Un pezzo di Italia non voluto in nord Africa, un pezzo di Africa non voluto in Italia: gli espatriati dalla Libia da mezzo secolo vivono in questa doppia condizione, la quale spesso non ha permesso loro di conoscere né la patria da cui sono dovuti scappare e né quella in cui sono dovuti andare. In fondo si tratta di italiani cresciuti in Libia, portando dentro di sé le atmosfere del Magreb. E, contestualmente, di libici buttati fuori dalla Libia solo perché italiani. Mezzo secolo non è bastato a chiudere le ferite. Vale per la generazione che nel 1970 è stata costretta a fuggire, così come per quelle successive oramai pienamente integrate nel nostro Paese ma con uno sguardo sempre rivolto all’altra parte del Mediterraneo.

7 ottobre 1970, l’inizio della diaspora

L’Italia ha messo piede in Libia per la prima volta nel 1911. Negli anni successivi ha consolidato il suo posizionamento nell’area, durante il fascismo poi Roma ha fatto del Paese nordafricano una delle sue più importanti colonie. La sconfitta nella Seconda guerra mondiale ha determinato la perdita del territorio, ma fino al 1969 erano più di ventimila gli italiani regolarmente residenti a Tripoli e in altre città della Libia. In quell’anno Muammar Gheddafi ha preso il potere. Per lui l’unico modo per chiudere la stagione coloniale era quello di cacciare via tutti i nostri connazionali rimasti. I quali nel Paese gestivano aziende, avevano proprie attività economiche e conducevano una normale quotidianità. Il 7 ottobre 1970 la decisione più dura: lo Stato libico decideva di confiscare tutti i beni agli italiani e obbligarli di fatto ad emigrare in Italia. Migliaia di famiglie hanno avuto giusto il tempo di raccogliere pochi oggetti personali e imbarcarsi verso il nostro Paese.

Per molte di loro da quel momento in poi la vita è stata scandita dal ritmo dei campi profughi. L’anno scorso da quel difficile momento sono trascorsi 50 anni. L’Italia, distratta dell’emergenza Covid, non se n’è accorta: “Il 2020 è stato un anno particolare per tutti – ha dichiarato su InsideOver Daniele Lombardi, direttore della rivista Associazione Italiani Rimpatriati dalla Libia ed autore del libro “Profughi” – per via della pandemia mondiale che ha stravolto le vite di tutti noi. Gli italiani di Libia erano pronti a ricordare gli eventi che li hanno visti loro malgrado protagonisti. Ogni manifestazione, incontro pubblico o raduno è stato, però, reso impossibile dal COVID-19, che ha costretto in tono minore anche le manifestazioni in ricordo dell’espulsione avvenuta nel 1970″. Questo però non ha impedito alle famiglie cacciate dalla Libia di ricordare quanto accaduto. Non solo nel Paese nordafricano, ma anche nella stessa Italia.

Anche qui da noi infatti chi ha iniziato a trascorrere la vita da profugo nella sua terra di origine è stato oggetto di discriminazioni: “In tanti sono stati vittime della contrapposizione politica – ha ricordato Lombardi – tra la sinistra, che li vedeva come residuati del fascismo e la destra, che li tirava per la giacca cercando di avvicinarli”. Non solo: chi ha ottenuto dei posti statali grazie allo status di profugo era accusato di rubare il lavoro agli italiani.

La situazione oggi

Il tempo non ha sanato né i dolori e né il senso di ingiustizia patito sia in Libia che in Italia. Questo nonostante alcuni importanti mutamenti occorsi negli anni. Nel 2004 Gheddafi ha permesso per la prima volta agli italiani cacciati o ai discendenti di visitare il Paese. La caduta del rais ha gettato la Libia nel 2011 nel caos da cui oggi non riesce ad uscire. Sono quindi due i sentimenti che avvolgono coloro che sono rimasti vittima della cacciata: “Per alcuni – ha dichiarato Daniele Lombardi – sarebbe insopportabile tornare nei luoghi dell’infanzia e della giovinezza e vederli devastati e deformati dalla dittatura e dalla guerra. Altri, al contrario, non vedono l’ora di rituffarsi nelle atmosfere uniche che possono ritrovare solo in Libia e rincontrare gli amici di una volta”.

Dopo mezzo secolo sono ancora in piedi i contenziosi relativi ai risarcimenti spettanti alle famiglie italiane: “La legge di ratifica del trattato italo-libico del 2008, che il premier Dbeibah ha dichiarato a più riprese di voler riattivare – ha specificato il direttore Lombardi – prevede un articolo specifico (art. 4 l. 7/09) per il risarcimento dei beni espropriati. Esiste, però, un diritto complessivo che vogliamo far valere con il governo italiano, per poter essere annoverati tra coloro che parteciperanno ai progetti di cooperazione e ricostruzione della Libia nei prossimi anni”.

E proprio in prospettiva futura potrebbero aprirsi interessanti scenari: “Per quanto riguarda le relazioni tra i due Paesi – ha infatti concluso Lombardi – a livello culturale, imprenditoriale, formativo gli italiani di Libia sono un valore aggiunto, unici nel loro legame affettivo con il popolo libico, essendo lì nati e vissuti. Privarsi del loro apporto nel ricostruire un vincolo privilegiato tra i due Paesi sarebbe un delitto, prima che un peccato, da parte dell’Italia”. In poche parole, una prima compensazione potrebbe derivare dal riconoscere il ruolo delle famiglie italo – libiche nella ricostruzione del Paese nordafricano. Per Roma, tra le altre cose, tutto ciò significherebbe una grande occasione in vista del paventato rilancio nell’asse con Tripoli. 

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