Il nome affonda nella storia: “la spada di Alì“, ovvero l’arma che Maometto donò al cugino Ali ibn Abi Talib.
Dhū l-fiqār, letteralmente “ciò che possiede vertebre”. Successivamente, Alì disse che chiunque avesse colpito con questa spada sarebbe andato all’inferno. In questo senso, si può dire che la spada è capace di fendere non solo in battaglia, ma anche nella vita, assumendo un valore simbolico che sottintende la capacità di distinguere il bene dal male. La spada è poi passata all’imam Husayn, che combatté i “takfiri” e ora si troverebbe nelle mani del Mahdi. La “spada di Alì”, ieri, si è abbattuta su quelli che gli iraniani chiamano “terroristi takfiristi”, gli uomini del sedicente Stato islamico. I missili lanciati ieri da Teheran si chiamano infatti Qiyam (Sollevazione) e Zulfighar (Nome della leggendaria spada di Ali). Entrambi hanno una gittata di circa 800 km ed una precisione d’impatto di 5-10 metri.
Le prime notizie che vengono da Deir Ezzor sono devastanti: il colpo sarebbe stato pesantissimo e sarebbero stati distrutti anche importanti depositi di armi.
Il ministro degli Esteri iraniano ha detto: “La Repubblica islamica usa la sua forza missilistica per difendere i suoi cittadini in un’autodifesa legale e allo stesso tempo far avanzare la lotta globale per sradicare Daesh (acronimo in lingua araba dello Stato islamico, ndr) e il terrorismo”.
Il portavoce dei pasdaran, Ramzan Sharif, ha minacciato nuovi attacchi missilistici contro il gruppo jihadista: “Se (l’Isis, ndr) compirà un’azione specifica per violare la nostra sicurezza, sicuramente ci saranno altri lanci, con ancora più forza”.
#Iran Fires Missiles at #ISIL Positions in #Syria in Retaliation for #TehranAttacks pic.twitter.com/MH2bRUEn0G
— Fars News Agency (@EnglishFars) 19 giugno 2017
I raid contro l’Isis sono stati la risposta di Teheran agli attentati eseguiti lo scorso 7 giugno contro il Parlamento e il mausoleo di Khomeini e costati la vita a 18 persone.
L’ascesa delle milizie filo iraniane
“Da Mosul a Baaj, grazie Soleimani”. È una delle tante scritte che campeggiano sui muri di Baaj, una città irachena a maggioranza sunnita nel governatorato di Ninive, a pochi chilometri dal confine con la Siria. La piana, un tempo roccaforte dei cristiani, è stata strappata alle bandiere nere dello Stato islamico. Soleimani è il leggendario comandante delle Forze al Quds delle Guardie rivoluzionarie iraniane, l’unità dei pasdaran incaricata delle operazioni militari oltre confine. In Iraq e in Siria è una leggenda. Tutti giurano di averlo visto. Chi dice a Mosul e chi ad Aleppo. Ma lui è come un fantasma: imprendibile. Come scrive Lorenzo Forlani su Agi, “oggi Baaj, dopo la liberazione dall’Isis, sembra anche essere uno snodo fondamentale per la continuità territoriale del controllo del territorio da parte delle milizie filo iraniane, dall’Iraq fino ad arrivare in Libano, dove nel 1985 è nata la prima in assoluto tra le forze vicine a Teheran, Hezbollah”.
Le milizie filo iraniane in Iraq sotto attivissime nella lotta contro il sedicente Stato islamico. “Questo era l’ultimo castello dell’Isis nell’area, un punto strategico per i terroristi di Daesh, che gli permetteva di andare e venire facilmente dalla Turchia sin dal 2013”, sostiene in una intervista al Guardian Abu Mahdi al Muhandis, comandante delle Hashd al Shaabi, un gruppo ombrello per varie milizie paramilitari. “Non ce ne andremo da Baaj”, aggiunge un membro delle milizie. “Questa sarà la nostra principale base nell’area”.
Poco distante da Baaj è attiva la Nujaba, un’altra milizia irachena che ha combattuto i ribelli in Siria. La si riconosce, spesso, dai ritratti della Guida Suprema dell’Iran – l’ayatollah Khamenei – che vi campeggiano, laddove qualche settimana fa vi erano i simboli dell’Isis, come scrive Lorenzo Forlani.
Pochi giorni prima che gli iraniani lanciassero i loro missili nell’area di Deir Ezzor, il comandante Abu Mahdi al Muhandis delle Hashd al Shaabi aveva detto che “l’Isis è ora sulle sponde dell’Eufrate in Siria e Iraq. Stanno tentando di rimanervi ma noi vogliamo condurre una operazione militare nell’area. Forse ci vorrà un anno, magari di più. Al Qaeda era stata sconfitta, poi è tornata sotto forma di Isis. Se non avessimo distrutto tutto, oggi questa zona sarebbe ancora sotto il controllo di Daesh. Mettere in sicurezza la Siria si riverbererà su tutta la regione”.



