Il 2022 sarà un anno elettorale decisivo per gli Stati Uniti. A novembre si voterà infatti per le cosiddette midterm, note anche come elezioni di metà mandato. Una consultazione che rinnoverà una parte consistente del Congresso Usa, tutta la Camera dei rappresentati e un terzo del Senato. Uno snodo fondamentale per la presidenza di Joe Biden e soprattutto per i democratici. Questo perché la sinistra americana rischia non solo una sonora batosta, ma soprattutto di perdere il potere per oltre un decennio.
Al momento i dem hanno una solida tripletta al governo: controllano la Casa Bianca con Joe Biden, il Senato grazie alla vice Kamala Harris capace di far pendere la maggioranza a sinistra, e soprattutto controllano la maggioranza della Camera dei rappresentati. Ma i segnali degli ultimi mesi, come il voto in Virginia, indicano che presto potrebbe non essere più così.
Storicamente per il partito che controlla la Casa Bianca è normale “perdere” le elezioni di metà mandato. È successo nel 2010 durante il primo mandato di Barack Obama ed è successo anche nel 2018 dopo due anni di presidenza Trump. Se guardiamo alle tornate elettorali della seconda metà del novecento vediamo che in media a un partito servono 14 anni per riprendere il pieno controllo del governo.
Perché alle midterm il partito del presidente perde
Le ragioni dietro ai rovesci delle midterm sono diverse. Il vento nel Paese tende sempre a cambiare col cambiare dell’inquilino della Casa Bianca. Come ha sottolineato Nate Cohn sul New York Times da decenni i politologi spiegano come l’elettorato americano di base si muova sempre per controbilanciare la distribuzione del potere, di fatto raffreddando il partito che sembra avere troppo potere. Non è quindi insolito che un elettore possa votare per Joe Biden e due anni dopo possa scegliere un candidato repubblicano nel proprio collegio elettorale. Non stupisce quindi che negli stessi anni dell’ascesa politica di Barack Obama sia sorto un movimento conservatore come il Tea Party. Allo stesso tempo nel 2018 sotto la presidenza Trump alcuni temi cari ai liberal siano diventati popolari tanto da portare all’elezione candidati “socialisti” come Alexandria Ocasio-Cortez.
La teoria del controbilanciamento da sola non spiega questi travasi. Di base il partito fuori dalla Casa Bianca, in questa tornata i repubblicani di Donald Trump, godono di un certo vantaggi in termini di affluenza dato che la base è galvanizzata dopo la sconfitta del 2020, mentre invece gli elettori democratici sono compiaciuti e meno motivati ad attivarsi. Allo stesso tempo pesa molto anche l’indice di gradimento del presidente in carica. Quello di Joe Biden dopo l’estate ha virato in negativo e oggi secondo la media aggregata del sito FiveThirtyEight il numero di americani che disapprova l’operato di Biden è del 51,9% contro il 42,9% che lo appoggia. Per sperare di reggere l’urto e tenere il controllo del congresso i dem dovrebbero avere un presidente dall’alto indice di gradimento, ma così non è.
Il prossimo scenario
Ecco quindi che lo scacchiere del biennio 2022 e 2024 si mostra sempre più nebuloso per il partito dell’asinello. Qui c’è un passaggio un po’ tecnico ma importante per spiegare come mai la possibile debacle democratica potrebbe essere diversa da quelle del passato e durare ben oltre le midterm. Se nel 2024 con la Casa Bianca in gioco i dem possono sperare di riattivare la grande colazione che ha portato Biden a sconfiggere Donald Trump, non è detto sia sufficiente a garantire altrettante fortune al Congresso. La Camera dei rappresentanti potrebbe reggere e tornare blu, mentre invece il Sentato difficilmente tornerà a guida democratica e questo perché la mutazione genetica della sinistra Usa è mal allineata con il sistema elettorale.
La camera alta viene infatti rinnovata solo di un terzo ogni due anni. Questo vuol dire che i seggi in palio nel 2022 sono quelli scelti sei anni prima e in questo particolare caso quelli persi nel 2016 durante l’onda rossa che ha portato The Donald alla Casa Bianca. Questo vuol dire che quest’anno saranno soprattutto i senatori repubblicani a giocarsi la rielezione, ma visto che abbiamo sottolineato come il voto popolare dovrebbe essere favorevole proprio ai repubblicani molti di questi dovrebbero andare verso una riconquista.
Discorso diverso se guardiamo invece al 2024 quando il terzo dei senatori da rieleggere avrà una pattuglia più nutrita di democratici perché figlia delle midterm del 2018. Tra circa due anni per sperare di conquistare anche il Senato (sempre se Biden verrà rieletto) i dem dovranno puntare a stati conservatori come il West Virginia, l’Ohio e il Montana. Tolto il Mountain State del maverick dem Joe Manchin, il resto sembra utopia.