Alla vigilia del vertice del G7 e con Bruxelles pronta a varare il diciottesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia, la Slovacchia rompe il silenzio e minaccia il veto. Il primo ministro Robert Fico, tornato al potere nel 2023, ha lanciato un ultimatum destinato a far tremare il Palazzo Berlaymont: nessuna nuova misura anti-Mosca se prima non arriverà una risposta concreta alla crisi energetica che minaccia la sopravvivenza economica del suo Paese.

Non è solo una schermaglia diplomatica. È il segno, sempre più visibile, delle crepe profonde che attraversano l’Unione Europea dopo oltre due anni di guerra e sanzioni. Crisi energetica, instabilità politica, malcontento popolare: la Slovacchia, come altri Paesi dell’Europa centrale, vive sulla propria pelle le conseguenze di una strategia che — sostiene Fico — colpisce più Bruxelles che il Cremlino.

Dall’obbedienza cieca alla rivolta sovrasta

Fino a poco tempo fa, Bratislava approvava ogni misura contro Mosca, in linea con la disciplina imposta da Bruxelles. Ma oggi i tempi sono cambiati. Fico, leader di lungo corso e abile stratega populista, ha fiutato il vento. E ha deciso di dire basta. Per lui, le sanzioni non solo hanno fallito nel contenere la Russia, ma hanno spinto l’economia slovacca — ancora fortemente dipendente da gas, petrolio e uranio russi — sull’orlo del collasso. Con il transito del gas via Ucraina destinato a finire e nessuna alternativa credibile pronta all’uso, la questione non è più ideologica ma vitale: come riscaldare case e alimentare fabbriche il prossimo inverno? Il Parlamento slovacco lo ha seguito con una risoluzione che invita il Governo a opporsi a ogni sanzione che danneggi l’economia nazionale. “Se non arriva una proposta reale da Bruxelles, bloccheremo il pacchetto”, ha dichiarato Fico senza mezzi termini su Facebook.

Le regole dell’UE richiedono l’unanimità per ogni nuovo pacchetto di misure restrittive. Un singolo “no” può quindi bloccare l’intero meccanismo. Ed è proprio su questo principio che la Slovacchia gioca la sua partita. Non è più sola: il malumore cresce anche in Ungheria, Austria, Croazia, Bulgaria. L’Europa che conta — Berlino, Parigi, Bruxelles — finge di non sentire, ma i segnali si moltiplicano. L’entusiasmo per la linea dura contro Mosca si sta spegnendo, sotto il peso dell’inflazione e del malcontento diffuso.

Il fronte dell’Est si spacca

Dietro la posizione slovacca c’è un’idea che si fa strada in Europa orientale: l’adesione all’Unione non significa rinunciare all’interesse nazionale. La guerra in Ucraina, con il suo costo esorbitante, non può diventare l’alibi per affondare interi settori industriali, impoverire i ceti medi e sostituire una dipendenza russa con una nuova subordinazione ai diktat americani o tedeschi. Il populismo di Fico intercetta questo sentimento: sovranità, realismo, e una prudenza che suona sempre più come disobbedienza. In questa prospettiva, la Slovacchia potrebbe diventare la miccia di una rivolta più ampia. Una rivolta che non parte da ideologie, ma dal freddo, dalle bollette, e dalla rabbia di chi si sente usato come carne da cannone nel grande gioco geopolitico.

Abbonati e diventa uno di noi

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

Non sei abbonato o il tuo abbonamento non permette di utilizzare i commenti. Vai alla pagina degli abbonamenti per scegliere quello più adatto