Dopo le prime incertezze iniziali e un quadro reso ancora più complesso dall’elevata massa di voti postali, dall’altissima affluenza e dalle regole elettorali divergenti tra diversi Stati lo scenario delle presidenziali Usa si sta gradualmente definendo e i dati sembrerebbero aprire la strada a una vittoria di Joe Biden in numerosi Stati chiave che lo potrebbero avvantaggiare contro Donald Trump.

Sembrerebbe, in particolare, aver pagato la scelta di Biden di puntare sulla Rust Belt, per riconquistare la roccaforte industriale espugnata da Trump nel 2016 sfruttando un complesso progetto di politica industriale che incorpora diversi temi propri della campagna di Bernie Sanders. Trump, che più volte nelle scorse settimane ha denunciato potenziali brogli legati al voto per posta, ha già promesso di puntare al riconteggio dei voti in due Stati chiave della Rust Belt, Wisconsin e Michigan, espugnati da Biden, mentre il terzo, la Pennsylvania, è ancora in bilico.

La tattica di Trump non è certamente incoerente con la strategia che il Partito repubblicano ha seguito fino ad ora nella marcia di avvicinamento alle elezioni e che si è essenzialmente basata sulla volontà di bloccare alla fonte qualsiasi tentativo di facilitare arbitrariamente le misure di accesso alle urne in via anticipata utilizzando il pretesto della pandemia, secondo il Grand Old Party potenziale causa di frodi. Sono circa quaranta i ricorsi posti in essere dai repubblicani che, è bene ricordarlo, puntano anche sul dato costituzionale, essendo diverse misure state imposte non dagli organi collegiali dei singoli Stati ma dalle autorità esecutive, come i governatori, fattispecie ritenuta problematica dal partito di Trump.

Questa strategia si sposa con l’obiettivo del riconteggio e del possibile ricorso alla Corte Suprema di Washington perchè la campagna trumpiana punta a far passare il messaggio secondo cui una quota di voti espressi sia stata ricevuta grazie a metodologie definite come non lecite e certi regolamenti, come quello della Pennsylvania che consente di ricevere fino a tre giorni dopo il voto nazionale le schede via posta, violino lo spirito della competizione. Ma un passaggio attraverso i riconteggi negli Stati chiave non è da ritenersi necessariamente risolutiva per un’ampia gamma di questioni. Esaminiamole nel dettaglio.

In primo luogo, come fatto notare dallo storico e politologo Mario Del Pero, “appare sempre più probabile che Biden abbia una maggioranza nel collegio elettorale più ampia del previsto (non la fragile 270 a 268 che a un certo momento parve molto plausibile)” e dunque non necessariamente dei riconteggi in Michigan e Wisconsin potrebbero apparire decisivi, alla prova dei risultati definitivi, per confermare Trump. Gli sviluppi in Georgia confermano questa analisi. Nel 1960 Richard Nixon chiese il riconteggio in Illinois contro John Fitzgerald Kennedy quando Chicago e dintorni sembravano dover risultare decisivi, ma alla fine Jfk ebbe una maggioranza più ampia nel collegio elettorale avendo sfondato di poco in altri Stati dell’Unione.

In secondo luogo, c’è il nodo dei distacchi. Nel 2000 Al Gore chiese il riconteggio del decisivo Stato della Florida, assegnato a George W. Bush per poco più di duemila voti, soglia sotto la quale tale procedura partirebbe automaticamente in Michigan. Ebbene, il vantaggio di Biden è ad ora di 21mila voti in Wisconsin e di oltre 130mila in Michigan, mentre la forbice va chiudendosi in Pennsylvania. E se il riconteggio del 2000 consentì a Gore di colmare solo 1500 voti di distacco sui 2000 residui, notiamo come la strada passi inevitabilmente per l’annullamento giudiziario del voto anticipato. Sempre che Biden non riesca ad aggiungere i tasselli in bilico di North Carolina e Georgia, Stati “rossi” che a urne chiuse sembravano tendere verso Trump.

In terzo luogo, Trump rischia di essere accusato di incoerenza. La sua campagna chiede una riduzione dei conteggi nella Rust Belt ma al contempo chiede di accelerare sullo scrutinio nella contea di Maricopa, la più grande e decisiva in Arizona, insistendo che ogni voto lì pervenuto deve essere scrutinato. Per quanto si stia parlando di contesti territoriali differenti, è un’asimmetria che rischia di inficiare qualsiasi ricorso.

C’è poi, quarto punto, il nodo dei tempi.  Se Donald Trump scegliesse le vie legali la sua campagna elettorale avrebbe una quarantina di giorni di tempo per ribaltare un esito delle urne favorevole a Trump: il termine ultimo per un’eventuale decisione della Corte suprema in materia elettorale è il 14 dicembre, e il 20 gennaio la nuova amministrazione prenderà il via con l’insediamento del presidente eletto.

Infine, quinto punto, una sentenza della Corte Suprema rischia di esacerbare le profonde divisioni che il Paese già presenta. Anche se dotata di una maggioranza conservatrice  ulteriormente rafforzata dopo la nomina di Amy Barrett la Corte Suprema rimane un organo di fondamentale scrutinio istituzionale e bisogna valutare la volontà dei giudici di “morire per Trump”. Del resto, in caso di arrivo di una sentenza davanti alla Corte l’organo supremo della giustizia a stelle e strisce dovrà decidere sapendo di avere mezzo Paese contro indipendentemente dal risultato. Un epilogo a dir poco tossico. Secondo Del Pero “il rischio fortissimo è che i prossimi quattro anni siano anni di trincea e di palude. Anni di paralisi legislativa, ordini esecutivi, interventi delle Corti, governo per via amministrativa-burocratica (con minuziose indicazioni attuative delle leggi esistenti più che nuova legislazione), guerriglia permanente tra potere federale e governi statali repubblicani” in caso di successo di Biden e montante clima di rivolta contro l’esecutivo negli Stati delle coste in caso di riconferma di Trump. In un’America tanto polarizzata come quella attuale ricorrere alla Corte Suprema può scoperchiare il vaso di Pandora: la strada di Trump si preannuncia quindi a dir poco in salita indipendentemente da quello che l’esito finale degli scrutini dirà.