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Quatto elezioni in quattro anni. Gli elettori spagnoli torneranno probabilmente alle urne, il 10 novembre, per cercare di sbrogliare la matassa politica in cui il Paese è aggrovigliato ormai da diverso da tempo.

In seguito alle consultazioni svolte negli ultimi giorni con i partiti politici, infatti, Re Felipe VI ha deciso che non proporrà alcun candidato premier per un voto di fiducia di fronte al Parlamento. Manca una soluzione politica che possa ottenere la maggioranza dei voti e così, malgrado la scadenza formale ultima per la presentazione di un candidato sia il 23 settembre, tutto indica che avranno luogo nuovi scrutini. Le consultazioni di aprile, che avevano visto il successo del Partito Socialista con il 28,7 per cento dei voti, non hanno portato alla formazione di un esecutivo stabile a Madrid.

Le trattative con Podemos che aveva ottenuto il 14,3 per cento dei consensi, non sono riuscite a produrre risultati concreti. L’operazione era piuttosto complicata: Pedro Sanchez aveva offerto ai possibili alleati la possibilità di concordare un programma politico comune mentre Podemos aveva intenzione di entrare a far parte in maniera sostanziale del gabinetto di governo. I due partiti, inoltre, avrebbero avuto bisogno dell’appoggio di diversi movimenti regionali e nazionalisti, in particolare modo catalani, perché anche coalizzati non avrebbero avuto la maggioranza dei seggi. Un tentativo di dialogo tra i socialisti e i liberali di centro-destra di Ciudadanos si è anch’esso concluso con un nulla di fatto.

Esclusa sin dall’inizio la possibilità di vedere la formazione di un esecutivo di centro-destra: il Partito popolare aveva conseguito, alle urne, uno dei peggiori risultati della sua storia con appena il 16,7 per cento dei voti ed una vera e propria disfatta per il giovane leader Pablo Casado. Un’alleanza con Ciudadanos (15,9 per cento dei consensi) e il nuovo movimento di destra Vox, al 10,3 per cento dei voti, sarebbe stata ben lontana dalla maggioranza degli scranni al Congreso de los Diputados, la Camera Bassa spagnola.

Un sistema in crisi

Un Pedro Sanchez particolarmente affranto, che ha visto i suoi tentativi di investitura da premier fallire due volte in luglio, ha parlato dell’impossibilità di mettere in atto il progetto elettorale che era stato il più votato ad aprile e di dover quindi tornare alle urne il 10 novembre. Lo stallo politico spagnolo non sarà probabilmente risolto da nuove consultazioni dato che, secondo i sondaggi effettuati, i Socialisti si confermerebbero come primo partito ma ben lontani dalla maggioranza. Sarebbero dunque necessarie nuove trattative con Podemos, che più volte si sono incagliate negli ultimi mesi. La Spagna democratica post-franchista non ha mai sperimentato la formula dei governi di coalizione, anche a causa di una prevalenza, fino a tempi recenti, di un radicato bipolarismo tra centro-destra e centro-sinistra. Sanchez si è così mostrato particolarmente restio a garantire posizioni ministeriali agli ex-indignados, offrendo a Podemos ministeri di scarsa rilevanza. Il movimento, però, voleva un peso specifico maggiore all’interno del possibile esecutivo, che si sarebbe dovuto reggere anche sui voti dei nazionalisti catalani e di altre regioni spagnole. Ed è proprio questo fattore ad aver bloccato ulteriormente la macchina politica spagnola, già profondamente in crisi. La situazione in Catalogna continua ad essere tesa e la possibilità di un compromesso tra Madrid e Barcellona sono ridotte al minimo. Un governo socialista supportato dai nazionalisti rischierebbe di implodere in breve tempo o di diventare il facile bersaglio delle critiche del centro-destra.

Il ruolo della destra e le prospettive

Il blocco conservatore, una volta dominato dal Partito Popolare e guidato sino al 2019 da Mariano Rajoy, risulta ormai spaccato in tre diverse fazioni poco distanti tra loro in termini di consensi elettorali. I Popolari vivono un periodo di calo, anche segnato da scandali che ne hanno travolto in passato i vertici e la soluzione di affidarsi al giovane Pablo Casado non sembra aver pagato. Lo stesso Casado ha, in un primo momento, spostato le politiche del partito verso destra e lasciando sguarnito il centro dell’agone politico. Albert Rivera, il leader di Ciudadanos, vorrebbe imporsi, senza al momento riuscirvi, come nuovo leader dello schieramento conservatore ma non è ancora riuscito a superare i Popolari a livello di voti.

A complicare ulteriormente il quadro è stata l’ascesa di Vox, che ha ottenuto notevoli successi alle elezioni di aprile. La presenza di Vox si è rivelata fondamentale, anche a livello regionale, per garantire al centrodestra la maggioranza assoluta per governare diversi enti locali. I sondaggi prevedono che, nelle consultazioni di novembre, il partito radicale dovrebbe subire una leggere flessione di consensi scendendo al di sotto del 10 per cento dei voti ma dovrebbe continuare a sottrarre consenso ai partiti conservatori più moderati. Tematiche come quelle del contrasto all’immigrazione e di scelte tradizionaliste in ambito sociale continuano a riscuotere un certo successo in alcuni settori dell’elettorato spagnolo. In ogni caso, ad oggi, nemmeno lo schieramento di centrodestra dovrebbe ottenere la maggioranza dei seggi in nuove scrutini.

Il rischio che nemmeno le consultazioni di novembre possano sbloccare l’ingarbugliata matassa spagnola è dunque concreto e la popolazione appare profondamente sfiduciata. Il 64 per cento degli spagnoli, secondo l’istituto demoscopico Ipsos, non vorrebbe tornare alle urne. La stasi politica potrebbe generare disaffezione e un progressivo calo dell’affluenza elettorale. Le soluzioni, nell’attuale scenario, non sembrano molte. Servirebbe probabilmente una radicale riforma del sistema elettorale spagnolo, con l’introduzione di un consistente premio di maggioranza, che possa garantire alla coalizione od al partito vincente di avere la maggioranza dei seggi e di poter governare. L’attuale caos, al contrario, rischia di trascinare la Spagna in una paralisi che potrà avere gravi ricadute anche sugli equilibri europei.