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Il quotidiano spagnolo Abc ha recentemente accusato il Movimento Cinque Stelle di aver ricevuto finanziamenti da parte del governo venezuelano di Hugo Chavez nel 2010, quando i pentastellati, allora nella fase iniziale della loro costituzione politica, un finanziamento di 3,5 milioni di euro funzionale alla costituzione di un movimento “di sinistra rivoluzionario e anticapitalista” in Italia.

Il Venezuela di Chavez, socialista bolivariano sul fronte interno, non ha mai avuto problemi a commerciare e muoversi secondo le logiche del capitalismo internazionale, e viene da chiedersi dove un Paese che già allora subiva i primi scossoni di una crisi economica e sociale che sarebbe divenuta palese dopo la morte di Chavez avrebbe potuto trovare i fondi per finanziare Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio disponendo di solidi e attivi interlocutori nella Sinistra italiana.

Al di là delle accuse, il tema offre l’occasione di discutere dei lunghi rapporti tra la formazione pentastellata e Caracas. Risulta interessante constatare come dalla sinistra italiana il Movimento Cinque Stelle abbia in diverse sue frange, ereditato l’interesse verso l’esperimento socialista bolivariano, concentrandosi su di esso dopo la transizione tra Chavez e Nicolas Maduro, quando cioè prendevano forma l’indebolimento politico e lo sfascio economico seguiti al decesso di Chavez.

Cosa, nel movimento chavista, attraeva i pentastellati? Frange radicali come quella di Alessandro Di Battista ne elogiavano le battaglie politiche ed economiche contro le disuguaglianze e la contrapposizione agli Stati Uniti. L’ala di Manlio Di Stefano riteneva l’Alba, l’alleanza bolivariana delle Americhe centrata su Caracas, un importante tassello del multipolarismo ritenuto centrale nella strategia grillina di politica estera. Chavez era il “ribelle mondiale”, il contestatore permanente che nello stile più ricordava la forma mentis di Grillo e Casaleggio padre: posizioni forti, toni radicali, forte vis polemica. Lo stesso non si può dire di Maduro, burocrate di partito asceso alla presidenza per meriti di fedeltà e arroccatosi attorno a una cerchia di militari e fedelissimi della prima ora.

Il 13 marzo 2015 il Movimento Cinque Stelle organizzò alla Camera dei Deputati un convegno sull’Alba e il Venezuela, in cui l’allora onorevole Alessandro Di Battista tenne gli onori di casa di fronte a ospiti del calibro di Gianni Minà, giornalista e grande esperto di America Latina,  Bernardo Álvarez, segretario dell’Alba (uomo fidato di Chávez e confermato da Nicolas Maduro), Veronica Rojas Berrios, viceministro degli Esteri del Nicaragua, e Luciano Vasapollo, economista e sostenitore del governo Venezuelano che nell’occasione mostrò apertamente le sue posizioni dichiarando: “L’Alba subisce attacchi violentissimi dal capitalismo e dell’impero. Voglio fare un grande applauso al governo Maduro, al popolo bolivariano, ai compagni venezuelani che stanno subendo un attacco senza precedenti di guerra militare, terroristica. Siamo tutti Chávez, dobbiamo esserlo tutti i giorni”.

Nel marzo 2017 una delegazione pentastellata formata da Manlio Di Stefano, capogruppo alla commissione Affari esteri della Camera, Ornella Bertorotta, capogruppo alla commissione Affari esteri del Senato, e Vito Petrocelli, vicepresidente del Comitato italiani all’estero, si recò a Caracas per incontrare autorità del Paese, esponenti del mondo economico e rappresentanti della comunità italiana. Il Foglio diede allora una lettura molto critica della visita, sottolineando come i pentastellati avrebbero compreso scarsamente le problematiche legate all’inflazione galoppante, alla criminalità in aumento e alla crisi sistemica galoppante nel Paese. Ma al contempo, risulta difficile pensare che i chavisti abbiano influenzato direttamente i programmi politici dei Cinque Stelle.

Il regime venezuelano è socialista, ma anche radicato enormemente nello sfruttamento della rendita petrolifera. Ciò mal si concilia con l’anti-industrialismo e l’ostilità al settore energetico dei Cinque Stelle, la cui fascinazione verso il Venezuela appare più che altro una continuazione del mito terzomondista di parte della Sinistra italiana. Non a caso, una volta entrato nel governo al fianco della Lega prima e del Pd poi il Movimento Cinque Stelle ha difeso il Venezuela di Maduro solo indirettamente, senza mai cercare di approfondire realmente le relazioni bilaterali.

Allo scoppio della crisi tra Maduro e Juan Guaidò i pentastellati, nel gennaio 2019, presero una posizione pilatesca: né con l’uno né con l’altro. Di Battista, allora, ritrattò perfino il suo sostegno a Caracas in un’intervista a Lucia Annunziata: “Avere una posizione neutrale è una posizione di buon senso, che non significa stare con Maduro, non l’ho mai detto in vita mia, sono fake news raccontate dai giornali”. Indirettamente questo, bisogna ammetterlo, preservò l’Italia dal sostenere incondizionatamente Guaidò, la cui autoproclamazione alla presidenza si è presto rivelata come un bluff.

Anche sul Venezuela, come in altri scenari di politica estera (Cina-Usa, Tap, F-35 e così via) i pentastellati hanno più che altro dimostrato ingenuità e eccessivo zelo ideologico. I rapporti sono stati sentimentali, mai fondati su reali interessi: se Caracas ha investito 3,5 milioni di euro nella creatura di Grillo e Casaleggio dieci anni fa possiamo ragionevolmente ammettere che si sia trattato di un investimento infruttuoso. Spicca, anche sul Venezuela, l’incoerenza del movimento grillino. Pronto a ritrattare in nome del quieto vivere le stesse posizioni della prima ora.

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