto tempo una politica di apertura di miniere di carbone in Africa proprio per coinvolgere gli Stati partner africani in questa estrazione e ottimizzando la produzione interna. Una scelta dettata da due necessità: ridurre l’inquinamento nel proprio Paese e intessere una fitta rete d’interessi con il continente africano in modo da legare a doppio filo la politica di questi Stati alla geopolitica cinese. Per Pechino significa creare un vero e proprio cortile di casa in Africa; per gli Stati africani, significa ottenere introiti che permettano la sopravvivenza e la crescita.

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