Higos è il nome di una tempesta tropicale, una delle tante che spazzano il Pacifico Occidentale durante la stagione dei tifoni che, come ogni anno, comincia a maggio e termina a ottobre. Higos ha colpito le Filippine e la Cina orientale a fine settembre del 2008, causando pochi danni rispetto alla potenza delle tempeste che possono nascere in quella parte di mondo, pertanto sarebbe rimasta relegata nel dimenticatoio “meteorologico” se non fosse collegata a una storia molto particolare: una storia di spie.
Come sempre accade quando si tratta di spionaggio, le storie che si possono raccontare sono collegate a fallimenti, oppure a successi clamorosi che vengono ammessi soltanto molti anni dopo che si sono svolte le operazioni segrete. Questa storia, raccontata per la prima volta da Yahoo News, non fa eccezione.
In quel 28 settembre, mentre Higos si sta avvicinando all’arcipelago filippino, quattro uomini, Stephen Stanek, Michael Perich, Jamie McCormick e Daniel Meeks che lavoravano per il ramo marittimo della Cia, affittano un piccolo natante e prendono in largo partendo da un porto della Malesia diretti verso il mare aperto: ufficialmente devono consegnare la barca di 12 metri in Giappone.
In realtà i quattro sono esperti operatori della Sad (Special Activities Division oggi nota come Special Activities Center), la divisione speciale dell’agenzia di intelligence statunitense che rappresenta il non plus ultra per le operazioni paramilitari. Il loro compito è quello di posare un pod, un contenitore pieno di sensori elettronici, camuffato da roccia del fondo marino in un braccio di mare particolarmente frequentato da vascelli cinesi: il pod servirà a raccogliere i segnali elettronici delle navi militari della Pla Navy che transitano nell’area.
Gli operatori non sono affatto degli sprovveduti, e la missione nelle Filippine avrebbe dovuto essere senza storia: raggiungere il punto stabilito, immergersi per posare il pod, e poi proseguire per il Giappone come da storia di copertura. La barca era segretamente di proprietà della Cia, ma i quattro avevano i documenti e le scartoffie per sostenere la storia se fermati e interrogati. Per maggiore sicurezza erano dotati anche di attrezzatura subacquea disponibile in commercio, invece di avere equipaggiamento fornito dal governo degli Stati Uniti.
Tutto era stato predisposto secondo il piano ed il comandante della missione, Stephen Stanek, quel fatidico 28 settembre del 2008, dopo aver dato uno sguardo al meteo, decide di dare il via libera nonostante l’arrivo della tempesta: secondo le previsioni, infatti, Higos avrebbe dovuto fare una netta deviazione lungo il suo percorso evitando la zona in cui si sarebbero trovati con la piccola barca.
Come sempre accade in questi casi, però, quello che non può essere ponderato con elevata certezza, si tramuta in un fattore destabilizzante potenzialmente catastrofico: nella nostra storia, infatti, Higos non devia dalla sua traiettoria come previsto e colpisce in pieno la piccola barca dei quattro agenti della Cia spazzandola via dal mare.
L’agenzia aveva messo un radiofaro sul natante, come una sorta di transponder codificato, che ha inviato il suo segnale sino a quando si è trovato al centro della tempesta e poi è improvvisamente scomparso, ha detto a Yahoo News un ex membro del Sad.
Le Forze Armate americane, che pure sono presenti in gran numero nella regione, non erano state avvisate della missione né, quindi, del naufragio e pertanto non hanno partecipato a nessuna missione di salvataggio. Risulta però che la Cia, nei giorni immediatamente successivi al disastro, chiese alle Jsdf (Japan Self Defense Forces) di effettuare ricerche nell’area, ma non venne trovato nulla “nemmeno un giubbotto di salvataggio galleggiante” ha detto un ex ufficiale dell’agenzia sempre a Yahoo News.
I quattro quindi vennero dati per morti, dispersi in mare, e i loro parenti furono portati al quartier generale della Cia a Langley, in Virginia, per essere informati di qualche dettaglio della missione e per incontrare Michael Hayden, l’allora direttore.
Se la storia finisse qui sarebbe solo l’ennesimo episodio di spionaggio finito male, ma la vicenda si tinge di giallo. Alcuni parenti delle vittime, in particolare la nonna di Michael Perich, ritengono che siano ancora vivi ma catturati dai cinesi: del resto non è stato ritrovato nemmeno un pezzo di legno del relitto e finché non vengono ripescati i cadaveri c’è sempre speranza. Il vero giallo, però, è rappresentato da una questione tutta interna alla Cia: secondo quanto trapelato quella missione non avrebbe dovuto essere effettuata in quel momento, avrebbe potuto essere posticipata, ma venne fatta pressione da parte di Bob Kandra, il capo del Sad all’epoca.
Ex funzionari dell’agenzia hanno apertamente accusato Kandra di aver esercitato troppa pressione sui quattro operatori per dimostrare l’importanza della divisione marittima della Cia, di fronte alla concorrenza della Marina degli Stati Uniti. Sembra anche, da quanto rivelano, che Kandra fosse un “pessimo leader” non nuovo a fallimenti, che però è sempre riuscito a farla franca grazie alla sua posizione all’interno della divisione: la sua scarsa reputazione risalirebbe ai tempi dell’Iraq ma non vengono forniti ulteriori dettagli.
Nonostante questo era stato promosso ai vertici dello Special Intelligence Service (Sis), quindi ottenendo un certo alone di “intoccabilità”. Dopo il fallimento della missione nelle Filippine, però, Kandra è stato rimosso dalla posizione di leader del Sad e messo a dirigere “una scrivania” presso l’ambasciata statunitense di Vienna.