Nei corridoi della Corte penale internazionale all’Aja si respira un’aria pesante: la paura. Non solo paura per il destino delle indagini aperte sul dossier Palestina, ma anche per la sopravvivenza stessa dell’istituzione. Stati Uniti e Israele, i due più potenti nemici del tribunale, hanno scelto di colpirlo con ogni mezzo: pressioni diplomatiche, sanzioni, campagne di intimidazione, persino tentativi di delegittimare i suoi magistrati.
Non è una novità che la Corte venga attaccata. Già Fatou Bensouda, procuratrice dal 2012 al 2021, subì sanzioni americane. Ma oggi la situazione è diversa: l’apertura di indagini per genocidio, apartheid e crimini di guerra contro Israele ha accelerato un’escalation senza precedenti.
Il nodo palestinese
La vera faglia che rischia di far crollare la Corte si chiama Palestina. A gennaio 2024, la Corte internazionale di giustizia ha accolto la denuncia del Sudafrica contro Israele per genocidio. A novembre dello stesso anno, la Cpi ha emesso mandati d’arresto per Netanyahu, Gallant e tre leader di Hamas. Poi, l’avvio delle indagini sulle colonie ebraiche nei Territori occupati e sul regime di apartheid. È questo il punto che più terrorizza Tel Aviv: se la giustizia internazionale definisse illegittima la politica insediativa, l’intera architettura su cui si regge Israele subirebbe un colpo devastante.
Pressioni e intimidazioni
Di fronte a questo scenario, Washington e Tel Aviv hanno risposto con un arsenale di pressioni. Sanzioni contro il procuratore Karim Khan e i suoi vice, campagne di delegittimazione personale, fino ad accuse di molestie sessuali che lo hanno costretto a mettersi in ferie forzate. In parallelo, minacce dirette: un avvocato britannico-israeliano, Nicholas Kaufman, ha intimato a Khan di ritirare i mandati contro Ben Gvir e Smotrich, promettendo la distruzione della Corte in caso contrario.
Lo schema si ripete: rallentare, bloccare, intimidire. Avvocati statunitensi hanno smesso di collaborare, ong per i diritti umani evitano di consegnare documenti, gli stessi giudici della Cpi temono che la sopravvivenza dell’istituzione sia messa a rischio.
La dimensione geopolitica
Il conflitto non è più solo giuridico. Stati Uniti e Israele stanno cercando di demolire il principio stesso di giustizia internazionale. Se la Corte dovesse cedere, l’idea di un diritto universale capace di processare anche i più potenti subirebbe un colpo irreparabile. A New York, all’Assemblea degli Stati membri della Cpi, il rappresentante americano ha dichiarato senza mezzi termini: “Useremo tutti gli strumenti per fermare la Corte”. Nessuno Stato ha replicato.
Questa inerzia rivela la paura delle stesse democrazie occidentali: opporsi significherebbe rischiare sanzioni, tagli ai fondi, rappresaglie politiche. Così la difesa della legalità internazionale resta senza sponsor.
Impatti economici e strategici
Dietro questa crisi c’è anche una dimensione geoeconomica. Israele considera le colonie non solo un fatto politico ma un pilastro economico: centri abitati, infrastrutture, industrie legate alla terra e alle risorse idriche. Se la Corte stabilisse la loro illegittimità, ne deriverebbe una catena di cause legali, sanzioni economiche e isolamento commerciale. Per questo Tel Aviv combatte a ogni costo, e Washington la sostiene: difendere Israele significa difendere un alleato strategico e, allo stesso tempo, riaffermare l’immunità dell’egemone dalle regole comuni.
Una Corte al bivio
Il futuro delle indagini dipende anche dal destino personale di Karim Khan. Se dovesse dimettersi, la scelta del successore sarà terreno di scontro feroce: gli Stati Uniti cercheranno un procuratore più “conciliante”, i Paesi del Sud globale difenderanno la necessità di indipendenza. In ogni caso, il rischio è che il dossier Palestina finisca su un binario morto.
L’assenza di sostegno politico esterno è il fattore più grave. Senza appoggio degli Stati membri, la Corte rischia di sopravvivere formalmente ma di perdere legittimità e credibilità. Sarebbe un colpo non solo alla causa palestinese, ma all’intera architettura del diritto internazionale costruita dopo il 1945.

