Chi pensava che con l’insediamento del nuovo governo a Tripoli il dossier libico fosse da considerarsi avviato verso la risoluzione, a distanza di almeno due mesi è stato costretto a ricredersi. E adesso la situazione potrebbe precipitare, soprattutto per quanto riguarda l’Italia e, in particolare, la questione immigrazione.

Libia a rischio caos, riparte l’allarme migranti

La situazione politica e di sicurezza in Libia rischia di precipitare, con il rischio concreto che l’estate in arrivo porti in Italia una nuova ondata di migranti e profughi in fuga dall’inferno nordafricano. A poche settimane dall’insediamento del nuovo governo di unità nazionale, il Paese è tutt’altro che unito, anzi l’impressione è che si stia dividendo ancora di più: un regalo enorme per i trafficanti di esseri umani che traggono vantaggio dalla debolezza dello Stato libico. Poco dopo la liberazione con tanto di promozione di “Bija”, l’ufficiale della Guardia costiera accusato di traffico di esseri umani e contrabbando di carburante, gli ingressi illegali dei migranti in Italia via mare sono aumentati del +208,17 per cento (da 4.184 del periodo gennaio 10 maggio 2020 a 12.984 dello stesso periodo dell’anno in corso, secondo di dati del Viminale). Ed è paradossale e preoccupante che la motovedetta Ubari 660 classe Corrubia (27 metri, con una larghezza di 7 e un pescaggio di 2,5 metri), donata dall’Italia alla Libia nel novembre del 2018, venga utilizzata dai guardiacoste addestrati dalla Turchia per sparare ad altezza d’uomo contro pescatori italiani.

Le coste tripoline in mano ai miliziani

Il vero nocciolo della questione è che, a un governo nuovo, non sta corrispondendo una fase realmente nuova. L’esecutivo c’è, ma questo non ha comportato la fine dello strapotere delle milizie lungo le coste della Tripolitania. Anzi, la situazione sotto questo punto di vista nelle ultime settimane è apparsa addirittura peggiorata: “I trafficanti stanno agendo liberamente – ha rivelato una fonte diplomatica su InsideOver – vogliono sfruttare questa fase storica a loro favorevole per guadagnare quanti più soldi possibili approfittando anche del bel tempo”. Un problema in più per l’Italia. Mario Draghi ha più volte fatto intuire di voler proseguire con la linea del dialogo con Tripoli, lo si è visto ad esempio nel corso della visita del 6 aprile scorso quando il presidente del consiglio ha ringraziato la Guardia Costiera libica per gli sforzi sull’immigrazione.

Tuttavia l’instabilità sta complicando e non poco i piani italiani. Parlare con il governo libico potrebbe diventare poco produttivo, firmare accordi con il premier Dbeibha corrisponderebbe a mere prese di posizione senza reali incidenze sul campo. In questo momento Roma può solo sperare in un rimescolamento delle carte nello scacchiere frazionato del Paese nordafricano. Un mutamento che però non appare, almeno per il momento, all’orizzonte.

Tensioni a Bengasi e a Tripoli

Bengasi, il generale Khalifa Haftar, il “feldmaresciallo” che ha tenuto in ostaggio i pescatori di Mazara del Vallo per 108 giorni e che ha recentemente tentato di sequestrare il peschereccio “Michele Giacalone”, ha fatto saltare la prima riunione del nuovo governo unitario nel capoluogo della Cirenaica. Non è solo un fallo di frustrazione: è una manovra politica precisa, tesa a screditare il primo ministro Abdul Hamid Ddeibah, il politico e imprenditore di Misurata incaricato di traghettare il Paese al voto fissato al 24 dicembre. A Tripoli, un gruppo di uomini armati ha dato l’assalto alla sede provvisoria del Consiglio presidenziale presso l’hotel Corinthia, chiedendo essenzialmente due cose:

  • il licenziamento della ministra degli Esteri, Najla el Mangoush, rea di aver osato chiedere la partenza dei combattenti stranieri (e in particolare turchi) dalla Libia;
  • la revoca della nomina del capo dei servizi di intelligence, Hussein Khalifa Al A’eb, funzionario del passato regime di Muammar Gheddafi accusato di essere vicino al generale Haftar.

Il problema è che sia Tripoli che Bengasi sono ancora in mano alle stesse milizie che si sono combattute fino alla scorsa estate. Il tentativo di smantellare i gruppi armati della capitale portato avanti dall’ex ministro dell’Interno, Fathi Bashagha, è fallito con la sconfitta di quest’ultimo nella corsa per la guida dell’attuale governo. Il capoluogo della Cirenaica resta saldamente in mano al generale Haftar, intenzionato a vendere cara la pelle dopo la sconfitta militare contro Tripoli.

La figura di Hussein Khalifa Al A’eb

L’unificazione del Paese dovrebbe passare, oltre che da un governo unitario, anche dalla costituzione di un comune servizio di intelligence. Un punto sul quale, durante i colloqui mediati dalle Nazioni Unite, si è generata una certa convergenza tra le parti. Il problema però è sulla scelta del nome della persona a cui affidare le forze di sicurezza. Hussein Khalifa Al A’eb, su cui sono cadute le preferenze del consiglio presidenziale, presenta due elementi che non lo rendono come una figura apprezzata da tutti. Da un lato è un gheddafiano, ha operato a stretto contatto con il rais. Dall’altro è vicino al generale Haftar e questo lo rende particolarmente ostile agli occhi soprattutto dei Fratelli Musulmani. Questi ultimi, già alle prese con vicissitudini interne in vista della scelta dei leader dei principali partiti collegati ai gruppi islamisti, hanno lasciato intendere di non aver gradito la nomina.

“Devi ritirare la decisione di nominare a capo dell’intelligence chi ha sostenuto l’aggressione contro Tripoli – ha scritto su Twitter Muhammad Bahron, importante esponente delle milizie di Misurata – Altrimenti, come ti abbiamo autorizzato, siamo in grado di espellerti e licenziarti”. L’appello, dal sapore di ultimatum, è rivolto al numero uno del consiglio presidenziale Mohamed Al Menfi. Ulteriore segno di come la situazione in Libia è tutt’altro che tranquilla.

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