É un pomeriggio di dicembre piovoso quello in cui dall’altra parte della cornetta a parlare è Giovanna Ortu: lei, presidente dell’associazione italiana rimpatriati dalla Libia, ci tiene ad esprimere la solidarietà verso i pescatori ancora trattenuti a Bengasi. In tutta Italia, nel bel mezzo di un dicembre all’insegna della pandemia, ci sono luci natalizie e addobbi con i quali si prova a dare un piccolo clima di festa: “Ma per 18 famiglie non ci sarà alcun Natale se non si risolve la questione – dichiara al telefono – Per questo con la mia associazione voglio lanciare un augurio particolare a chi in questo momento ha i parenti trattenuti in Libia”. Il suo tono è composto, di chi a fatica tiene in gola una forte emozione dettata dall’aver già sofferto, come italiana, le vicende politiche alternatesi negli anni dall’altra parte del Mediterraneo.
“Nessun sequestro è stato così lungo”
Giovanna Ortu è tra le tante che nell’ottobre del 1970 ha dovuto lasciare improvvisamente Tripoli per far ritorno in Italia. Il rais Muammar Gheddafi voleva chiudere a modo suo ogni retaggio coloniale. La Libia, secondo l’indicazione del leader della Jammahiriya, non poteva permettersi la permanenza di altri italiani nel suo territorio. Avrebbe significato la mancata chiusura di una cicatrice avvertita in modo molto forte dai libici, ma soprattutto dallo stesso Gheddafi. Lui nelle interviste le cicatrici, quelle fisiche portate al braccio, spesso le mostrava per far ricordare i danni delle mine lasciate dagli italiani nel deserto vicino la sua Sirte in tempo di guerra. Ma migliaia di famiglie nostre connazionali non avevano alcuna responsabilità dei danni del conflitto e del colonialismo. Ad esempio, quella di Giovanna Ortu si trovava in Libia già dagli anni ’20, aveva costruito lì i propri affetti e la propria quotidianità. Dalla cacciata del 1970 sono trascorsi oramai cinquant’anni. Mezzo secolo ripercorso nella mente della presidente dei rimpatriati italiani quando ha visto che 18 pescatori partiti da Mazara del Vallo ancora non hanno fatto ritorno a casa.
“In tutti questi anni – sottolinea Giovanna Ortu – Ne ho visti di sequestri. La questione dei confini marittimi del resto si trascina da decenni. Mai però dei pescatori italiani erano rimasti fuori così a lungo”. Forte della sua lunga esperienza in Libia, anche lei dopo le notizie sul sequestro pensava che nel giro di pochi giorni, come accaduto molte volte, tutto si poteva risolvere: “Invece le settimane e i mesi passano. Posso solo immaginare quanto dolore stiano provando quelle famiglie. Viene incredibile pensare che ancora non siano saltati fuori degli spiragli”. L’incubo dei pescatori, di cui otto italiani, è iniziato il primo settembre: a poche ore dalla visita del ministro degli Esteri Luigi Di Maio in Libia, le motovedette del generale Haftar, che controlla la Cirenaica, sono salpate da Bengasi per rintracciare alcuni pescherecci siciliani. Da allora solo qualche telefonata e nulla più per mostrare la propria esistenza in vita.
“La Libia mai così in basso”
La questione relativa ai pescatori sequestrati nel Paese nordafricano è solo l’ultima che ha scosso la presidente degli italiani rimpatriati: “Vede – sottolinea al telefono Giovanna Ortu – Quando nel 2011 è iniziata la rivoluzione io ci credevo in un cambiamento. Sono stata, dopo la fine di Gheddafi, in Libia e speravo in un vento diverso”. Ma la storia ha costretto a ben altre conclusioni: “Sono costretta ad ammettere – ha proseguito Giovanna Ortu – che in effetti le condizioni sono peggiorate. È incredibile come un Paese così bello, ricco di risorse e così poco abitato debba essere preda di guerre, conflitti e povertà”. Gli italiani sequestrati il primo settembre sono caduti in una disputa interna ed esterna alla Libia. Il generale Haftar, sconfitto nella battaglia di Tripoli, voleva tornare protagonista sfruttando le sorti dei pescatori di Mazara e, contemporaneamente, voleva ricattare l’Italia: “Questo è il segno – ha aggiunto la presidente dei rimpatriati – di come la Libia ha raggiunto un punto molto basso”.
L’augurio alle famiglie coinvolte
A maggior ragione, per Giovanna Ortu lanciare un augurio ai familiari dei pescatori assume ancora più importanza: “Questo è un Natale diverso per tutti – aggiunge – Anche qui in Italia non si farà festa e non ci sarà il clima degli altri anni. Ma è una questione di principio: essere lontani nei giorni del Natale dalle proprie famiglie è comunque uno strazio, sia per i protagonisti che per i loro cari. Per questo voglio lanciare uno speciale augurio a loro. E spero che arrivi ai diretti interessati”. Il dolore di oggi è quello di mezzo secolo fa. Essere lontani dalla propria casa perché espulsi o perché sequestrati cambia poco: le inquietudini sono sempre le stesse.