Anche di fronte all’evidenza, in queste giornate, il fronte del “più Europa” tiene botta e, con insospettabile caparbietà, rilancia la sua strategia in risposta all’emergenza coronavirus. Anche mentre l’Europa stessa ammette la propria impotenza di fronte alla possibilità di una risposta politica a tutto campo al virus e arriva a bloccare, per il 2020, l’applicazione del patto di stabilità su deficit e debito pubblico i fautori del “più Europa” non demordono e, anzi, rilanciano: serve maggiore integrazione in questa Unione, maggiore cessione di sovranità e più aderenza ai desiderata di Bruxelles per far fronte alla crisi.

In Italia questo fronte ha avuto il suo primo interprete, ancora a fine febbraio, nell’ex premier Mario Monti in un’intervista a La Stampa. Categorico nel chiedere “più Europa” contro il coronavirus e ad affermare: “Il più delle volte in cui ci lamentiamo dell’Europa è perché non può esercitare competenze che gli Stati Membri non le hanno attribuito”.

L’elogio all’Unione europea è stato poi rilanciato, dopo le prime misure emergenziali, dal segretario del Partito democratico Nicola Zingaretti, secondo cui “la verità è che senza Europa non ce l’avremmo mai fatta” a far fronte all’emergenza sanitaria, politica ed economica. Il tutto poche ore prima che in sede comunitaria i falchi del rigore, capitanati dall’Olanda, affondassero nuovamente il mito della solidarietà europea chiedendo strette condizionalità e misure draconiane come controparte a un intervento del Meccanismo Europeo di Stabilità (Mes) a favore di Paesi come l’Italia.

Ancora più radicale la presa di posizione dell’economista Lorenzo Bini Smaghi in un editoriale pubblicato su Il Foglio. Bini Smaghi, ex membro del comitato esecutivo della Banca centrale europea (Bce), ha cassato l’ipotesi dell’emissione di Eurobond in risposta all’attuale crisi economica in assenza di un considerevole trasferimento di sovranità e di competenze dagli Stati all’Unione in temi, come la sanità, dove tale prassi sarebbe utopistica. Abbiamo assistito, nelle scorse settimane, alla chiusura totale di molti Paesi europei a qualsiasi forma di solidarietà sanitaria, al blocco degli aiuti diretti all’Italia ai confini dei Paesi europei, all’arrivo di un sostegno massiccio da parte di Stati Uniti, Cina, Russia e di un importante aiuto da parte di Cuba a cui non ha fatto fronte alcuna manovra in campo europeo, se non limitate concessioni della Germania. Come sarebbe fattibile concepire il trasferimento di competenze in materia sanitaria a un’Unione che per anni, col dogma dell’austerità, ha contribuito a ridimensionare i sistemi sanitari nazionali?

Per Bini Smaghi l’ipotesi più percorribile sarebbe il ricorso al Mes che, ora come ora, non rappresenta una strada fattibile per l’Italia a causa del muro contro muro della condizionalità posto da Paesi come l’Olanda. E per la cronica carenza di capitali del fondo salva-Stati che lo rende impotente per concentrare la potenza di fuoco contro una crisi sistemica. A ogni aumento di capitale del Mes, inoltre, l’Italia sarebbe chiamata a contribuire con una quota di poco meno del 20%, andando incontro a un circolo vizioso da evitare in uno scenario tanto preoccupante.

Meno radicale nella sostanza, ma tutto sommato eccessivamente ottimista nei confronti del Mes, è la proposta di 13 economisti europei, tra cui i nostri connazionali Francesco Giavazzi e Lucrezia Reichlin, sull’apertura di linee di credito del Mes funzionali all’emergenza sanitaria. Nell’appello si legge che “la migliore alternativa per l’Esm sarebbe di creare una nuova linea di credito dedicata al Covid, con una lunga durata e condizioni di accesso definite ex post”. La lunga duratasi distanza dalla proposta di Bini Smaghi, ma nella definizione ex post delle condizioni d’accesso c’è il diavolo dei dettagli. Come sottolinea Italia Oggi, “a fronte di una richiesta di aiuto dell’Italia (ma vale per tutti i paesi dell’euro), il Mes dovrebbe prima concedere i miliardi richiesti in prestito, e solo «ex post», cioè dopo, in un futuro imprecisato, fissare le condizioni per la restituzione, comprese la durata e il tasso d’interesse. Ovviamente a sua completa discrezione”. Una scelta del genere metterebbe l’Italia sotto la mannaia di una cessione di sovranità forse ancora più pericolosa sul controllo dei conti.

Alla lirica fiducia in un’Europa che dovrà, necessariamente, riflettere notevolmente su se stessa dopo questa crisi ha risposto, di fatto, l’ex governatore della Bce Mario Draghi nel voluminoso editoriale sul Financial Times in cui esorta gli Stati nazionali a farsi carico della risposta alla crisi con la spesa pubblica.