Madrid prova ad uscire dall’emergenza sanitaria Covid-19 con un piano strutturato e graduale che dovrebbe condurla verso una nuova normalità. L’annuncio è stato fatto dal premier Pedro Sanchez nel corso di una conferenza stampa svoltasi martedì. Il piano è composto da quattro fasi che si succederanno senza precise scadenze temporali per renderne l’applicazione più flessibile ma che, al tempo stesso, dovrebbero concludersi per la fine di giugno. La mobilità tra le diverse province spagnole resterà bloccata sino al ritorno della normalità.

Avanzamenti scaglionati

La Fase 0 avrà inizio il 4 maggio e comporterà la riapertura di piccoli locali, come i ristoranti che possono offrire cibo take-away e dei negozi che possono lavorare su appuntamento, come i parrucchieri. Nella Fase 1, tra gli altri, i ristoranti ed i bar potranno offrire servizi ai tavolini esterni sebbene a capienza ridotta, sarà consentita la mobilità all’interno delle province e potranno riaprire gli hotel. Nella Fase 2 saranno consentiti gli eventi culturali con meno di 50 partecipanti se all’interno e meno di 400 se all’interno mentre i ristoranti potranno servire all’interno. La Fase 3 prevederà un ulteriore rilassamento delle restrizioni. Il primo ministro ha ricordato come il virus sia ancora presente e come la responsabilità ricada sui singoli che, con il loro comportamento, possono determinare il successo oppure il fallimento degli sforzi collettivi intrapresi. Sullo sfondo c’è una grave recessione economica che potrebbe travolgere l’esecutivo di coalizione tra Socialisti e Podemos: il Fondo Monetario Internazionale ha stimato un Prodotto Interno Lordo in caduta libera dell’8 per cento nel 2020 ed un tasso di disoccupazione che dovrebbe tornare a superare l’asticella del 20 per cento mentre a fine dicembre si attestava al 14.7 per cento.

La Catalogna

La recessione è destinata a riaccendere gli impulsi indipendentisti della Catalogna, mai veramente sopiti e pronti a riesplodere. La debolezza strutturale del governo centrale non aiuta: l’esecutivo Sanchez è riuscito ad insediarsi, nel gennaio 2020, grazie al voto favorevole del Partito Socialista, di Podemos, del Partito Nazionale Basco, di alcuni movimenti nazionalisti minori e con l’astensione della Sinistra Repubblicana Catalana (ERC) e di Eh Bildu (nazionalisti baschi di sinistra). Non è difficile immaginare come un’impalcatura così precaria possa crollare sotto il peso della crisi determinata dal coronavirus. I separatisti di Barcellona hanno affermato che una Catalogna indipendente avrebbe avuto molti meno morti a causa del morbo e sono tornati sulla necessità dell’autodeterminazione. Meritxell Budo, portavoce dell’esecutivo regionale, ha affermato, come riportato dal New York Times, che non ci sarebbero stati “così tanti morti” in una Catalogna indipendente. Marta Vilalta, vice-segretario di ERC, ha ricordato come la pandemia abbia dimostrato la necessità di procedere verso uno Stato autonomo. Madrid ha reagito alle critiche chiedendo la dimostrazione di un senso di unità nazionale e Miquel Iceta, leader dei Socialisti catalani, ha definito inaccurate ed offensive le affermazioni secondo cui una Catalogna indipendente avrebbe avuto meno morti ed ha accusato Barcellona di minimizzare i propri errori.

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