Giugno 2020: da almeno un anno la Cina ha messo Hong Kong nel mirino. Un anno durante il quale la tensione, nell’ex colonia britannica, è salita alle stelle, tra scontri, arresti, cariche della polizia e feriti. L’obiettivo di Pechino è sempre stato uno: riprendersi al 100% quella striscia di terra situata all’estremità meridionale del Paese, ricca di grattacieli scintillanti nonché uno degli hub finanziari più importanti del pianeta.

In realtà, Hong Kong è tornata “cinese” nel 1997. Da allora gode di un particolare status che dovrebbe mantenere fino al 2047. Si tratta della formula “un Paese, due sistemi”. Una perifrasi che sottolinea come la Cina resti l’unico soggetto politico sul campo. Ma che evidenzia anche come, all’interno dello stesso territorio cinese, possa esistere un’area amministrata secondo un diverso ordinamento istituzionale e un altrettanto differente sistema economico. Grazie a questo principio, Hong Kong dipende da Pechino soltanto per quanto riguarda la difesa e gli affari esteri. Tutto il resto – quindi dal sistema monetario alla giurisdizione – viene gestito autonomamente dalle autorità locali.

La legge sull’estradizione

A scatenare le nuove proteste a Hong Kong, dopo anni di sostanziale calma, è il disegno di legge, approvato dal governo locale nel febbraio 2019. La cosiddetta legge sull’estradizione scoperchia il vaso di Pandora. Molti hongkonghesi si sentono minacciati e scendono in piazza per protestare. Il 9 giugno 2019 si registra la prima manifestazione: 240mila persone protestano contro la misura proposta dall’esecutivo. Il nodo di quella legge, in attesa di essere approvata, sta nel fatto che i sospettati di determinati reati presenti sul territorio hongkonghese possano essere estradati in Cina per essere processati dai tribunali cinesi.

Tribunali, sia chiaro, che rispondono al Partito Comunista cinese e seguono un iter burocratico diverso rispetto a quello messo in atto dalla magistratura di Hong Kong. Sfiancata da mesi di proteste, il 4 settembre 2019 le autorità di Hong Kong ritirano la legge sull’estradizione. Discorso chiuso? Nemmeno per idea, perché alla fine di giugno 2020, in piena emergenza Covid, la temuta National Secuirty Law viene approvata. Questa volta niente e nessuno ha forza, modo e voglia di protestare.

La “nuova” Hong Kong

La legge, composta da 66 articoli, è stata inserita nella Legge Fondamentale che regola le relazioni tra la Cina e l’ex colonia britannica. Previsto, tra l’altro, l’ergastolo per tutti coloro che saranno ritenuti colpevoli di reati che attentino alla sicurezza nazionale e l’estradizione forzata nella Repubblica Popolare cinese. Il Comitato Permanente dell’Assemblea Nazionale del Popolo, vertice dell’organo legislativo del parlamento cinese, ha approvato la legge all’unanimità, con Xi Jinping che ha posto la sua firma sul documento. In altre parole, al termine di un braccio di ferro durato un anno, Pechino è riuscita a ottenere ciò che voleva.

Il Dragone, contrariamente a quanto ipotizzato da vari analisti, non ha dovuto ricorrere all’uso della forza né inviare alcun carro armato nelle strade di Hong Kong. Una volta che l’onda dei manifestanti pro democrazia si ritira spontaneamente, anche grazie all’apparente insabbiamento della legge perpetuato dalle autorità hongkonghesi, nel bel mezzo dell’emergenza coronavirus, la National Security Law viene approvata. In quei giorni Carrie Lam, la governatrice di Hong Kong, arrivò a definire la promulgazione della legge un punto di svolta per far uscire la città dall’impasse attuale e ripristinare la stabilità. Intanto, nell’indifferenza generale, il principio “un Paese, due sistemi” continua a restare in vigore.