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Profondo sud della Libia. È una notte senza luna tra il 31 luglio e il primo agosto. Un’autocisterna carica di carburante finisce fuoristrada nel tratto di strada tra Ubari e Sebha, le due principali città-oasi del Fezzan vicine ai pozzi petroliferi ma povere di tutto. La Libia è il Paese dei paradossi: ha le maggiori riserve di petrolio dell’intera Africa, ma non è in grado di garantite la luce elettrica ai suoi 6,87 milioni di abitanti. A decine accorrono per trafugare il carico lasciato incustodito sul ciglio della strada, molti con le taniche da riempire. Qualcosa va storto, la cisterna prende fuoco e scatena un incendio che si propaga subito alle macchine vicine. E’ una strage: i morti sono almeno 20, i feriti un centinaio e alcuni hanno ustioni su oltre il 90 per cento del corpo.

Tre centesimi al litro

Il diesel in Libia costa 3 centesimi di euro al litro, una cifra irrisoria per noi italiani abituati a sborsare anche più di 2 euro al litro. Ma è un bene molto più prezioso del suo prezzo sussidiato: serve ad alimentare i generatori di corrente, l’unica fonte di elettricità quando le centrali sono spente. E nell’ultimo periodo, a causa del blocco petrolifero dovuto alla faida tra est e ovest, sono rimaste spente parecchio, anche 20 ore al giorno. Per alimentare le turbine serve un particolare tipo di gas condensato o carburante. Ma con i pozzi chiusi, non ci sono risorse. Una vignetta dell’artista libico Mohammed Gajoum, che ha preso ispirazione da una fotografia vera, spiega meglio delle parole la situazione vista dalla popolazione: un padre seduto su un barile di petrolio tiene in braccio il figlio piccolo attaccato al nebulizzatore, a sua volta alimentato da un generatore di corrente. A che serve stare seduti sopra un mare di petrolio se non c’è elettricità neanche per curare un bambino?

L’ombra del contrabbando

Il carburante in Libia è merce preziosa d’estate, soprattutto nel sud. Non ci sono raffinerie e la benzina arriva da nord, spesso scortata da convogli armati. Ma il governo è debole e il contrabbando lucroso. Le cisterne non arrivano quasi mai nei depositi ufficiali. Finiscono nelle mani dei gruppi criminali che le rivendono a prezzo maggiorato o le esportano nei Paesi vicini. In Tunisia la benzina costa 30 volte più che in Libia: basta un solo carico da 20 o 30 mila litri per diventare ricchi. Sulla tragedia del primo agosto le indagini sono ancora in corso. L’Agenzia Nova riporta che la causa materiale dell’esplosione potrebbe essere stata l’utilizzo incauto di una batteria per auto per azionare la pompa elettrica ed aspirare il carico: sarebbe stata una scintilla ad innescare il mortale incendio. Non è difficile ipotizzare una responsabilità, diretta o indiretta, del contrabbando dietro la strage. Ma la colpa è anche dei governi che hanno marginalizzato il sud per anni, abbandonando la popolazione alla mercé dei trafficanti.

Il ruolo dell’Italia

Alcuni feriti, gravemente ustionati, sono stati trasferiti in Italia attraverso un ponte aereo decisamente complicato. Anzitutto perché, come riferisce sempre Nova, i libici hanno tardato a fornire i passaporti e le cartelle cliniche dei pazienti. Anche Tunisia e Spagna si sono offerte di aiutare, ma ovviamente l’Italia è la meta più richiesta e non è stato facile mettere insieme tutte le informazioni. In secondo luogo, alcuni feriti destinati ai nostri ospedali sono deceduti nell’attesa, quindi le liste sono state aggiornate mentre i C-130 erano in volo o quasi. Il premier del governo di unità nazionale, Abdulhamid Dbeibah, aveva annunciato che l’Italia avrebbe curato 15 feriti, il ministero della Difesa e la Protezione civile hanno trasferito quattro ustionati. Il Consiglio dei ministri italiano ha stanziano 3 milioni di euro per far fronte a un’emergenza molto, molto delicata, perché potrebbe essere strumentalizzata in campagna elettorale.

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