La Siria e la strage nella chiesa: l’Isis torna a colpire perché il nuovo regime è debole

SOGNI DI FARE IL FOTOREPORTER? FALLO CON NOI
Politica /

Partiamo da chi non ci crede. Non sono pochi quelli che, in Siria, invitano a respingere l’attribuzione all’Isis dell’attentato nella chiesa greco-ortodossa di Mar Elias (Sant’Elia), a Damasco, dove sono morte almeno venti persone, uccise da un kamikaze di quello che fu il Califfato. L’Isis, dicono, è la maschera dietro cui si nasconde l’attuale regime, quello del presidente Al-Jolani/Al-Sharaa e dei suoi ex qaedisti di Hayat Tahrir al-Sham: la usano per intimidire le minoranze non sunnite del Paese, per affermare il proprio controllo, per stroncare il dissenso reale e potenziale. Dopo le migliaia di alawiti uccisi tra marzo e aprile, quindi, ora toccherebbe ai cristiani.

È una tesi, che nel grande bailamme siriano ha anche il suo senso. ci sono però anche i fatti e i dati. Intanto la storia personale e politica di Al-Sharaa. Nel 2011, quale pupillo dello pseudo-califfo Abu Bakr al-Baghdadi, l’allora Al-Jolani fu mandato in Siria a costituire il Fronte Al-Nusra e combattere Bashar al-Assad. Nel 2013, però, Al-Jolani abbandonò il Califfato per unirsi ad Al Qaeda, per poi progressivamente distaccarsene e creare, nella roccaforte di Idlib, il cosiddetto Governo di salvezza siriano. Tecnicamente, quindi, i fanatici del Califfato considerano Al-Jolani un traditore.

E poi, appunto, i dati. Come mostra la tabella sottostante, l’avvento al potere di Hayat Tahrir al-Sham è coinciso con un brusco rallentamento degli attacchi dell’Isis, e con un rapido calo del numero di morti da essi provocati. Da 59 attacchi al mese nell’ultimo periodo di Assad a 12. Da 63 morti al mese a 2.

Quel calo si radicava nella dinamica dell’improvviso cambiamento affrontato dalla Siria. Assad e la Russia erano molto più impegnati ad affrontare l’opposizione filo-turca del Nord che a occuparsi delle rimanenze dell’Isis attive soprattutto a cavallo del fiume Eufrate, nelle zone peraltro controllate dalle Syrian Democratic Forces (SDF) a prevalenza curda. Con la caduta di Assad, però, lo scenario è radicalmente cambiato. Il Governo instaurato sotto l’egida di Al-Sharaa si basa su una promessa di unità nazionale a sfondo centralistico, contro l’ambizione federalista incarnata dai curdi. E in un’area a prevalenza sunnita come quella del deserto e dell’Est siriano, l’ideologia “di sinistra” dei curdi, ora diventati forza di Governo e non più di opposizione, ha rapidamente cominciato a rappresentare un problema, anche perché insediata in un’area decisiva per le risorse energetiche del Paese.

Il ruolo dei generali Usa

Nei primi mesi post-Assad è stato decisivo il ruolo degli Usa, e soprattutto dei loro esponenti militari sul terreno. Dopo anni di stretta alleanza con i curdi, gli americani si sono portati a sostenere il progetto unitario in un modo o nell’altro incarnata da Hayat Tahrir al-Sham. Il maggiore generale Kevin Leahy, capo della coalizione anti-Isis, e il generale Michael Kurilla sono stati decisivi per spingere le SDF a riaprire il transito del petrolio verso Damasco e, infine, ad accettare di sciogliersi come forza militare autonoma per integrarsi nelle forze armate siriane. Ovviamente non c’è stata solo la politica. Decine di incursioni di droni Usa contro le basi e i campi d’addestramento hanno contribuito a tenere a freno le ambizioni dell’Isis. E la collaborazione tra l’intelligence militare Usa e quella del Governo siriano (per meglio dire, di Hayat Tahrir al-Sham) ha contribuito a sventare diversi attentati che avrebbero dovuto colpire Damasco. In più, la cattura del comandante dell’Isis Abu al-Harith al-Iraqi in febbraio e la successiva uccisione da parte degli americani di Abdullah Makki al-Rifai, numero due dell’Isis, sembravano aver segnato un deciso punto di svolta.

Il problema fondamentale, quello che sta aiutando l’Isis a riconquistare spazio dopo le recenti disfatte, è che il processo di consolidamento del potere centrale ha perso slancio, e il controllo sul Paese del presidente Al-Sharaa è lungi dall’essere totale. I malumori degli alawiti a Ovest, con le stragi compiute ai loro danni dai miliziani fatti arrivare da Idlib, sono stati un capitolo importante in questo senso. Lo scissionismo dei drusi a Sud, corsi a ripararsi sotto l’ombrello di Israele, con la conseguente occupazione di una parte di Siria e i costanti bombardamenti israeliani sulle installazioni dello Stato siriano, ne sono un altro. A Est, con gli americani distratti da altre situazioni drammatiche, da ultimo l’Iran, le incertezze dei curdi e il ribellismo delle tribù arabe, bolle una pentola di non facile controllo. E a Nord c’è la Turchia che, dopo aver aiutato Al-Jolani a diventare Al-Sharaa, reclama i suoi diritti.

Se il Al-Sharaa, al posto di essere il presidente della Siria, si ridurrà (come a tratti sembra) al ruolo di sindaco di Damasco, l’Isis o i suoi residui troveranno terreno favorevole. La situazione si risolve lì, nelle città e sulle strade della Siria. Dove le strette di mano di Donald Trump o di Kaja Kallas hanno un potere tuttora relativo.

La Siria è un mio argomento del cuore (ci sono stato molte volte dall’inizio della guerra civile) e un tema sempre caldo e sensibile per InsideOver. Resta aggiornato, resta con noi e dacci una mano: abbonati oggi!